Cammini materani/ Laterza-Ginosa, il cammino dei tre cani

27 dicembre…

Esercizio di camminare. Primi passi.

Convinco Daniela e Piero a fare un ‘cammino’. Solo tre giorni, appena dopo Natale. Un frammento di via Ellenica. Percorso dei Cammini Materani. Da Laterza a Matera, passando per paesi che amiamo, Ginosa e Montescaglioso. Devo capire se il liquor che naviga nella mia testa lascia in pace le mie gambe. Mica tanto. E’ la prima volta, dopo il naufragio, che provo a camminare per più giorni.

Non sono riuscito a scrivere a sera. Il mio corpo ha smarrito ritmi. Ne sarò capace? L’idrocefalo non deve amare le discese, forse tracima nella mia testa e paralizza le gambe. La notizia importante è che, trascinandomi, sono riuscito ad arrivare fino a Matera. Grazie ai miei due compagni di viaggio.

Il primo perro, vecchio e simpatico. Ci aspetta di fronte al caffè Letterario

 

Laterza

 

La fontana Fanelli

 

Camminare assieme

Primo giorno. Sette e cinquantacinque del mattino. Ci sarà il bus per Laterza? Piazza Matteotti è per esploratori esperti. Nessun tabellone, non sai dove è la biglietteria (dal tabaccaio, su per via Aldo Moro), salti da un bus all’altro a chiedere: ‘Va a Laterza?’. Un uomo, appoggiato al palo, ci avverte: ‘C’è solo in estate’. Una donna mi fa strani gesti con la bocca. E oscilla il dito per farmi sapere che ‘no’. No, cosa? ‘Non dategli retta’. L’uomo è un tassista abusivo. Fantastico. E’ in cerca di clienti. Noi saltelliamo da un bus all’altro, fino a quando Piero non indovina quello giusto. Mi rannicchio sul cellulare come un ragazzino. E mi risveglio che siamo già a Laterza. Davanti al caffè Letterario. Decido di prendere un caffè che mi ero detto non potevo più concedermi. Chiedo alla libraia se sa darci indicazioni: non si orizzonta per i luoghi di Laterza. Ci incamminiamo lo stesso. E incontriamo un vecchio cane zoppicante e malandato, che aspettava solo noi. Adesso siamo in quattro.

E’ bella Laterza, la mia prima volta a Laterza. Mi sono perso qualcosa. Dovrò ritrovare il tempo perduto. Troviamo le tracce. Un muratore lavora sotto un’impalcatura: ‘Bonus facciata?’. Gesto quasi sconsolato dell’uomo: ‘Non si può lavorare così’. Ci invita ad andare ad affacciarsi sulla Gravina.

Una bicicletta bianca, trasformata in fioraia. La bella fontana Fanelli. Cerco informazioni in rete, mi dirottano sulle recensioni di un ristorante: almeno quattro pagine di Google. Usciamo dal paese, senza conoscere la storia della fontana. Saliamo per via delle Concerie. Adesso mi viene nostalgia del taccuino: questa volta ho usato il telefono come registratore. Risultato: i miei appunti sono distratti, non mi rimandano a un ricordo. La scrittura è più complessa: devi cercare il taccuino, districarlo dalla tasca, lo stesso fai con la penna (sta nel taschino della camicia: devi avere una camicia), è una stilografica, devi stare attento se piove, ti devi fermare, cercare una sincronia fra taccuino e mano, e poi scrivere. Spesso la tua calligrafia diventa un geroglifico. Ma, così, ricordi quando e dove hai scritto quello scarabocchio. Dimenticavo: devi allenarti alla ‘fatica’, non hai mai il taccuino in mano quando serve.

Siamo una pattuglia. Cresce la compagnia. Ci raggiungono un volpino con tanto di collare (glielo hanno messo i ragazzi della ProLoco, affezionati al cagnetto) e un bel bastardo dal pelo bianco. Sono compagni di avventura. Ora siamo in sei. Un cartello, affisso a un palo, ci avverte (wanted!): ‘Non date cibo a questi cani. Vi vengono dietro, cercate di impedirglielo’. Piero e Daniela gridano e minacciano i cani. Ma loro fanno finta di niente. Piero prova in materano. Loro ci guardano e poi ci seguono. Senza esitazioni. Hanno esperienze. Telefono alla ProLoco e informiamo della fuga dei tre cani. Ci seguiranno fino a Ginosa.

Equilibrismi

 

I muretti a secco

 

Masserie (devo tornare, costruire una mappa)

 

Il muretto che vuole essere olivo

Da piazza del Plebiscito saliamo lungo la statale 580. Bello il panorama, a ritroso, verso Laterza. Strada in salita. Fino ad avvistare il mare. Il sole dell’inverno lo trasforma in uno specchio di luce. Non riusciamo a tenere gli occhi parti. Un orizzonte che consente di entrare in un’altra terra.

Perdiamo i segni, disattenti alle tracce, discesa. Le gambe cominciano a paralizzarsi, a trasformarci in legni di un burattino, rallentano, non si piegano. Sento che, lentamente, qualcosa muta i miei muscoli, li blocca. E’ come la voce di Hal 9000. Devo fermarmi. Per un quarto d’ora. Le gambe riprendono, si fermano ancora, il paesaggio è bello, olivi centenari, prati verdissimi, fiori gialli ovunque. Forse non è bene. Vorrei soffrire, ma non soffro: non ho dolore, le gambe vanno indietro, pulsa la tempia, cammino, porto avanti i piedi. C’è un palo sospeso nel vuoto, a mezz’aria. Un muretto davanti a un palo sospeso nel vuoto. Piero ci legge il libro del Nobel Parisi sugli stormi. Sono affranto. Dobbiamo tornare indietro di un chilometro. Il cammino entra fra i confini di una vecchia masseria e scende in un vallone. Forzo le gambe, paesaggio bellissimo. Un piccolo ponte-terrapieno per valicare un torrente. Fino a raggiungere un’altra masseria. Un SanBernardo (un SanBernardo? In Puglia?) caracolla verso di noi. Affondo una mano nel suo pelo. Tre uomini ci salutano. ‘Per Ginosa a sinistra’. Chiedo il nome della contrada. Lo dimentico. Fanelle?

Le piante delle Puglie

 

La pineta San Pellegrino

 

Angelo

 

Dicembre…

 

Dicembre…

Scendiamo per il gradone che scivola dalle colline alla piana marina. Il sole ci inonda, i ricordi (scrivo due giorni dopo, non mi era mai accaduto, solitamente scrivevo subito, adesso anche la mia testa rallenta e i polpastrelli non trovano energie). L’ingresso alla masseria Ricciardi è sbarrato da grandi pietre allineate fra le colonne della strada di accesso. Scavalchiamo. Pineta. Pineta di Murgia San Pellegrino, devo controllare se è così. Un vialetto con una bella staccionata. Come fare a conoscere la storia di questa terra? Da qui passava una diramazione del tratturo fra Brindisi e Taranto. Via di pastori transumanti. Trecento metri nella pineta, poi stradello asfaltato. Un uomo, Angelo, è in mezzo a olivi ben potati. ‘Non ho potato io, sto qui. Guardo’. Come si chiama ‘qui’? Piero mi aiuta a capire: ‘Le pesciar’. Lingua sconosciuta. ‘Il luogo delle pietre’. Forse. I cani sono sempre con noi. Una macchina dei carabinieri si ferma: ‘Dove state andando?’.

 

Riemersione…

Ancora olivi. Il cammino va a cercare la gravina di Ginosa. Risale fino a dove la collina rocciosa si apre e consente la risalita verso gli antichi quartieri della città. E’ un cammino faticoso: il fondo della gravina è un ghiaino che rallenta il passo, lo rende più difficile. C’è fango. Il paesaggio è selvatico, case-grotte si aprono su più piani delle pareti del canyon, villaggi rupestri (il Casale e Rivolta) sono stati abitati fino alla metà del ‘900. Nell’ottobre del 2013, la gravina fu invasa dalle acque, il fiume di pietra si trasformò nell’onda terribile di un’alluvione. Quattro ragazzi furono portati via dall’ondata. Quattrocento famiglie si ritrovarono senza casa. La prima volta che venni qui, alcuni cammini erano ancora sbarrati (https://andreasemplici.it/archives/141839). Adesso infiniti restauri hanno consentito la riapertura di una strada che si affaccia sulla gravina.

La chiesa Madre

I segni del cammino materano conducono fino alla fine della gravina. Io preferisco salire, dopo un tornante, dallo stradello che sale al sagrato della chiesa Madre, dedicata alla patrona di Ginosa, la Vergine del Rosario. E attraversare così tutto il paese. I tre cani sembrano a casa.

Le antiche casa in gravina

Il desiderio di una Raffo. Sosta al bel bar della Cavallerizza. Niente Raffo, ma un eccellente birra cecoslovacca. Cambio le mie abitudini. E chiacchiero a lungo con Giuseppe, il barista. Di vino, della mia storia familiare con il vino. Lui ama i vini piemontesi e conosce i nostri cani-accompagnatori. Mi mostra le antiche stalle. Arriva anche il clown Enzo ed tempo di una intervista.

Abbiamo una casa a Ginosa. Ci ospitano Flavia e Andrea. Per Piero è un ritorno a casa: gli ricorda il lamione di sua nonna. Stiamo bene. Cena in macelleria, dimentico il mio GreenPass. Torno a prenderlo. Esco nuovamente da casa lasciandolo sul tavolo. Secondo viaggio verso casa. I cani ci lasciano, con un ultimo saluto. Avvertiamo i ragazzi di Laterza. Gli  gnummareddi sono una delizia.

La cena vale la pena. Per una sera, possiamo essere carnivori. Torniamo a casa passando sotto luminarie azzurre che formano una sfilata di archi.

Camera-casa-lamione-amicizia

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…a disordinare…

 

Marina…

Dormiamo con la bandiera bianca di Marina Abramović e con le poesie di Gigi Gherzi aperte su un piccolo mobile.

Dove saranno i cani?

Ginosa 27 dicembre (scritto, purtroppo, quattro giorni dopo)

 

 

 

 

 

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