Il gioco del mondo.23/Non sono mai partito

Torno adesso da quattro posti simultanei. O meglio vado via da quattro posti differenti. Ho scavalcato, con un gesto coraggioso e lento, rimanendo in bilico su un unico piede, il capitolo 56 e non mi guardo alle spalle. Il sassolino è ancora avanti a me e io sto barcollando. Ho ricominciato a usare il verbo tornare. Ho ritardato di un giorno, ma adesso devo andare. E non a piedi. Mi frulla l’idea di viaggiare a piedi. Da Firenze a Matera. Un giorno, un giorno. Ma poi i giorni passano e le promesse non vengono mantenute. Io, che ne faccio dieci al giorno, dieci alzandomi al mattino e alla sera cerco velocemente il sonno per non fare un bilancio. In tutta la sua vita da cani non è mai riuscito a capire certi miei versi che cominciavano così, però mi incollo addosso le parole di chi dice che ha sempre amato le poesie che non comprendeva. E anche questo scrivere mi è incomprensibile. E’ un saluto a via delle Beccherie. Così cambiata negli anni dello stare in questa città. Ho demolito le difese della veglia, ho lasciato scorrere l’acqua e il lavandino mi risucchia davvero, sai. Sto prendendomi in giro. Misuro i mesi di ritardo, fa quasi un anno. Il gioco del mondo è lentissimo, difficile rispettarne le regole, sono qui, in equilibrio su una gamba sola. Se vuoi dormire socchiudo le persiane, mento sapendo di mentire, non ci sono persiane e dalla luce riesco a intuire le ore della mattina. A volte mi sbaglio, è la radio a ricondurmi alla realtà. Diviso fra la necessità della musica e l’abitudine della voce che racconta del mondo. Del loro mondo’. Spezzare le abitudini, smettere di prendere le medicine e aspettare. Ho cominciato, poi ne ho prese tre assieme, poi niente più. Aspetto, cerco i mutamenti sul dorso della mano: è cresciuta la macchia che è apparsa quindici anni fa e già ne scrivevo allora?

Eppure la musica manda messaggi: la ragazza che canta verso le pietre bianche, il canto a pieni polmoni fra il grano e oggi la giovane viaggiatrice che mi aspetta dietro l’angolo della piazza. Mi aspetta e se ne va. Una specie di abbacinante esplosione verso la luce è tutto quello che rimane, allora raccolgo, come un clown, un attimo, un solo attimo, per non dimenticarlo, per riaprire quelle parole fra dieci anni e farle rinascere. A cosa serve tutto questo? A cosa servono queste passioni in cui vado abbandonando brandelli di tempo e di pelle? Ho ancora troppe righe da riempire, devo tirarla in lungo. Oramai è una denuncia di quella falsa libertà con cui mi muovo per le strade e per gli anni. Ho cercato le lacrime e non sono venute. Ho ben chiuso la corazza, sigillato ogni cicatrice, ora so che tutto dipende da una frase cancellata, che tutto sarebbe una irrequietezza, un inquietudine, uno sradicamento. Incontro un profeta che mi fa dono di un ombrello, incontro un capostazione, perché se Lucio scrive di un linotipista e nessuno si chiede perché, allora posso dirvi del capostazione? E del tipo che mi offre innumerevoli appigli: mi offre la chiave-ragione, la chiave-sentimento, la chiave-pragamatismo. Mi dice: ‘Ad ogni successiva disfatta c’è un avvicinamento alla mutazione ultima’. Ma poi tutti finisce all’improvviso, e la fragilità ti appare assurda. Non è vero che ha fine solo ciò che ricomincia l’indomani. Sì, invece, i titoli di coda annunciano una sopravvivenza. Solo che la vita ha aperto un’altra cicatrice. La ricuci con rami di pruno e pezzi di stoffa, decori la ferita, lasci il sangue come una chiazza di colore. E ti metti in cammino. Perché un passo dopo l’altro è solo presente e a volte mi pare di star scivolando nelle tue braccia e di cadere in un pozzo. Il cammino oltre i tre asterischi è ancora più strano, lui ti aveva avvertito, puoi fare a meno, ‘puoi prescindere senza rimorsi’. Hai rimorsi? Oh, sì e pensare che avevi steso, con convinzione quello striscione in via del Campo: ‘E nemmeno un rimpianto’. Questa curva sottile nella quale qualcosa…non finì la frase, una viaggiatrice, e lui amava stare fermo, lavorare come panettiere, avere un’abitudine, una libertà e una prigionia, capiva la poetessa accerchiata dalla sua malinconia e il poeta che finiva di leggere e non riusciva a nasconde il velo degli occhi. La viaggiatrice se ne andò lungo la strada, lei sapeva leggerne in segni, riuscì appena un attimo a baciarla senza essere altro che il suo proprio bacio.

(ho rivisto Julio ad Altamura, sono convinto che abbia fatto finta di non riconoscermi.

Ho letto le pagine oltre i tre asterischi al caffè Stoneage, sul canyon sulla Gravina, ho scritto all’ultimo momento, molto tempo dopo, sulla panchina di via delle Beccherie. E avrei voluto contare quanti venditori di cibo ci sono in quella strada. Come ai vecchi tempi? O i tempi cambiano? O il cambiamento? Faccio l’elenco delle parole di cui mi sento privato: identità, radici, cambiamento…)

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