Ti prego, salta via da quei binari

A Paolo sarebbe piaciuta l’osteria di via San Biagio, a Matera. Ne conosceva l’esistenza. Perché A-Rivista Anarchica è, da tempo, sul bancone, accanto al vino e alla birra. Paolo Finzi, assieme a molti altri compagni, era stato il fondatore della rivista, ne era il direttore, anche se dopo, quarantanove anni di lavoro, si ostinava a definirsi ‘un redattore’. Avrebbe sorriso Paolo nel vedere quella piccola insegna: ‘Malatesta’. Lui che ha scritto una monografia su Errico Malatesta.

Non ho conosciuto Paolo. Nei miei due anni milanesi cercai i luoghi celebri dell’anarchia italiana. Scighera, Bovisa, Ponte della Ghisolfa. Sapevo che Paolo era il più giovane fra i compagni fermati dopo la strage di Piazza Fontana. Allora, aveva 18 anni ed era amico di Pino Pinelli. Due anni dopo, nel 1971, nasceva la rivista A.

Scrive Paolo Cognetti che Paolo ‘riempiva i posti dove entrava’. Questo lo posso immaginare. Era stato amico e complice di Fabrizio De Andrè. Ho sempre pensato che fra anarchici vi sia un patto di amicizia che non può essere scalfito. Vi è uno sguardo comune, un’intesa silenziosa.

Leggo che Enrico, il fratello di Paolo, ha scritto: ‘Ha camminato un’ora incontro a treno, che poi veloce lo ha travolto’. Paolo ha scelto di morire. Con una determinazione che stordisce. Ho pensato ad Alex. Alex Langer che scelse di morire in una delle più belle colline di Firenze: niente lo fermò nel suo lento cammino verso la morte. Sono testardi, gli uomini giusti.

Paolo ha camminato per un’ora incontro a un treno lungo la ferrovia emiliana. Vorrei avergli gridato: ‘Scansati, salta via dai binari’. Come avrei voluto farlo con Alex: ‘Fermati’. Questo lo pensi, da stupido, solo dopo. E Paolo non lo conoscevo. Non puoi premere il tasto ‘rewind’.

Alex, con il suo ultimo messaggio, ci invitò a continuare in ciò che è giusto. I compagni della rivista anarchica promettono di ‘continuare a navigare in direzione ostinata e contraria’.

Io, perdonatemi, ho voglia di fermarmi.

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6 pensieri riguardo “Ti prego, salta via da quei binari

    • 14 Febbraio 2021 in 21:40
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      Gli incontri antichi. Per fortuna, ogni tanto, ci ritroviamo. Sono a Padova, giorni particolare e non facile. Ti lascio il mio telefono: 338.8887493

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  • 19 Gennaio 2022 in 12:40
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    VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE
     
    (Gianni Sartori)
     
     All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.
     Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.
    Proprio commentando il “suicidio annunciato” di Trevisan, qualcuno ha scritto che la morte di un personaggio noto, famoso spesso viene utilizzata per parlare di sé stessi. Non ci provo nemmeno a smentirlo. Anzi.
    Solo che diversamente dai molti che hanno rivendicato – o magari inventato, tanto lui non può più smentirli – le trascorse frequentazioni, discussioni e altro con lo scrittore scomparso, parlerò delle analogie e dei ricordi che la notizia ha contribuito a riesumare riversandoli – a cascata -nella mente.
     
    Rileggendo Trevisan, Vicenza si conferma (o forse si confermava, almeno fino alla fine degli anni settanta, poi non saprei) nella sua sostanziale identità di paesotto dove anche un ragazzo proveniente dalla campagna (il trasloco alla fine degli cinquanta con un carretto trainato dalla cavalla dei fratelli Dalmaso) arrivava a conoscere e frequentare il figlio, all’epoca figiciotto, di un illustre avvocato come Ettore Gallo (tra i fondatori del CLN vicentino, esponente del Partito d’Azione, torturato dai fascisti della banda Carità, in seguito membro del Consiglio Superiore della Magistratura e Giudice della Corte Costituzionale ).
    Condividendone qualche riunione e le manifestazioni di Arzignano alla fine del 1968, quelle per Avola (dicembre 1968) e Battipaglia (aprile 1969).
    Fino a un incontro a Valdagno (nel 1972 o 1973) propedeutico alla costituzione di “Direzione Operaia”. Esperienza morta sul nascere, una delle sigle che preannunciavano la venuta di AutOp nel vicentino.
    E magari, a mia insaputa, frequentare in due-tre occasioni un appartamento in Contra’ Porta Santa Croce (proprio di fronte alla sede del PCI) restaurato niente meno che da Carlo Scarpa*.
    Oppure diventare amico fraterno di un compagno anarchico di Montecchio. Con cui, oltre a innumerevoli riunioni, volantinaggie manifestazioni (per Giovanni Marini, per Puig Antich, nella denuncia delle condizioni in cui versavano gli “ospiti” dell’ospedale psichiatrico…), condividere le nottate alla Domenichelli (esperienza anche del Trevisan in anni successivi) e nei traslochi con la ditta ”Olimpico”.
    Incontrando, quando andavo a trovarlo a casa sua, la sorella Luisa. Filosofa, femminista e autrice insieme a Elvio Fachinelli e a un certo Giuseppe Sartori (chi era costui?) del fondamentale “L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola” (Einaudi 1971) e del precursore “La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime” (Feltrinelli 1976)**.
    Ma torniamo a Vitaliano Trevisan. Pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.
    Anche se negli ultimo tempi Trevisan si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, terra desolata inflazionata di capannoni, impestata di lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato in libri imprescindibili.
    Lo credevo – allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.
    Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.
    Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
     
    Trovai anche altro.
    Per esempio di poter non solo identificare, ma anche di aver conosciuto personalmente alcuni dei personaggi citati.
    Anzi. Di poterli identificare proprio in quanto li conoscevo.
    Il che conferma quanto già detto. Ossia che almeno fino a tutti gli anni settanta Vicenza rimaneva sostanzialmente un paesotto dove tutti, o quasi, conoscevano tutti. O quasi.
    Per dirne qualcuno, i costruttori di barche a vela di Bolzano vicentino e l’unico di cui parla sempre bene, “l’Eccezione”. Colui che lo avrebbe consigliato di attendere i fatidici cinquant’anni per cimentarsi con “Works”. Un architetto figlio di un amico e collaboratore di Mariano Rumor (più volte ministro e presidente del Consiglio), ma senza ricavarne benefici personali in termini di carriera***.
    Ma soprattutto leggendolo avevo scoperto che come il sottoscritto – anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva sgobbato da facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.
    Cogliendo pure una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.
    Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.Inoltre mi sembra proprio di ricordare che nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora. Sempre con le soidisant “cooperative” (in realtà taroccate, una copertura per il lavoro nero, una variante locale di caporalato).
    E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.
    Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
     
    Comunque va riconosciuto che qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.
    Impietoso o semplicemente lucido, onesto – anche a rischio di apparire cinico – Trevisan sembra non voler concedere attenuanti al nostro devastato (e devastante) territorio: fabbrica diffusa, Terra desolata o paesaggio con rovine (morali, spirituali…) che dir si voglia.
    Parafrasando il suo amato Shakespeare avrebbe potuto sentenziare: “La vita è breve, usiamola per calpestare il Nord-Est”.
    Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
    Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?
    Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
    Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.
    Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….
    Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).
    Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.
    A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…
    Chissà come è andata veramente. Rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…
     
    In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma che avevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.
    Così come ripenso a  “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e alla tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.
    In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.
     
    Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.
     
    Gianni Sartori
     *nota 1: Negli anni ’60 Carlo Scarpa venne convocato dall’avvocato vicentino Ettore Gallo che aveva acquistato il palazzo Brusarosco, (rimasto danneggiato dai bombardamenti) al numero 3 di Contra’ Porta Santa Croce. Scarpa venne incaricato di restaurarlo trasformandolo in residenza privata (in quella che anticamente era la soffitta, con un grande salone illuminato dall’alto e dove venne allestita la collezione di dipinti del proprietario) e in studio al piano inferiore. Oggi il palazzo ospita il Centro di Cultura e Civiltà contadina “La Vigna” e la biblioteca internazionale con più di 50mila volumi (donati dal fondatore e mecenate Demetrio Zaccaria) di studi agrari e cultura del mondo contadino. E qui infilo un altro piccolo ricordo personale. Verso la fine degli anni settanta, dopo anni di facchinaggio e di lavoro operaio, per qualche tempo venni assunto in una libreria del centro storico. Qui conobbi appunto Demetrio Zaccaria che periodicamente veniva ad acquistare decine di libri rigorosamente inerenti al mondo contadino.
    Chiedendomi di mettere da parte eventuali novità. Ricordo come accolse con entusiasmo l’attesa e sempre rinviata pubblicazione del libro “Civiltà rurale di una valle veneta: la Val Leogra” dell’accademico olimpico Terenzio Sartore (scomparso nel 2006). Anche lui lo avevo conosciuto quando si batteva per la realizzazione di un Parco naturale delle Piccole Dolomiti. L’ultima volta nella primavera del 1995 a Campogrosso per un dibattito organizzato da Gianfranco Sperotto di Mountain Wilderness a cui prese parte Alex Langer. Destinato a una tragica fine dopo qualche mese. 
    Ma questa è un’altra storia.
     **nota 2: Persona, Luisa Muraro, che ricordo molto gentile e alla mano. La prima volta che la vidi – ero con Roberto Fini di LC – dopo aver suonato il campanello, venne lei ad aprirci. Evidentemente bastò uno sguardo per inquadrarci. Non ci conosceva, ma senza che avessimo aperto bocca si girò dicendo: “Claudio, ci sono i compagni…”.
    Altri (bei) tempi!
     
    ***nota 3: Tanto per rimanere ancora sulla cronaca locale. So per certo che partì dall’abitazione di costui, del padre intendo, la telefonata con cui il Mariano Rumor, all’epoca ministro e in visita al vecchio amico, ordinò una certa carica contro gli antimilitaristi nel maggio 1972. Proprio davanti alla vecchia sede della questura (di fronte alla sede del MSI dal cui balcone i fascistelli locali applaudivano) quando venne arrestato Matteo Soccio, obiettore totale.
     
    Alcuni dei manifestanti finirono in ospedale (almeno due commozioni cerebrali), altri in questura. Un paio vennero arrestati e portati in carcere a san Biagio.
     
     
     

    Rispondi
  • 19 Gennaio 2022 in 15:14
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    ciao, dato che l’intervista a Paolo Finzi su “Il popolo veneto” è scomparsa (così come l’intero sito) dalla rete, la invio in versione originale.
    Ringrazio per l’ospitalità.
    Gianni

    ADESSO CHE TUTTO E’ FINITO…

    UN RICORDO DI PAOLO FINZI

    (Gianni Sartori)

    Coincidenze? La notizia della tragica morte di Paolo Finzi mi arrivava il 21 luglio (19° anniversario della macelleria messicana di Genova 2001) contemporaneamente a quella dell’imminente sgombero sia di Frigolandia (deposito della memoria antagonista-alternativa degli ultimi 50 anni, oltre che presidio di resistenza umana e culturale) che del Conchetta di Milano. Forse davvero un ciclo si va chiudendo definitivamente e per la mia generazione è il momento di passare il testimone.
    Avevo iniziato a collaborare con “A, rivista anarchica” (di cui Paolo era stato tra i fondatori, quindi redattore e infine direttore per quasi 50 anni) negli anni ottanta. Con un articolo – se non ricordo male – sullo sfruttamento di balene e delfini addestrati per scopi militari. Paolo l’avevo incrociato in precedenza a qualche manifestazione. A Carrara, nel 1972 (a qualche mese dalla morte di Franco Serantini che Paolo aveva ben conosciuto) c’era anche stato un incontro con Alfonso Failla, militante storico dell’anarchismo carrarese, destinato a diventare suo suocero e su cui scriverà una avvincente biografia. La mia collaborazione con “A” fu tutto sommato di lunga durata, nonostante qualche polemica e discussione per i miei spiccati interessi nei confronti di popoli oppressi e minorizzati. Situazioni di cui Paolo diffidava avvertendo talvolta un eccessivo“ odor di nazionalismo” (mentre chi scrive ne coglieva piuttosto l’aspetto legato alle lotte di Liberazione dal colonialismo, dall’imperialismo, dal capitalismo etc.). Alla fine comunque, pur se con qualche riserva, pubblicò anche miei articoli, interviste e reportage su Paesi Baschi, Paisos Catalans e Irlanda. Oltre che su Indios (Moseten, Uwa…), Sinti (vedi l’articolo su Paolo Floriani), Curdi, Armeni e Adivasi dell’India.
    Uscì anche un articolo su “Mio padre partigiano” dove raccontavo oltre che della “brigata Silva” (Colli Berici) anche del nonno “obbligato” e dello zio operaio aggrediti dai fascisti con manganelli e olio di ricino. E per il numero speciale del gennaio 2011 (quarantesimo di “A”) mi chiese di curare l’intervento su “Anarchismi e indipendentismi”.

    In seguito, anche se ci siamo visti di persona varie volte, sia a Milano (dove passavo in redazione) sia in occasione di incontri a Padova, Abano (per un concerto di Alessio Lega), Mestre (presso gli “Imperfetti”) e Vicenza, il solco fra noi era destinato ad ampliarsi. Soprattutto per qualche mia collaborazione con riviste e siti giudicati troppo “identitari”. Per me rappresentava un tentativo di portare nel caotico ambiente autonomista e indipendentista tematiche anti-capitaliste, anti-gerarchiche, ecologiste etc.(fermo restando che riuscirci è sempre un altro paio di maniche).
    La rottura definitiva (dopo un primo temporaneo “congelamento”) risaliva a tre anni fa e sinceramente avevo sempre sperato che prima o poi ci saremmo spiegati e magari riconciliati.
    Invece il 20 luglio, in una stazione di Romagna, Paolo ha scelto di andare direttamente contro la morte, guardarla in faccia e morire in piedi a fronte alta. Una scelta alla Guy Debord degna di lui. Presumo non abbia voluto assistere passivamente al proprio declino dopo una vita trascorsa sulle barricate della Storia, in direzione ostinata e contraria, a pugno chiuso. Da anarchico.
    E mi torna in mente l’ultima volta che ci siamo visti, proprio in un’altra stazione. A Vicenza dove lo avevamo invitato, a Villa Lattes, per parlare del suo amico Fabrizio De André. Dopo un breve rimpatriata con Matteo Soccio alla Casa per la Pace, in attesa del suo treno per Milano (e della mia corriera per il paesello) parlammo a lungo delle radici “partigiane” e antifasciste delle rispettive famiglie.
    Mi raccontò soprattutto di sua madre Matilde Bassani. Partigiana combattente, era cugina dello scrittore Giorgio Bassani e di Eugenio Curiel (ucciso dai fascisti nel 1945).
    Vorrei ricordarlo con questa breve intervista, realizzata quattro-cinque anni fa, dove avevamo affrontato la questione ebraica su cui talvolta erano sorte discussioni (soprattutto in rapporto a quella palestinese).

    Un incontro con Paolo Finzi della redazione di “A, Rivista Anarchica”

    Con Paolo Finzi, ebreo ateo (precisa) e anarchico, abbiamo parlato di antisionismo. “Una questione che – sostiene – generalmente procede in parallelo con l’antisemitismo da cui trae alimento”. Ben sapendo, ovviamente, che i termini “semitismo” e “antisemitismo” nel linguaggio corrente vengono usati in modo improprio. Giornalista, saggista, unico superstite della originaria redazione di “A, Rivista Anarchica”, militante storico della sinistra libertaria (amico personale, tra gli altri, di Giuseppe Pinelli, Fabrizio De Andrè e Don Gallo), Finzi si è occupato a lungo del fenomeno delle persecuzioni, soprattutto di quelle passate e presenti contro Rom e Sinti. Nel 2006 aveva prodotto il doppio DVD con libretto “A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari”. Da anni tiene conferenze (molte nelle scuole) sulla multiculturalità, le persecuzioni, la Memoria. Recentemente presso la comunità cattolica alle Piagge (Firenze), chiamato da don Alex Santoro.
    Presumo che qualcuno avrà da ridire sulle opinioni espresse da Paolo Finzi in merito allo stato di Israele. In ogni caso la sua era una campana che andava ascoltata, altrimenti il “pensiero unico” che scaraventiamo fuori dalla porta poi rientra dalla finestra (o viceversa, non ricordo).

    D. Quale differenza vedi tra antisemitismo e antisionismo, termini spesso usati in maniera indifferenziata?

    R. Premetto che non mi considero un esperto in senso accademico e che le mie riflessioni sono in gran parte legate al mio vissuto. Sorvoliamo pure sul fatto che il termite “semita” viene utilizzato in maniera etimologicamente errata e prendiamo atto che ormai “antisemita” è sinonimo di antiebraico. Mentre l’antisemitismo è un problema storico di vecchia data legato all’esistenza plurimillenaria degli ebrei, l’antisionismo ovviamente è un fenomeno più recente, successivo alla nascita del sionismo nel XIX secolo. Il sionismo si definisce nell’ambito dei movimenti ottocenteschi di liberazione e di costituzione nazionale. Con la differenza (rispetto per esempio al Risorgimento) che si applica ad un popolo disperso in vari paesi e non per propria scelta. Un popolo da riunificare, su principi di libertà e convivenza civile, nella prospettiva della realizzazione di una entità nazionale. Quindi anche l’antisionismo è relativamente giovane, circa un secolo e mezzo. Oggi i due termini si confondono, soprattutto dal 1948 quando nacque lo Stato di Israele, in un contesto e con modalità che i tanti antisionisti attuali ignorano o vogliono ignorare (il che è lo stesso).
    Mi si consenta una battuta. Israele è l’unico posto al mondo dove “uno sporco ebreo è solo un ebreo che non si lava”. Rende l’idea del perché, nonostante l’estrema frammentazione (politica, religiosa, di nazionalità, ecc.), tra Ebrei e Israele esista un rapporto così intenso, profondo… (il che non significa approvare tutto quello che fanno i governi israeliani).
    D’altra parte val la pena ricordare che molti Ebrei prima della nascita dello Stato di Israele erano contrari al sionismo (vedi il Bund, grande sindacato dell’Europa Centro-Orientale). Dopo la nascita di Israele, essere antisionisti assume un altro significato.

    D. Soprattutto a sinistra, ma anche in certa “destra radicale” ( peraltro strumentalmente, ricordando da che parte stavano i neofascisti italiani in Libano) l’antisionismo si presenta come anticolonialista, una scelta di campo a fianco degli oppressi. Questo atteggiamento, a tuo avviso, è sempre autentico o talvolta maschera un razzismo antiebraico di fondo?

    R. Ritengo che molta gente parli senza ben conoscere le cose di cui si occupa. Spesso chi si definisce antisionista non conosce i termini della questione. Si vede in Israele il luogo della confluenza degli Ebrei dopo la seconda guerra mondiale e si da per scontato il carattere anti-arabo e anti-palestinese di questa presenza. Come se gli Ebrei avessero imposto all’Europa (in preda ai sensi di colpa) la costituzione di questo stato a scapito dei Palestinesi. In base a questa lettura l’antisionismo diventa l’opposizione al colonialismo israeliano. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) in particolare abbiamo assistito ad un mutamento politico di gran parte della sinistra italiana (all’epoca rappresentata soprattutto dal PCI) che divenne ostile nei confronti di Israele, spesso mischiando la critica alla politica dei vari governi con la negazione della legittimità dell’insediamento “sionista”,
    Va anche aggiunto che lo stesso sionismo, rispetto alle origini ottocentesche, si è modificato. La questione è molto complessa, densa di problemi. Basti pensare a quanti interessi economici sono in gioco in quell’area, non solo il petrolio.

    Al di là dei singoli episodi (come recentemente in Francia) dovrebbe preoccupare la vasta presenza nella società di sentimenti antiebraici. Da un certo punto di vista l’ignoranza, i pregiudizi, l’opinione che gli Ebrei sono “una setta che pensa a fare soldi”, ecc. e tutti gli altri stereotipi diffusi a livello popolare possono essere più nocivi di Le Pen o del pazzo di turno che compie una strage. Esiste un continuum sociale che in determinate circostanze parte dalla piccola intolleranza o insofferenza quotidiana e arriva fino all’odio generalizzato e alla fine fa accettare tutto, anche le camere a gas.

    D. Il sionismo, la “questione ebraica”, così come la “questione palestinese” in alcuni paesi arabi, talvolta sono apparsi come un pretesto per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni. La tua opinione?

    R. In Europa gli Ebrei, così come Sinti, Rom e altre minoranze o soggetti “deboli” (v. gli albanesi negli anni ’90, i rumeni nell’ultimo decennio…), sono stati spesso utilizzati per coprire le contraddizioni di un paese. A conferma delle teorie che il “nemico interno” al potere serve sempre. Ovviamente è sempre meglio utilizzare quelli con un ruolo ormai consolidato di “diversi”, non-assimilabili, vittime predestinate. E gli Ebrei, sia per la loro perdurante esistenza che per la loro volontà appunto di non assimilazione, si prestano ottimamente. Non si dovrebbe dimenticare che in molti paesi tra i vari filoni dell’antigiudaismo ha giocato un ruolo rilevante anche quello di matrice cristiana.
    Mi piace altresì sottolineare che negli ultimi tempi ci sono stati passi avanti da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Così come, nel corso della storia e soprattutto durante le persecuzioni ad opera dei nazifascisti ci sono sempre stati frequenti esperienze di dialogo e solidarietà da parte di singoli credenti e religiosi.
    Mia madre, ebrea e socialista, partigiana combattente, a Roma, ricercata dai nazisti, riparò in un convento cattolico e lì fu protetta.
    Gianni Sartori

    nda Con il termine sionismo si indica un movimento sorto nel 1882 per “riportare a Sion” gli Ebrei della diaspora. La nascita coincide con una recrudescenza delle persecuzioni nella Russia zarista e con la fondazione a Varsavia del gruppo Chovevè Sion.

    Risale allo stesso periodo la fondazione della prima colonia ebraica in Palestina e la diffusione di “Autoemancipazione” pubblicato da Lev Pinsker a Odessa. Determinante l’impegno di Theodor Herzl per ottenere garanzie giuridiche internazionali a favore degli insediamenti ebraici. Nel 1897 Herzl convocò il primo congresso sionista dando origine alla Zionist Organization (Organizzazione sionista) e al Jewish National Fund (Fondo nazionale ebraico). L’immigrazione divenne più consistente a seguito della “dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917 con cui il ministro britannico si impegnava a favorire la costituzione di una sede nazionale ebraica. Tra i nuovi immigrati era prevalente una componente operaia rappresentata da partiti e movimenti come Poalé Zion (Operai di Sion) e Hapoel Hatsair (“Il giovane operaio”). Nel 1919 nasceva Ahdrut Haavoda (“Unità del Lavoro”) da cui in seguitò si staccò il Partito comunista di Palestina. Su posizioni di destra, il Partito sionista revisionista fondato nel 1924 da Vladimir Jabotinsky. Nel 1931 la milizia giovanile di questo partito, Betar, divenne l’Irgum Zwai Leumi, responsabile dell’attentato al King David Hotel (luglio 1946) e del massacro di Deir Yassin (aprile 1948). Nel novembre 1947 l’Onu approvò un piano di spartizione della Palestina. Allo scadere del mandato britannico, 15 maggio 1948, il comitato esecutivo controllato dai dirigenti sionisti si trasformò nel governo provvisorio della neonata nazione israeliana.
    G.S.

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