Dancalia Rewind.3/Normalità della Rift Valley

Pastori

 

Rift Valley

E’ semplice partire. Ci lasciamo condurre fuori città. Siamo diretti a Sud. Hanno costruito tangenziali attorno ad Addis Abeba. La città ha già avvolto l’aeroporto. I condomini si moltiplicano come cavallette. I cinesi si sono impossessati dei cantieri. Fanno e disfanno l’Africa. I palazzi in costruzione sono alveari di ponteggi. Donne manovali portano sacchi di cemento per infiniti piani di scale. Il traffico finge di ingorgarsi. Sbuffi neri dei camion, urla dei ragazzi che cercano clienti per i taxi collettivi. L’uscita dalla capitale è lenta. I condomini svaniscono, ora si attraversa una geografia di baracche, case-parallelepipedo in muratura, stamberghe di lamiera. Africa in movimento. Gente che non possiede niente, scriverebbe un antropologo spregiudicato. Le grandi strade evitano di farti attraversare i quartieri, gli africani restano sotto il piano aereo della tangenziale. Ma poi, alla fine, devi scendere da questo stradone. E allora ritrovi la gente in cammino. Le donne e gli uomini che altro non fanno che spostarsi. Che ingannano la povertà con il movimento. Strada e ferrovia viaggiano accoppiate. E’ la antica ferrovia del Negus, sono i binari che raggiungono il mare e allacciano la lontana Gibuti con il cuore dell’altopiano. La discesa verso il Rift non regala spettacoli. Niente canyon, niente sbalzi, niente precipizi. Dovremmo seguire su qualche gps la perdita di quota per rendercene conto. Da qui a Nazareth, nome cristiano per la capitale di una regione musulmana, sono sei, settecento metri di dislivello. Poi la scarpata tenta un affondo, ma nemmeno ti accorgi che fino ad Awash perdi altri ottocento metri di quota. In ogni caso, in un giorno, primo giorno di viaggio, si lasciano i confini del cielo (sfiorato ad Addis Abeba, alta duemila e trecento metri) per cercare di raggiungere il Rift, il vallone che fu la strada percorsa dagli ominidi africani quando si alzarono in piedi. Awash è oltre mille metri più in basso della capitale etiopica, è un crocicchio di itinerari, incroci di strada e ferrovia. Sta a metà del viaggio verso il mar Rosso. E’ una sosta con un senso: guardate la carta dopo Awash. E’ quasi il vuoto, solo una strada, una striscia di asfalto diritta come un righello, taglia una savana che sembra non conoscere villaggi. Ad Awash ci si ferma perché c’è madame Kiki. Spero che sia ancora lì. E poi, c’è questa celebre stazione ferroviaria, messa proprio sul vertice del triangolo afar. Fino a qui, gli afar pascolano le loro mandrie. Questa è la punta dei loro territori. Gli uomini sono inquieti e nervosi. Nessuno gira senza armi ad Awash. E’ una frontiera, questa. Qui vive gente giovane che ama gli avamposti. Le vacche dei kereyou, popolo oromo, sfiorano le corna lunate di quelle degli afar. Non si amano kereyou e afar. Bisogna fare attenzione da queste parti.

Il paesaggio cambia con strappi impercettibili. Fra Addis Abeba e Nazareth la terra è fertile. Gli orizzonti hanno il profilo dei vulcani. I contadini sono sempre al lavoro. L’aratro è come una lancia che spezza una terra scura. E’ la fatica degli uomini a trainare questa lama. Una corda attorno alle spalle e una striscia di pelle sulle fronte: il contadino fa la vacca, diventa cavallo. I covoni del teff, cereale dell’altopiano, risplendono al sole. Gli zoccoli delle vacche calpestano il raccolto, stagione della battitura, polvere di teff come nebbia di queste campagne. I chicchi di questo cereale hanno un diametro non più lungo di un millimetro. Il vento li solleva e li fa volare come fiocchi leggeri di neve africana. Il teff è figlio dell’Etiopia: quattromila anni fa questa pianta fu addomesticata e subito si cominciò a ricavarne una focaccia spugnosa. Dal forte gusto acido. Gli etiopi ne vanno matti. Non possono vivere senza ‘njera. Se ne infilano pezzi rinsecchiti nelle tasche e, ogni volta che si fermano, li intingono in qualche salsa e si leccano le dita.

La discesa verso il fondo del Rift è così impercettibile che non mi accorgo quando i campi del teff cominciano a lasciare il posto a una savana priva di coltivazioni. Dopo Nazareth, il fondale del viaggio comincia a cambiare. Abbiamo già lasciato alle nostre spalle Debre Zeit, la regioni dei laghi e dei vulcani. Il passaggio attraverso Nazareth è stato rapido: la città è diventata una metropoli. Palazzo del governo in vetro cemento, quasi un castello contemporaneo su una collina. Gli oromo hanno scelto Nazareth come loro capitale. Le hanno restituito un nome oromo: Adama. Scompaiono i caratteri pittorici dell’amharico. Tornano i segni latini dell’orominya, le insegne diventano uno scioglilingua: c’è ancora, io so riconoscerlo, l’albergo di Franco a Nazareth. Era un vecchio italiano. Ora ha un nome oromo: Firaanko. La lingua delle genti della scarpata, il più grande fra i popoli del puzzle etiopico, moltiplica le vocali. Strano, non le avverti quando parlano. Gli oromo sono milioni e milioni, guerrieri famosi, cavalleria degli eserciti dei Negus. Eppure mai hanno controllato il paese. Troppo divisi, incapaci di trovare unità. Sono una confraternita di popoli spesso in lite fra di loro.

Ecco, la strada ora accenna a una discesa più marcata. Le macchine ingranano marce più attente. Il traffico è quasi scomparso. Panorami più aridi, ancora vulcani. Il Fanta Ale ha una dorsale a schiena di coccodrillo, c’è un lago ai suoi piedi, la ferrovia diventa un passaggio sospeso sulle acque, ciottoli di lava sono la massicciata della strada. Qui, a pochi chilometri da Awash, non ci crederete, c’è un campeggio. E c’è Miki. Un rasta. Faccio finta di non essere incuriosito mentre cammino verso questo uomo basso di statura, ma dalla capigliatura da leone.

Una domanda fuori posto: l’Africa assomiglia a quanto avete immaginato nel momento in cui avete deciso di comprare questo libro?

Miki, con i suoi capelli attorcigliati, parla italiano. Lo ha imparato a Marina di Massa. Ci siamo fermati perché è davvero finita la discesa. Stiamo calpestando il suolo del Rift. Il lago Basaka è un grande specchio d’acqua. Appare immenso. Il vulcano Fanta Ale vi si specchia con bellezza. Trent’anni fa, questo lago quasi non esisteva. Al massimo, nella stagione delle piogge, si formavano grandi pozzanghere e paludi fangose. Qui, transumavano le bestie dei kereyou. ‘Dio e gli uomini sono colpevoli – mi spiegò una volta un  pastore – Il lago ha sommerso i pascoli, l’uomo lo ha inquinato con i veleni usati per far crescere la sua canna da zucchero: ci hanno rubato la terra’. Sbadati sistemi di irrigazione, sbarramenti lungo il fiume, cambi del clima. Con lentezza, l’acquitrino è diventato un lago. Dalle acque salate. Imbevibili. Le mandrie kereyou non possono più dissetarsi lungo le sponde del lago Basaka.

La stazione di Awash

I turisti (ma quanti sono?) adorano questo paesaggio. Vengono da Addis Abeba per il fine settimana. I bird-watchers considerano queste acque un piccolo paradiso. Ne dicono meraviglie. Censiscono gli uccelli: 392 specie endemiche volano e nidificano  lungo queste sponde di lava. Il lago Basaka, appena trent’anni fa, non raggiungeva, al culmine dell’estate più piovosa, i tre chilometri quadrati; oggi è un mare basso e salmastro di oltre quaranta chilometri quadrati. Proprio qui Miki, stanco d’Italia, stanco di Marina di Massa, ha aperto un campeggio. Non c’è niente, solo una baracca sghimbescia a proteggere una buca per terra che è il cesso, Miki abita in una capanna, costruita con legni rimediati qui e là, ma dotata di una bella veranda. Miki dice che i bird-watchers vengono con i loro fuoristrada ogni finesettimana. Non c’è che dire: ha fatto un sorprendente andirivieni, questo rasta. ‘Non c’era pace nel vostro paese’, ricorda. Deve averci passato molti anni, il suo italiano è fluente. ‘Passavo il tempo, mi piaceva l’inverno e il mare che urlava’, dice ancora. Penso a un amore finito con una giovane donna dalla pelle bianchissima a Marina di Massa. Penso a un piccola donna toscana che girava orgogliosa di Miki. Così nero e così bello. Per lui aveva litigato con i genitori e lasciato un fidanzato. La storia ha retto un paio di anni. Quando è finita, lui si è trovato senza casa e senza soldi. Le urla del mare non bastavano più. Di vendere collanine sulle spiagge non ne avevi molta voglia, vero Miki? In qualche modo è tornato a casa. In fondo l’Etiopia è terra dei rasta.

Il ritorno di Dio

Un altro Dio. Non quello che ha lasciato che le acque del lago Basaka sommergessero i pascoli dei kereyou. Un Dio terreno. Un Dio imperatore. L’Etiopia è una terra di folli. Credo che non sia un caso che nei deserti dove stiamo andando, l’umanità abbia mosso i suoi primi passi. Bel gesto, ne valeva la pena: tirarsi su e andarsene in giro in posizione eretta fu emozionante, vero nonna Lucy? Ma  non era certo finita: in Etiopia, le dinastie imperiali  hanno sempre vantato discendenze in linea diretta da Saba, regina di Axum, e dal re di Israele, Salomone. Non solo: raccontano che fra i crepacci scavati dal Nilo Bianco, si siano smarriti gli ebrei delle tribù perdute di Israele. Alla fine non potevano mancare i profeti: proprio qui, in questo acrocoro accerchiato da terre musulmane, i ribelli neri di movimenti cristiani e sincretici dei Caraibi hanno trovato il loro Dio. Una bella confusione di teologie. Ma tutto questo è davvero accaduto in questa terra.

In un autunno degli altopiani, un giorno di novembre del 1930, un vicerè inglese, l’arciduca di Gloucester, si inchinò di fronte alla magnificenza di un piccolo imperatore: saliva al trono Hailè Selassié, ‘la luce della Trinità’, 225esimo successore di Menelik, il ‘figlio dell’uomo saggio’, nato dall’amore rubato da Salomone a Saba. La foto di un regnante inglese che si inchinava di fronte a un re nero fece il giro del pianeta. All’epoca, la Reuter già globalizzava il mondo. Quell’immagine arrivò a New York e nei Caraibi.  E i neri delle coste occidentali delle Americhe, oppressi da secoli di schiavitù, videro la luce, era il segnale che aspettavano. Il Dio della negritudine era riapparso e mandava il suo appello: liberatevi, spezzate le catene, tornate a casa. In Africa. Il profeta di quella religione caraibica, il folle Marcus Garvey, aveva già vaticinato il ritorno sulla Terra di un messia nero e aveva riscritto le parole di un celebre salmo: ‘Vengano i grandi dell’Egitto, l’Etiopia innalza le mani verso Dio’. E Hailè Selassié, uomo minuto e feroce, alto come un soldo di cacio, ma dall’ambizione tenace come l’acciaio, divenne Dio per i movimenti anti-coloniali delle Americhe. Ai ribelli di Giamaica piacque perfino il nome di quell’imperatore sconosciuto: prima di essere incoronato ‘re dei re’, era conosciuto come il ras Tafari Makonnen. Loro, neri e liberi, divennero subito i suoi seguaci: i rastafarians. Ne hanno fatto di strada, i rasta. Con i loro dread-locks, le ‘ciocche terribili’. Anche questa volta avevano visto una foto: ritraeva i mau-mau, guerrieri allucinati della indipendenza del Kenya. Erano combattenti che avevano fatto un patto: non si sarebbero tagliati i capelli fino a quando non fossero stati uomini liberi. I rasta di Giamaica vollero essere come quei loro fratelli africani. In fondo il nemico era lo stesso: lasciarono che i loro capelli ricciuti si aggrovigliassero in forme ingovernabili. Ecco di chi sei figlio, Miki che hai imparato l’italiano a Marina di Massa. Sbircio l’altarino dentro la capanna. Nessuna sorpresa: il santino di Hailè Selassié con l’aria trasfigurata e la foto urlante di Robert Nesta Marley, il figlio bastardo di un capitano inglese e di Cedella, la nera più bella dei ghetti di Kingston. Un tiranno autocrate e feudale e il menestrello della libertà uniti sullo stesso tabernacolo. In sottofondo, le tue parole, Bob: ‘Vecchi pirati, sì, mi rapirono. Mi vendettero alle navi mercantili. Per quanto ancora uccideremo i nostri profeti, mentre assistiamo in disparte?’.

Miki, devo andarmene. Altrimenti mi fermo qui. Non arriveremo mai in Dancalia se me ne sto a ricamare attorno alla tua storia. L’Etiopia è fatta apposta per farti divagare senza meta. Lo sa bene, Arthur Rimbaud. Che proprio qui, in questo punto del Rift, cominciò la sua risalita verso le regge itineranti dei negus etiopici. Basta, basta. Non posso smarrirmi anche in Arthur Rimbaud. Ce ne sarà il tempo. C’è già abbastanza follia in questo viaggio.

Guardo il paesaggio. Il lago Basaka è basso come una laguna. Una brezza leggera spettina le sue acque. Il cielo svaria verso l’azzurro cobalto. Sbianca all’orizzonte. I binari che puntano verso Gibuti scintillano al sole. Pontili di lava sostengono l’asfalto. E’ finito il paesaggio del teff e dei contadini. Sull’altra sponda del lago si vedono acacie, radure di erbe disseccate, cespugli spinosi, qualche euforbia. E le mandrie dei kereyou in perenne movimento. Miki ci guarda andar via. Stiamo per raggiungere Awash. Il vertice del triangolo afar. In tempo per il pranzo. Che, in questo luogo, stazione delle ferrovia Addis Abeba-Gibuti, non è un pranzo qualsiasi. E’ un patto con la nostalgia.

Il buffet di Awash

Madame Kiki, il buffet d’Aouache

Sei viva, madame Kiki? Ci sei? Quanto tempo è passato? Sei nella tua stanza? Lì dentro non sono mai entrato. Hai ancora i capelli che sfidano gli anni con la loro tina fulva?

Già, quanti anni hai? Non ho mai osato chiedertelo. Sei arrivata ad Aouache nel 1949. Le guerre erano passate come un tornado sull’Europa. In questa Africa erano finite da un pezzo, l’arrogante impero italiano si era squagliato in appena sette mesi. Erano già passati otto anni da quando, in groppa a un cavallo bianco, Hailè Selassié, il re dei re, era rientrato ad Addis Abeba. Tu sei figlia dell’Egeo. Isole poverissime allora. I tuoi nonni, Kiki, erano fuggiti dalla miseria ai primi del ‘900. Scappavano da una terra che non dava speranza al futuro. Centinaia e centinaia di contadini greci talmente poveri da non poter affrontare nemmeno il viaggio verso le Americhe, furono trasportati fino agli altopiani dell’Etiopia. Migranti verso l’Africa nel girotondo della storia. Erano necessarie braccia per costruire la ferrovia fra Addis Abeba e Gibuti. Come si sbagliano i poveri. Chi ha avuto ragione, Kiki? Chi è rimasto su quegli scogli a zappare fra i sassi o chi, nave dopo nave, convoglio dopo convoglio, strappo dopo strappo, è arrivato fin nel cuore dell’Africa? Non hai mai visto l’isola delle tuoi origini, Kiki. Non hai mai visto cosa sono oggi quelle terre. Com’era Aouache nel 1949?

E’ bene sapere che lungo i binari della ferrovia Addis Abeba-Gibuti si parla ancor oggi francese. Awash diventa Aouache. Se telefonate alla stazione di Addis, vi risponderanno con un gentile e tintinnante bon jour. Furono i francesi, in un’epopea di intrighi e di avidità coloniali, a costruire la ferrovia fra la capitale dell’Etiopia e le lontanissime coste del mar Rosso. I treni arrivarono ad Addis Abeba solo nel 1917, venti anni dopo la posa della prima pietra a Gibuti: fu una storia immane, i binari dovevano scorrere nei deserti fra i più inospitali della Terra e le locomotive a vapore scalare montagne. La ferrovia non poteva che seguire il grande corridoio del Rift. E’ dai tempi di Lucy, il primo ominide, che la Rift Valley disegna i cammini di chi si avventura in questo oriente africano. Imbrogli diplomatici, guerre di nervi e guerre reali, imboscate politiche e azzardi finanziari costellarono l’avanzata della ferrovia africana. Alla fine, l’impossibile divenne realtà: traversine di ferro, capaci di resistere alle termiti, consentirono l’arrampicata dei treni lungo la scarpata delle montagne etiopiche. 785 chilometri, 22 tunnel, 34 stazioni, un unico binario. E, oltre un secolo di vita colma di glorie e decadenze. Infiniti sono stati gli agguati dei banditi: come resistere alla tentazione di assalire un treno? Basta un masso sui binari per fermare il Treno dei Negus. Una vacca può farlo deragliare. Grande storia. La lingua francese è rimasta, fino ai nostri giorni, come un sigillo della potenza coloniale che finanziò l’impresa. Per decenni, chi voleva diventare un ferroviere doveva saper parlare il francese.

Madame Kiki

Ad Aouache, frontiera dei territori afar, passaggio obbligato dei binari, sorse una vera città ferroviaria. Un avamposto da Far West. Una terra senza legge. Oltre era solo il deserto, i climi torridi, la ferocia dei paesaggi. Banditi e disperati, contadini senza terra e avventurieri dell’Africa, operai e pastori kereyou avevano bisogno di un saloon dove annegare le loro ore: per questo, la Compagnie de Chemin de Fer favorì la costruzione di un buffet. Nel 1904, questo locale già esisteva. E qui, nel 1928, si fermò Ludovico Nesbitt, il primo esploratore ad attraversare (e a scrivere della sua impresa) la Dancalia da Sud a Nord: Aouache fu la prima, comoda tappa di quel viaggio straordinario.

Qui si fermavano i treni, c’era acqua per le caldaie delle locomotive e cibo per i macchinisti, per gli operai e per i passeggeri. Nel 1949, un greco coraggioso, Yanis, vi approdò dopo una battuta di caccia. Si guardò attorno. Intuì l’affare. Adocchiò i terreni a ridosso della ferrovia, seppe dei pozzi d’acqua. Quella savana gli piaceva, era la sua Africa. Pochi mesi dopo tornò ad Aouache con la sua bellissima e giovane moglie. Il passaggio della donna non  lasciò indifferenti: si racconta che i kereyou e gli afar ebbero un’altra ragione di sfide e duelli; ogni sera, dopo essersi bagnati nelle acque calde di Filowha, si rileccavano con burro rancido fra i capelli pur di essere splendenti ed apparire, all’alba, di fronte a quella donna bianca. Si sparavano addosso pur di essere i primi a poter ammirare il profilo di quella giovane che sembrava bearsi del paesaggio di savane attorno a lei. A notte, feriti e malconci di tanto combattersi, ripensavano in silenzio a quella donna. Cominciò così il regno di madame Kiki, la Signora della Ferrovia, la donna greca del Rift.

Yanis divenne un cacciatore celebre. Uno scout conteso dai ras di Addis Abeba. Ingaggiò sfide personali con i leoni che ancora si spingevano in queste terre. Era un uomo brusco e intelligente. Lasciò che Kiki si occupasse del buffet. E lei ne fece un giardino di rigoglio tropicale, piantò alberi, costruì verande, progettò sale da pranzo dal sapore di antica locanda, arredò camere spartane e nobiliari. Trasformò un locale da ultima frontiera in un rifugio di pace. Perfino i banditi rispettarono questa complessa casa in legno che sembrava crescere giorno dopo giorno.

Dovete immaginarlo questo posto: la città è cresciuta sgangherata attorno a quei binari, il buffet è sulla banchina. Oltre le sue mura, vi era solo la savana. Quando arrivavano i treni, un formicolio di persone si risvegliava e affollava il marciapiede di fronte al buffet. Madame Kiki lasciava otri colme d’acqua per la gente. Grandi serbatoi aerei rifornivano la locomotiva. Oggi sono carcasse arrugginite. Sacchetti di plastica laceri volano ovunque. Anche le acacie della savana sono svanite, la terra è diventata polvere. La gente di Aouache non ha fatto altro che tagliare legna qua attorno. Ma l’oasi del buffet è ancora un miracolo. Luogo di resistenze e malinconie. Un sollievo per i viandanti come noi e per i più vecchi fra i pastori kereyou che ancora ricordano gli anni della bellezza.

Kiki insegnò ai cuochi i segreti della cucina greca e italiana. Il buffet d’Aouache divenne una leggenda. All’alba i treni partivano da Addis Abeba, madame Kiki telegrafava il menù al capoconvoglio, venivano raccolte le ordinazioni e i passeggeri cominciavano a sognarsi i piatti non appena i vagoni si mettevano in cammino verso il Rift. All’ora di pranzo, il treno si fermava davanti al buffet. La gente della prima classe scendeva, allegra e impolverata, verso le tavole imbandite. Gli altri, avvolti in shamma ingrigiti dal fumo, si sfamavano nelle baracchette che erano sorte attorno alla stazione. Si dissetavano dalle otri di argilla.

Amo questo posto. Mi accerchia con la sua dolcezza. Mi impigrisce. La prima volta che vi arrivai non riuscivo a staccare le mani dai legni consumati del bancone del bar. Ero solo. L’autista volle andare in cerca di donne e mi lasciò nella veranda. Madame Kiki apparve silenziosa e mi guidò  verso una camera speciale. ‘Qui dormiva sempre Hailè Selassié quando si fermava da noi’, mi disse mentre apriva la porta. La stanza aveva una veranda privata, era rialzata rispetto al giardino, il letto era diventato una specie di amaca, la vasca da bagno aveva piedini da leone, ma non c’era acqua. La luce del comodino si rifletteva su un telo rossastro. Fu una bella notte. Senza sogni. Kiki andò a letto presto. Fu uno dei suoi ragazzi a raccontarmi la sua storia. Credo che non ne sapesse davvero niente, usò le stesse parole che avevo sentito ad Addis Abeba, ma fu piacevole ascoltare il suo racconto.

Madame Kiki

Sì, madame Kiki è ancora qui. E qui volevo davvero arrivare. Ho dimenticato la Dancalia. E’ lei che ora appare sul confine di una porta. Osserva le sue piante. Indossa una sorta di tunica verde. Ha le mani conserte. Ne riconosco il profilo tagliato con nettezza. Gli occhi sono truccati. E’ senza tempo.  Sono certo che sta ascoltando il canto degli uccelli. Mi avevano detto che non c’era, avevo visto un ingegnere aggirarsi per il buffet con l’occhio di chi calcola i costi per buttarlo giù e ricostruirlo. Temo quello che non potrà essere evitato. Tutto ha una fine. Ma non oggi. Oggi, no. Madame Kiki è apparsa mentre noi finivamo il nostro pranzo. La cucina è meno attenta, le cotolette sono gommose, ma, nella mia testa, conservano il sapore della Grecia diventata Africa. Kiki ha la pelle di pergamena di chi ha passato gli anni al sole di queste savane. Ha gli occhi di chi ha visto molto e molto, forse, vorrebbe dimenticare. O, all’opposto, vorrebbe ricordare ogni ora passata in questa terra. Yanis è morto da molti anni. Il figlio continua ad andare a caccia di facoceri e progetta di costruire un lodge nella savana. Lei, ora, è dolcemente appoggiata allo stipite di una porta. Saluta con un cenno, piega la testa, dice il suo buon giorno in un italiano felice. Non si muove. Guarda oltre la veranda. Perfino l’ingegnere sembra in difficoltà di fronte a lei. Si siede e smette di fare i suoi conteggi. Anche lui, apprezza le patate fritte. E se gli facessero cambiare idea? Io faccio una cosa strana. Forse non è strana. Mi alzo, passo davanti a Kiki, inchino leggermente la testa. Per un attimo incrocio i suoi occhi. Lei porta la mano al cuore.

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