Diario di anni fa, inizio era pandemica

 

Giorno Uno/12 marzo

Il Post (grazie, Luca Sofri) si accorge che El Salvador, piccolo paese centroamericano, ha chiuso le frontiere. Chiunque voglia entrare nel paese dovrà andare in quarantena per trenta giorni. In El Salvador, paese tropicale, a ora, non vi è alcun caso di ‘virusquesto’. Il presidente, Nayib Bukele, è stato molto chiaro: ‘Ho provato a mettermi nei panni dell’Italia…’. Come a dire: se noi avessimo chiuso il paese al tempo dei primi casi cinesi ora saremmo ‘al sicuro’. E’ che la storia non si fa con i ‘se’…

Mi vengono in mente idee che non condivido (copy di Altan: un mito armato di matita): Nayib Bukele è una storia dei nostri tempi, di questi tempi latinoamericani in particolare Ha 38 anni, è un potente uomo di affari, proprietario, secondo alcuni giornali, della Yamaha salvadoreña e di media del suo paese: origini palestinesi, suo padre è imam della comunità musulmana, lui sfugge alle domande sulla religione. Dice di credere in dio e non nelle religioni. Uno così è stato capace di entrare nel Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale, il vecchio fronte guerrigliero del Salvador, diventato un partito molto controverso. E’ stato sindaco della capitale a 34 anni. Due anni fa è stato espulso dal Fmln, così a naso ha un carattere alla Trump, Nayib. E, del resto, si era già costruito il suo potere: Bukele è diventato presidente del suo paese grazie a un partito nato dalla scissione dell’Arena, storico (e dalla fama oscura) partito di destra. Bel tipo, Nayib, meno di un mese fa, fece irruzione nell’assemblea legislativa guidando un manipolo di soldati e poliziotti pesantemente armati, si sedette sullo scranno più alto e, di fronte a trentuno deputati, disse: ‘Ahora creo que esta muy claro quién tiene el control de la situación’. Voleva che il parlamento salvadoreño approvasse una legge che consentiva al governo di negoziare un prestito di 109 milioni di dollari. Insomma, ha modi spicci, Bukele. Può prendere la decisione di chiudere le frontiere del suo paese, come i cinesi usano i droni per controllare la loro popolazione.

Chi prende le decisioni in tempo di emergenza? In tempo di epidemia? Tutti i nostri aggrovigliamenti attorno alla parola ‘democrazia partecipata’ negli anni di una tranquillità salottiera, hanno valore in questi giorni? Droni o responsabilità? Militari in parlamento o coscienza personale che diventa collettiva?

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Partita splendida fra Liverpool e Atletico Madrid. Partita irreale. E’ stata come una grandiosa festa da ballo mentre era già scoppiata la guerra mondiale. Dall’Italia imprigionata sembrava di assistere una partita da videogioco: non sembrava possibile che quelli stessero giocando per davvero. Cinquantamila tifosi allo stadio, tremila venuti dalla Spagna, ebbri di felicità per un’impresa fantastica. Simeone era fuori di sé, correva come un matto, come ci ha abituato da sempre (e per questo lo abbiamo amato): scena shakespeariana, non poteva non sapere che quella era l’ultima partita, non se ne giocheranno altre. Non potevano non saperlo i tifosi sugli spalti. Confesso, anche io ho pensato: ‘Che sfigati, questi dell’Atletico, quest’anno la vincevano davvero la Coppa dopo aver perso sempre alla finale’. A Liverpool, al mattino, si sono risvegliati con dieci casi positivi. E il premier britannico Johnson, dai modi sempre diplomatici e attenti, ha avvertito: ‘Molte delle nostre famiglie perderanno i loro cari’.

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Cominciamo ad attrezzarci: corso di yoga on line. Dov’è il mio sassofono? Ho (avevo) una vita sgangherata: dove sono i miei vestiti, le mie medicine, i miei quaderni, i miei hard-disk? Corso on-line su ‘come funziona la musica’. Beh, questa sarebbe una bella storia, mi date una mano? Vincenzo Greco, possiamo cominciare il nostro corso di video? Qui hai due allievi.

Dovrò pensare a darmi disciplina e orari. Ho scritto l’editoriale di Erodoto, ci annodiamo in discussione con i redattori, vorrei scrivere una bella storia su Cabo Polonio, luogo di magia in Uruguay, ho cinquemila foto da sistemare (in realtà ne ho centomila disperse in hard-disk che non ho con me), la farmacia ha esaurito le mie medicine, fuori c’è una struggente campagna toscana.

Vorrei invitarvi: mandate le foto di ciò che vedere dalle vostre finestre. Nella foto: dalla finestra di casa di Andrea, Greta e Lapo. Che mi ospitano in questi giorni di esilio.

Penso che sia il tempo della generosità. E di mettere dei contenuti in quella parola che ogni tanto ripetiamo: ‘responsabilità’, ma che siano contenuti allegri, reali, seri, serissimi, ma giocosi…

E lasciate una canzone per i vostri amici e per chi non conoscete. Comincio Elisa e Francesco De Gregori:

È che mi voltavo a guardare indietro/E indietro ormai per me non c’era niente/Avevo capito le regole del gioco/E ne volevo un altro uno da prendere più seriamente

https://www.youtube.com/watch?v=sPAodJr6a00…

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Giorno due/13 marzo

Pasquale Stasi mette su una foto (e non sa quanto bene mi fa): come ogni anno, sono tornate le cicogne nere sulle Dolomiti Lucane. E’ una coppia – ci scrive –, arriva dalle Afriche, hanno attraversato il deserto. Ora si stanno nuovamente corteggiando. Nidificheranno. Nasceranno nuove cicogne. Ripartiranno.

Metto il naso fuori casa di mia figlia. Spesa alla Coop: si entra quattro per volta, ma il negozio è davvero piccolo, ci si sfiora andando in su e in giù per gli scaffali. Farmacia: finita la mia medicina, un farmaco comune, forse lunedì arriverà: ho pastiglie per quattro giorni, ce la posso fare. Le mie riserve sono sparse in altre case: il mio sistema di emergenza non prevedeva l’esilio. Applaudo a Gianni, edicolante del paese che mi ospita, chiosco accanto al ponte: è aperto, che piccola felicità comprare giornali e riviste. Leggo Conchita appoggiato alla spalletta. Ogni tanto guardo le anatre che zampettano nella fanghiglia del torrente.

Penso: sarei rimasto molto volentieri in Uruguay, anche con la consapevolezza che non sarebbe stata zona immune all’infinito, sono arrivati anche là i primi casi, contagi che arrivano dalla Lombardia: che nemesi, davvero. Amici cari, in quel latinoamerica, offrivano case e accoglienza. Gesti di generosità. Non abbiamo scelto l’esilio. Abbiamo preso l’ultimo aereo. Ma dov’è la mia casa? Cosa fa casa? Dov’è il mio sassofono (che non suono, ma è compagno di letto?)? Dove sono i miei hard-disk? O le mie analisi mediche? O i libri che mi porterei dietro in ogni angolo del mondo? Cosa fa casa?

Un tempo volevo fotografare amici e conoscenti con l’oggetto, il solo oggetto, che avrebbero salvato dall’incendio della loro casa. Capitava che al Sud, tutti scegliessero un oggetto che ricordava la famiglia. Al Nord, quasi tutti si guardavano attorno e afferravano computer o cellulare (con mille, sacrosante ragioni). Dovrei riprendere questo ‘progetto’.

Al chiosco (chiuso) del paese siedono due vecchi (la mia età, insomma). A distanza ragionevole. Si scambiano le battute di sempre. E ci prendono un po’ in giro. Salutano tutti i passanti. Io non sono di questo paese. Mi piace pensare che loro vanno, come ogni giorno, a farsi compagnia. Con tutta la prudenza necessaria.

L’ordine dei giornalisti mi dice: per quel che sappiamo, lei può andare a fare fotografie in città. E’ che poi dovrei tornare in una casa dove siamo in quattro.

Il mio esilio è in campagna. Olivi, colline toscane, siepi, alberi che stanno fiorendo. Si può passeggiare, qualcuno corre lungo gli stradelli, genitori con le carrozzine. Ora d’aria. Da una prigione ancora comoda.

L’uomo dà consigli: quando torna a casa metta in lavatrice scarpe e vestiti. Non appoggi i gomiti sul muretto. E’ brusco, innervosito. In coda, qualcuno, come sempre, come è inevitabile, affida il posto a un familiare, a un amico. Torna. E, naturalmente scatta: ‘così non si fa, troppo comodo’.

Un’amica medico mi racconta di un lungo videoincontro fra anestesisti. Stremati, dopo giorni di fatica che non possiamo nemmeno immaginare, si sono riuniti per scambiarsi consigli, meccanismi, protocolli. Raccontano ‘cosa hanno fatto, come lo hanno fatto’. Si danno mano l’un con l’altro. Parlano per due ore. Vi è aria di generosità in giro.

Italo non ha ancora cancellato le sue promozioni: 40% per la festa del papà. Ducentomila posti a disposizione. Qualcuno avverta l’algoritmo del marketing. Già, ci accorgiamo che gli algoritmi non ragionano come noi. Diciamo che non ci si può parlare.

Il mio cineclub di Padova, mette a disposizione per i suoi soci un film che ancora non è in dvd. Grazie, un piccolo applauso a voi. Ce lo vedremo in quattro, vi avverto. So che non ve ne avrete a male. Il Manifesto abbatte il suo paywall e ci consegna gratuitamente il giornale (andate anche in edicola a comprarlo, se potete). Sì, c’è aria di generosità in giro.

C’è una piccola lapide, quasi invisibile, sulla facciata di una casa dello slargo fra fiume e ferrovia nel paese che mi ospita. Ricorda un medico: Giuseppe Pucci da Filicaia. Mi incuriosisce. ‘In memoria di perenne gratitudine’…il web mi aiuta: Giuseppe Pucci è stato il medico condotto del paese fra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Era nobile di origini, ma accettò questo incarico. Rinunciò anche a parte del suo stipendio (ehi, Pepe Mujica, c’è qualcuno come te). A volte veniva in aiuto delle famiglie più povere. Morì in un incidente motociclistico.

 

Giornata Tre/14 marzo

La giornata (nebbiosa al mattino, poi il cielo si è rischiarato, stiamo con le finestre aperte e fuori la primavera ci appare timida, come se non volesse esibirsi troppo, come se avesse comprensione per noi, ma rassicurarci, questo sì, lo fa con generosità)…la giornata, dicevo, è felice per la notizia che Lapo mi dice all’ora di pranzo: ‘Li hanno liberati’. E capisco subito: Edith e Luca sono liberi. Dopo quindici mesi sono liberi. Forse, dalla nostra reclusione di lusso, possiamo capire ancor meglio cosa sia la libertà. La sensazione della libertà. Quella che ti sfiora la pelle e a cui non badi quando sai che puoi salire su una nave e salpare (niente da fare: Sardegna irraggiungibile). Li vedo, Edith e Luca, a Bamako, li vedo e penso che sono bellissimi. Adesso, Silvia, adesso Silvia, è il secondo pensiero. Quante volte ho cominciato le mie chiacchiere pubbliche dicendo: ‘Non dimentichiamoli’. E poi ci sono Paolo, Pierluigi, Nicola…oggi, per dieci minuti, la mia pelle ha i brividi.

E i pensieri si confondono. Liberi a Kidal. Immaginate Kidal? Sabbia, sabbia, sabbia. Edith e Luca che sfuggono ai loro sequestratori, chiedono un passaggio (un passaggio a Kidal?) e si fanno portare dai soldati Onu. Va bene, non è importante. E’ una buona ragione per andare a comprare del vino.

Il mio esilio di lusso è nelle campagne alle porte di Firenze. Sì, c’era la nebbia al mattino. Gli olivi del campo apparivano e scomparivano. Il privilegio è poter camminare nei campi. C’è una donna incinta che passeggia al bordo della vigna, dice che partorirà a casa. Andiamo a prendere acqua (al fontanello, in una minuscola frazione, non entriamo nemmeno in paese. Viva i sindaci e la ‘loro’ acqua), Andiamo anche a cercare il vino. Sappiamo che Franco ha le botti. Andiamo a trovarlo. Grande casa colonica, arruffata e bella come un casolare toscano. Arriva con il trattore. Non possiamo darci la mano, stiamo a distanza. Penso che vi è qualcosa di teatrale in questa scena: parliamo a tre metri di distanza. Della campagna, dei lupi che hanno ucciso la manza e il caprone e lui ha smesso con gli animali, della caccia, degli antenati della sua famiglia. ‘Sono risalito fino al 1640, siamo sempre vissuti qui’, ci dice Franco. E’ questa ‘casa’? penso in un secondo. Franco è il popolo toscano, fiorentino, quello delle colline, quelli che hanno creato il paesaggio di questa regione. Ha il pessimismo del contadino come difesa, ma i suoi conti sa farli: ‘Un tempo questa era una grande azienda…’. Sulla porta c’è il nome di Carlone, suo padre. ‘Ora fa male vederla così. E poi c’è questa storia del virus’. Autocertificazione per andare a prendere i semi delle patate. ‘Quelle devo seminarle’. Dice: ‘Il contadino avrebbe dovuto scrivere quello che sa’. Come a dire: così il mondo saprebbe cosa fare oggi. Orgoglio. Io penso che Franco se la caverà meglio di noi e la sua vita, per ora, non è cambiata di molto. Ci offre caffè e grappa. ‘Non è per i soldi, è la passione per la terra’. Usa proprio queste parole: passione… Poi accusa i ‘protezionisti’: ‘Non si sono resi conto che gli equilibri si erano spezzati’. Ce l’ha con i lupi. Poi dice: ‘Non sono lupi, sono ibridi’. E se il ‘virusquesto’ ci aiutasse a parlare fra ‘diversi’?

Alla finestra del cascinale di Franco, bambini hanno appeso il panno: ‘Andrà bene’. Incrocio le dita. Fotografo. Così. Sono in bilico fra ottimismo e pessimismo. Il lenzuolo, alla fine, mi mette addosso un po’ di allegria. Chisenefrega se, per un momento, ho pensato alla retorica. Datemi un po’ di retorica. Oggi ne ho bisogno.

Un’amica oltre il cancello. Per lei ‘quarantena’. Un parente di un suo collega è positivo. Lei si è messa in casa. Aspettiamo, day by day. La sensazione è che niente ne sappiamo e qualunque previsione è priva di senso. Ma le pubblicità dei giornali e della televisione continuano a suggerirci di comprare auto e abiti griffati. Geniali quelli di una università: ‘Se non potete uscire, preparatevi almeno a entrare’: corsi online per i test della prossima estate. Riuscirebbero a ricavare slogan anche mentre stanno naufragando.

Solo Adriano sembra ricordarsi delle carceri. Il ‘virusquesto’ ci mette di fronte a tutte nostre oscenità, le nostre fragilità, le ingiustizie invisibili. Da quanto scrive Adriano, apprendo che a Modena il 65% dei detenuti sono stranieri. Il 55% ha problemi psichici. Negli Stati Uniti vi sono due milioni e trecentomila detenuti e solo 165mila sopra i 55 anni. ‘La questione non è se il virus entrerà nelle carceri, ma quando’, scrive Adriano. E allora sarà ‘la tempesta perfetta’. I detenuti ci sputeranno in faccia il loro rancore. Abbiamo davvero da ricostruire un mondo. Cominciamo?

Enza mi manda una favola, so che Elisabetta le sta leggendo e le mette in rete. Greta, Lapo e Andrea fanno i cavatelli. Istruzioni via cellulare da un’amica pugliese. Greta ha un bel tocco di dita, affinerà le sue abilità con un corso in Lucania, ad inventarsi un mestiere. Mando le foto dei suoi cavatelli ad Accettura e arrivano i complimenti.

Chiamo E. a Bergamo. Non è la sua solita voce che sa di torrente di montagna. Ne capisco la fatica. ‘Qui si muore’. Stiamo al telefono a lungo. Lei lavora in un’associazione di assistenza: mense chiuse, preparano borse di cibo e le passano dalla porta. Dove vanno i senzatetto nelle giornate e nelle notti del ‘virusquesto’?

Mi scrive G. da Matera. Il loro lavoro non si ferma: assicurano cibo ai senzatetto, ai ragazzi migrati (oramai tutti senza lavoro nella città che aveva vissuto il boom del turismo), a chi non ce la fa. ‘Amore e speranza da asporto’. Vi è un filo rosso di generosità in questo mondo.

Ci colleghiamo al link del cineclub Lux di Padova. Un film potente, difficile, duro. Mi accorgo di non sapere un bel niente sull’Orestiade. Questo è ‘Interruption’ di Yorgos Zois, talentuoso regista greco. Credo di aver capito ben poco, ma, come spesso mi accade, intuisco che c’è qualcosa di molto importante sotto le immagini che mi passano davanti. Di questi tempi si fanno promemoria: provare a scorrere le pagine (sarà uno schermo, maledizione) dell’Orestiade. Capirne qualcosa, breccia nella nuvola del ‘non sapere’. E se la promessa non sarà mantenuta, l’importante è essersela sognata prima di addormentarsi.

Dormo assieme a tre piante di avocados. Ci dividiamo l’ossigeno.

La canzone di oggi è The sound of silence nella versione di Silvia Peréz Cruz, ascoltata nel film ‘La noche de 12 años’

https://www.youtube.com/watch?v=GnRyFVmqocA

#esilio

Aveva 63 anni: grande, dottore, in quegli anni andare in moto alla sua età, ce la vedo, ce la vedo…. Lavorava all’ospedale di San Gallo, a Firenze, e a sera visitava i suoi pazienti nelle campagne della valle dell’Arno. Mi piacerebbe che qualcuno mi raccontasse la sua storia. Sul web, c’è una frase che mi colpisce: ‘solo gli immigrati degli ultimi anni si chiedono incuriositi chi fosse mai quel dottore’. Solo gli immigrati…

Questa è la canzone di oggi: Across the Universe

https://www.youtube.com/watch?v=90M60PzmxEE

#esilio

 

Giorno, quattro, 15 marzo

Mi ero dimenticato che volevo imparare il ritmo de ‘L’Infinito’. (l’avevo promesso a Giorgio Consoli)

Mi ero dimenticato che ogni giorno, appena sveglio, volevo leggere una poesia. A voca alta.

Adesso che c’è tutto il tempo del mondo, dimentichi?

Ho la sensazione che il tempo scivoli con molta più velocità del solito. Paradosso. Eppure vado a letto molto tardi, mi sveglio verso le sette, poltrisco guardando il sole giocare con gli avocados con i quali divido l’ossigeno della notte. Comincio ad affezionarmi al mio sgabuzzino. Sta a vedere che è vero: dove mi metti, io sto…rimane senza risposta la domanda: cosa è casa? Cosa fa casa?

Gli uccelletti, insistenti e dolcissimi, cantano fuori dalla finestra. L’albicocco è fiorito, aspettiamo i frutti. Cominciamo ad accorgerci che senza i braccianti africani e europei dell’oriente non sapremo come raccoglierle. Di quante cose stiamo accorgendosi?

A Sarajevo illuminano con i colori della bandiera italiana la vecchia biblioteca nazionale. Era stata incendiata e distrutta nei tempi dell’assedio. Lo stesso è accaduto a Mostar: si è accesa di bianco, rosso e verde l’arcata a gobba d’asino del ponte: era stato abbattuto nei tempi della guerra. Chi ha vissuto guerre e assedi ricorda, con solidarietà e gratitudine, quando una generazione di italiani fu capace di fare in Bosnia.

Adesso sappiamo di guerre e assedi. Ancora di lusso.

Che il destino abbia un senso? La gente di Bosnia, oggi, è solidale con l’Italia. Ci sarà un tempo nel quale una ong angolana o congolese sbarcherà nel nostro paese con progetti di cooperazione. D’altra parte sono arrivati medici e mascherine dalla Cina. Come reagiremo quando saremmo oggetto di un progetto di ‘capacity building’? Gli africani sapranno inventarsi altro per noi, ne sono certo. E’ il tempo di inventarsi altro.

Telefonata dal Sahara: i tuareg torneranno in deserto. Si accamperanno sulle antiche dune, hanno con loro i greggi di capre e hanno nella pelle il loro sapere vivere in terre ostili (e bellissime).

Due amici fiorentini sono andati a vivere nella loro ‘capanna dei boschi’ accanto all’orto. L’orto ha bisogno di cure in queste settimane. Walden, la vita nel bosco.

Cammino fino al paese. Farmacia chiusa (due pastiglie superstiti), Coop chiusa. Ma l’edicola era aperta: mi confermano, mai venduti tanti giornali come adesso. Guarda un po’. Otto chilometri fra andare e tornare. Ascolto il mio fiato: come evitare di pensare che qualcosa si affanna? Ci metto un paio d’ore, sono lento. Penso che ho l’affanno, scaccio il pensiero. Incontro altri camminatori e passeggianti. Ci salutiamo. C’è un cerchio di sei persone di fronte alla fattoria. Bello, è una scena teatrale, stanno a distanza di metri e si parlano. Da lontano vedo le parole veleggiare nella brezza di vento, si disperdono fra gli olivi, rimbalzano sugli alberi e raggiungono le orecchie degli attori-passeggianti. ‘La badante sta salvando mia madre, ma chiama casa e mi dice che non ci raccontano della Romania. Stanno ammalandosi tutti, là…’. Ma poi sorridiamo di noi che stiamo sperimentando un nuovo stare assieme. I vicini imbandiscono una tavola lussuriosa: vino e pane e apparecchiano all’aperto.

Una ragazza mi racconta che le prostitute non hanno smesso di lavorare. A casa. ‘Quando va giù l’adrenalina, vi è chi la cerca. Una tossicodipendenza’. Alle prostitute non avevo proprio pensato. Ai loro clienti non avevo pensato. ‘Diamo loro una mascherina rosa acceso e i guanti’. Tanto ai clienti interessa solo una parte per il tutto. Dovremo pensare a bambole gonfiabili per gli ossessi e i bisognosi.

Chiamano da Montevideo. Ne ho addosso ancora l’odore, l’aria, il sapore. Penso ai ragazzi del cafè 11.11, al loro stare tutti ammucchiati uno sull’altro. Cosa faranno all’hostal Circus? Dove sarà la ragazza dal braccio tatuato? Il virus è arrivato sul Rio de la Plata. Vedi accadere il replay surreale dei nostri giorni già passati. Mi raccontano che uno stilista è rientrato da Milano e se ne è andato a una festa di matrimonio…scorrono le storie, chiudono le scuole, chiudono le frontiere.

Questo è il giorno numero Quattro. Mi attraversa un pensiero: e se scriverò (vivrò) il giorno sei, il giorno dieci, il giorno trenta, il giorno cento…

Friggo le patate, vengono bene, scopro che qui ci sono piccole riserve di za’atar. Già sento l’acquolina in bocca, il solo rimprovero che posso fare all’Uruguay è la monotonia della sua cucina. Ma ho nostalgia perfino della milanese, la mila, come diceva la cameriera dal viso indio di Punta de l’Este.

Film alla sera, in quattro sul divano, dovrei mettermi gli occhiali, non leggo i sotto titoli. Snowden, consigliato da Letizia. Mando a Montevideo le foto dei ragazzi del cafè 11.11. E intuisco la loro felicità di stare assieme.

Oggi è il tempo di una poesia raccontata come uno spoken word. Grazie a Gigi che ci ha fatto conoscere Kate Tempest (dovrebbero esserci due suoi libri ad aspettarci a Matera, vero Antonio?).

People’s faces..

https://www.youtube.com/watch?v=aRULtXn6W0s

Well, here we are, dancing in the rumbling dark/ So come a little closer, give me something to grasp/ Give me your beautiful, crumbling heart

Bene, siamo qui, nel brontolio dell’oscurità. /Vieni più vicino, dammi qualcosa da afferrare./Dammi il tuo bellissimo, cuore spezzato

(come è difficile tradurre una poesia…aiutatemi, aiutami Gianluigi Gherzi).

Mandate foto dalla vostra finestra.

 

Giorno Cinque, 16 marzo

Forse, se non lascio passare troppo tempo, i primi sei ‘endecasillabi sciolti, dell’Infinito hanno attraversato i fiori gialli e la siepe che ‘da tante parte dell’ultimo orizzonte’ ci separa dal torrente e ‘il guardo esclude’. E da qualche parte hanno trovato un piccolo nascondiglio nella mia spalla (ecco, perché non li trovavo, sono imprevedibili le poesie, le cerchi nella testa e loro sorridono con qualche beffardia fra i peli delle ascelle. Se la godono, insomma…)

F., ce ne vorrà per il V canto (era il V canto?).

Al mattino mi chiama un poeta dall’Irpinia (no, non da Bisaccia, Franco lascia poesie nei miei quadratini di Messenger: grazie. Mi chiama Gaetano, invece). Mi dice: ‘Grazie per l’attenzione’. Ha voglia di parlare, io di ascoltare. Dice di quando raccontò a sua madre che se ne andava a Paestum e invece si ritrovò a Marsiglia (che gioia, andare a Marsiglia). Sbuffa Gaetano: ‘I poeti non possono essere predicatori’. Ce l’ha, come molti di questi tempi (ma io so che lui ce l’ha da sempre, come me, in fondo) con ‘il sistema’: ‘L’economia ha tolto ogni valore alle gocce del sudore degli uomini’. E so cosa pensa, la penso come lui, anche se il mio sudore non è mai stato troppo copioso. Lo vedo, Gaetano: sta parlandomi in piedi, gambe leggermente allargare, un sigaro nell’altra mano, i jeans e la cintura. Promette di conservare un sigaro per me.

Quante promesse ci facciamo: un sigaro assieme, una notte a Piano Terra, giorni a Sella, al mare, un mettere assieme pagine con Giuseppe, ‘dire’ una poesia per il festival di Milano, a chi ho promesso che sarebbe stata la prima persona che sarei andata a trovare se questa storia finisce?

Arrivano le foto degli amici: ho chiesto: cosa vedete dalla vostra finestra?

Vorrei che Erodoto108 facesse il suo dovere di ‘giornale’, che sapesse raccontare, che trovasse un suo modo di stare nel mondo di oggi.

Decidiamo di cominciare un’indagine antropologica in questa valle. Il mio ‘esilio’ è di lusso: attorno vi sono le campagne toscane, boschi di querciole, olivi, orti, casolari sparsi. Proviamo a conoscere i nostri vicini? A distanza. Dobbiamo fare una geo…geononricordocosa…siamo un giornalista e una antropologa-economista. Lei disegna la mappa: la strada che percorriamo. Risaliamo la piccola valle. Abbiamo bisogno di una keyinformant. Andiamo a trovarla. Credevo che abitasse più vicina: diciamo tre chilometri, in salita, ci sono due ragazze con un cane davanti a noi, l’antropologa costruisce davvero una mappa della strada, io fotografo. C’è la lapide che ricorda un eccidio nazista. Un partigiano russo, diciassette combattenti italiani, sette civili uccisi nell’agosto del 1944. Quando era già chiaro chi avrebbe vinto la guerra. L’uomo non sa fermarsi: perché non ‘smettere’ quando ancora vi è un frammento di tempo per ‘cambiare il destino’? La lapide è quasi coperta dalle edere, sul muro superstite di una vecchia cappella crollata. Vorrei saperne di più. So solo che è ‘la lapide di Citerno’.

Scopriamo che in valle: c’è un odontecnico che vive in un mulino; che un uomo salì dal Gargano fino a qui per amore e si costruì una barca per nostalgia del mare; che vi sono molisani che riparano tetti; che c’è il più vecchio chihuahua – si chiama Aurora – della Toscana che fa ammattire di passione un lupo; che Gea non si avventura in terra di altri cani; che Franco ce l’ha con i vecchi enologi che hanno reso i vini ‘tutti uguali’ e che il Chianti si fa anche con le uve bianche; che qui vive una educatrice in pensione del carcere di Sollicciano e che una donna tedesca ha le pecore. Che si può cominciare a mettere a dimora le cipolle. Discussione aperta: ‘Se sono maggiaiole, sì’, mi mette in guardia Ivan dal Sud.

Insomma, qui vive una comunità di ‘intellettuali’ che hanno lasciato un’agiata borghesia per una campagna. Riusciranno a parlarsi e fare la fatica di comprendersi con chi, in questa terra, ha lasciato la sua fatica immensa, la sua fame immensa, il suo ‘non avere alternative’. Noi, le alternative le abbiamo avute. Come si vive senza alternative?

Passeggiamo nel bosco. E’ bellissimo.

A proposito di religioni: i neocatecumenali, a fine febbraio, non trovano di meglio che scambiarsi calici. Quattro paesi del Sud si ritrovano reclusi, imprigionati, conosco bene quelle terre. Del resto, in Inghilterra hanno corso maratone l’altro ieri. C’è della follia in giro. Leggo sul sito di RadioMaria: ‘Alcuni sacerdoti, come l’archimandrita Filipp, rappresentante della Chiesa russa presso le istituzioni europee a Strasburgo, ritengono che “anche se è terribile ammalarsi di questo grave virus, che può portare anche a un esito letale, sarebbe ancora più grave se per questo ci privassimo della sacra comunione o della stessa liturgia, il grande dono di Dio’.

Mi chiedo è giusto che io scriva riporti queste storie (non le ho verificate, mi fido del web, ho amici in quei paesi del Sud), posso immaginarne le reazioni e credo che la Chiesa stia dando, come tutti, grandi prove. Io lavoro per giornali cattolici e sono fra i luoghi migliori nei quali darsi da fare. La lezione che vorrei sempre rispettare: ‘se qualcosa ti imbarazza, scrivilo, scrivilo. Là dentro ci sta ‘qualcosa’. Se qualcosa ti fa vergogna, scrivilo, scrivilo’.

Sorrido alle pubblicità: quelle delle auto non sono ancora cambiate. Guardo passare una velocissima macchina rossa: dove sta andando? E chi sta andando a comprare un’automobile in questi giorni? E un parafarmaco anti-influenzale? Che effetto mi fa ascoltarlo fra il tg e un film? Abbiamo portato dall’Uruguay la magica crema del dottor Selby: un toccasana. Qualcuno avverta che il mondo non è più lo stesso. Mi mettono anche in guardia che c’è un restringimento di corsie fra Ginestra e Montelupo fiorentino. Farò tesoro di questa informazione. Ripensarci, dai proviamoci…

Annalisa, amica fotografa, è in esilio in Abruzzo: oggi sta imparando a usare la motozappa.

Con Milton, poeta uruguagio, parliamo a lungo dei suoi giorni antichi sull’oceano, a Cabo Polonio (ne ho scritto qui: http://www.andreasemplici.it/…/uruguay-la-dolce…/

). Lui ci andò con una ‘fidanzatina’ quando era ragazzo. Cammino sugli scogli e la sabbia, dalla Barra fino al Cabo, una decina di chilometri. E ricorda il clamore dei lupi e dei leoni di mare. Lo rassicuro: sono ancora lì, ci aspettano. Abbiamo voglia di saudade.

La magnolia dei vicini è nel suo splendore. Lei annuncia, ma non è indifferente alla sorte delle donne e degli uomini: anche la Natura ha bisogno dell’umanità. ‘Primavera non bussa, lei entra sicura’.

Oggi la mia canzone è davvero una nostalgia. Ricordo le lacrime mentre in moto andavo a un concerto di UmbriaJazz e mi sorpresi a pensare – canticchiando – che non l’avrei mai più rivista:

‘Lontano lontano’, nella versione di Enzo Jannacci:

https://www.youtube.com/watch?v=0k0jQGeuwec

Nella versione di Nada:

https://www.youtube.com/watch?v=r5rRTewgva8

Spero che Vittore Buzzi mi perdoni se la foto non è ‘di ricerca’, ma, con i fiorai chiusi, ho voglia di donarvi i fiori della ‘mia’ magnolia.

Buoni giorni, ragazzi.

 

Giorno Sei, 17 marzo

Cosa si scrive dopo una giornata passata senza mettere il naso fuori? Senza aver scattato una sola foto? Non è che abbia ciondolato: il tempo non mi basta, mi distraggo di continuo, è vero: credo di avere il dono della curiosità, non certo quello della continuità (avrei voluto scrivere: costanza). Comincio venti libri e ne porto in fondo solo uno, fra mille divagazioni. Forse mi afferrano solo i noir, alla fine dovrò ammetterlo. Funziono se qualcuno mi dice: ‘Fai questo!’.

Cosa mi ha colpito durante le ore del giorno? Cosa mi torna alla mente fra le ‘notizie’? E’ che mi sembrano tutte uguali. Vediamo: gli zapatisti hanno chiuso i caracoles, mi infastidisce un po’ che anche loro se la prendono con i ‘malogoverno’: forse dovremmo essere diversi noi e non guardare al passato. Ora, come non mai, c’è da pensare a un futuro, pensarlo, progettarlo, sognarlo. A partire dalle nostre teste, senza sdegni o desiderio di rivincita. Sono davvero infastidito (dovrei trovare un altro verbo) da chi dice: ‘Se…se…’, ‘se avessimo fatto….’. Oppure: ‘ve lo avevamo detto….’. Hanno ragione (inquinamento, distruzione della natura, alterazione dei suoi equilibri, smantellamento dello stato sociale, violenze, ingiustizie…), ma non è tempo di ‘guardare avanti’, senza alcun risentimento, rancore, superbia? Se siamo tutti nella stessa barca, siamo davvero tutti nella stessa barca: ornitorinchi e serpenti, panda e lupi, leoni e chihuahua. Facciamo salire anche i pipistrelli? E i virus sono organismi viventi? Noè, cosa facciamo con questi? chiese il marinaio al vecchio comandante? ‘Prima le donne e i bambini’, gridò il capitano del Titanic e rimase nella tolda di comando. Al sicuro, nei nostri esili casalinghi, cosa pensiamo che faremo? Coscienti che nessuno di noi sa prevedere cosa farà nel momento della crepa.

Ho trovato bella la foto di Francesco che, a piedi, sul marciapiedi, se ne va a pregare nella chiesa di San Marcello (a due passi dal Vaticano). Il papa, quattro guardie del corpo a cinque metri di distanza, due auto per ogni evenienza e un ciclista solitario che passa di lì: cosa gli sarà passato davanti agli occhi nel vedere quel vecchio in bianco. Camminata privilegiata, ma non credo che Francesco abbia violato regole di sicurezza.

Eduardo y Sonia mi scrivono da Managua. Per alcuni anni, per qualche giorno, siamo stati ospiti del loro hospedaje. Ne ricordo il piccolo giardino esuberante, il gallo pinto al mattino, le chiacchiere alla sera, la comida alla fritanga in quella stradina buia (Emmanuelle, ricordati che una promessa ce la siamo fatta). Ci sono fili fragili e ostinati nella vita di ognuno di noi. Silvana chiama da Montevideo. Maria de los Angeles (Maria degli Angeli) scrive da Las Piedras. Nati scrive da Addis Abeba preoccupato per noi. Dini, da Axum, mi dice che hanno messo gli studenti in isolamento (come immagino un isolamento in Etiopia?). Lauro, sempre a Montevideo, non potrà più andare ai suoi caffè. Daniele, come farà Daniele, a Faenza, senza caffè e sigarette, rituale assolutamente pubblico?

Lorenza mi propone di scrivere un libro attorno a Matera. Oddio, e dove trovo il tempo? Qui non riesco nemmeno a riordinare le foto dell’Uruguay. Però…insomma, una casa editrice mi chiede di scrivere qualcosa che inviti alla curiosità da viaggiatori in questi giorni? Bello, molto bello. E in fondo avevo mosso il primo passo: il libro attorno a Matera era cominciato al tavolinetto all’aperto di Saverio al mercato di Piccianello. Devo chiamare Saverio, qualche appunto ce lo avevo. Matera è un futuro.

I ragazzi hanno fatto la ribollita. E poi la pasta con i carciofi. Progettano uno spezzatino. Io, quasi incapace, prepraro Insalata di arance e finocchi.

E’ così impossibile chiudere le borse e lo spread? Come si chiude lo spread? In uno sgabuzzino e ogni tanto gli si porta da mangiare? E’ come il ‘virusquesto’ che ri/sbuca da ogni parte?

Stefano dalla Calabria mi racconta dei lavori nell’ex-convento. E mi chiede di ricordargli di asini in fiamme. Gli dico che era una storia di San Costantino Albanese..Lo immagino, seduto davanti alla chiesa sconsacrata di Sant’Antonio. Lo vedo. Non faccio promesse. Vorrei chiedergli se è possibile un corso a distanza di authenticy. Quanti corsi a distanza vorrei fare? Ho sempre sostenuto che basta l’intenzione (come alibi per non-fare, difetto di concentrazione). Chiedo un tutorial a Silvia che ci suggerisce un modo di comunicare fra la gente di Erodoto. Lei mi risponde un po’ brusca: ‘Ognuno impara da sé, così è la vita’. E cosa si fa con i pigri, con gli incapaci, con chi non ce la fa, con chi non ce la vuole fare? Quanti sono nel mondo i pigri? Mi viene in mente un pensiero vago e inconsistente: si va al passo dell’ultimo e fino a quando l’ultimo non è assieme a noi, lo si aspetta. Può funzionare? Gli zapatisti (dovrei andare a vedere per esserne certo) hanno (avevano?) il metodo del consenso, come a Mondeggi, fino a quando non si è tutti d’accordo, non ci si muove: può funzionare?

Penso al microcosmo di Erodoto108? Come si prendono le decisioni? A maggioranza? Chi decide? Si aspetta di convincerci tutti quanti? Si allarga (fino a dove?) il gruppo ‘che decide’? Mi accuccio e scantono: questa storia immensa che ci sta travolgendo si obbliga a ripensare ognuna delle nostre categorie. Come è difficile (impossibile?) pensarlo.

Questa volta non ci guardiamo un film. Sorprendo i ragazzi a ri/guardarsi una partita di calcio della Nazionale femminile. Italia-Australia…era l’estate scorsa, vero?

#esilio #Matera #Erodoto108 #Sancostantinoalbanese #zapatisti

Giorno Sette, 18 marzo.

Un azzardo necessario. Credo che in molti ci convinciamo che sia così (e, a volte, davvero non lo è). Non me ne volere troppo, Cinzia.

Andiamo in città. Per analisi mediche, per recuperare gli hard-disk (cosa fa casa? Casa è dove conservi gli hard-disk delle foto, se fai il giornalista?), per fare riserve di acqua (siamo in quattro in casa) ai fontanelli del sindaco (siano benedetti i sindaci, anche se Firenze ne annuncia la chiusura). Andiamo in città e cominci a pensare che al semaforo ci sia il virus veleggiante. Quasi lo vedi accostarsi, in moto, alla tua auto.

Posso scrivere? La sensazione è che la città si sia acquietata come in un pigro pomeriggio di agosto. Anzi, di ferragosto. E’ ‘vuota’, ma il traffico sui viali è un lento andirivieni (non riesco a scattare una foto senza che arrivi un auto). Sulle sponde dell’Arno, ci sono passeggianti solitari. Parcheggio in piazza Tasso e ci metto un po’ a capire cosa manca: non ci sono i ragazzi sul campetto di calcio (ben tenuto, terreno in erba di plastica), non ci sono genitori con carrozzine. Ma ci sono i vecchi e i migrati dell’Albergo Popolare. Sono al loro posto. Sulle panchine. Sulle solite panchine. Non hanno cambiato lo sguardo, una sigaretta penzola fra indice e medio, il braccio poggiato sul ginocchio, il corpo un poco in avanti, oppure ammorbidito sullo schienale. ‘Buongiorno a voi’. Si stupiscono un po’ del saluto. Rispondono che già io sono dieci metri avanti. Mi accorgo: mi tengo a distanza, ben più di tre metri.

‘Iccheséfatto, séfatto’, ascolto. ‘Eciòottandueanni’. Stanno in due, in tre sulla stessa panchina. L’Albergo Popolare li sloggia al mattino e loro, come sempre, se ne stanno in piazza Tasso. Immagino le donne e gli uomini che lavorano all’Albergo Popolare. Gente con coraggio senza pensieri addosso. Dovremmo essere grati a un sacco di persone per il loro lavoro.

I ragazzi africani, invece, stanno su panchine separate. Solitari. Sono giovani. Per lo più, chini sul cellulare (l’Albergo Popolare serve anche a ricaricare la sola cosa che davvero possiedono). Silenziosi.

Credo che un tempo mi sarei avvicinato e dopo un po’ avrei chiesto: ‘Posso fotografarvi?’. Non lo faccio, ne ho timore, come se violassi una intimità. Fotografo da lontano. Sono incerto se sia vigliaccheria o rispetto.

Passa una giovane amica. E’ tornata da poco dall’India. Abbiamo una piccola allegria addosso. Era da tempo che non ci vedevamo.

Ci sono poi molti in giro con i cani. Magari c’erano anche prima, ma adesso sembra che tutti abbiano un cane. E loro, i cani, non capiscono bene che devono stare a distanza.

Alla coda al fontanello c’è qualche tensione sottopelle. Una donna parcheggia quasi addosso alla piccola coda. Scatto di nervi. Si placa subito. Facciamo passare avanti chi arriva con due o tre bottiglie solo. Noi ne abbiamo per quindici litri.

C’è un airone grigio (Paolo, scusami, se non è un airone) sulla piccola pescaia del torrente Falle. Ci fermiamo a guardarlo. Sta in un cono di luce, immobile, come se stesse pensando all’infinito. E’ molto bello. E poi all’improvviso, con un gesto rapidissimo, allunga il collo come se ci fosse una molla liberata dalla compressione. Il becco si infila in acqua e ne riesce con un pesce sguizzante. La coda della preda scintilla al sole e scompare nella gola dell’airone. Che non cambia espressione, spinge solo tutto il corpo per inghiottire il suo cibo. Fa fatica, socchiude gli occhi, compie una sorta di danza immobile del collo e della testa, come un ballerina giapponese (questa chissà come mi è venuta in mente, le mie associazioni di idee sono stravaganti).

Marco e Piero mi chiedono di scrivere: cosa posso scrivere? Io appartengo a chi copia. Elena mi prega di scrivere su Eddi. Ne so così poco, Elena: Eddi ha combattuto in Rojava a fianco delle donne curde. Ieri, in questi giorni in cui tutto si ferma, la procura torinese ha deciso di rinchiuderla in due anni di ‘sorveglianza speciale’, ‘in assenza di reato e di processo’. Come a dire: Eddi è pericolosa. Per chi? Mi appare tutto surreale: nessuno di noi può uscire di casa, Eddi è costretta a un coprifuoco notturno ed è privata di passaporto e patente. Come se oggi si potesse fuggire, cambiare città, viaggiare. Avvertite il procuratore. Eddi mi appare come una testimone: si può essere militanti. Avevo perduto il senso di questa parola: io vengo da un piccolo paese latinoamericano dove ho ritrovato il significato della parola ‘militanti’. Forse avrei potuto ri/comprenderlo prima se avessi conosciuto Eddi. Il Rojava, per quel che poco ne so, rimane un’idea di speranza. Ne avevamo parlato con Raul Zibechi a Montevideo.

E’ morto Eduard Limonov. Ha scritto che ‘nessuno deve opporsi al destino’. Va beh, proviamo a ‘forzarlo’, almeno un po’.

Ho comprato finocchiona e formaggio. Ero certo di aver preso anche la soprassata, ma non la trovo nel sacchetto. Andiamo a comprare il vino da Franco (proviamo il bianco) e una rischiosa bottiglia di grappa. Deriva alcolica dell’esilio. Cominciano a circolare cipolle da seminare. Vengono vendute di contrabbando: non sono considerato ‘alimento’ e vengono passate sottobanco.

Non abbiamo meccanismi di decisione a Erodoto108. E questo produce incomprensioni e graffi. Accade a chi prova a lavorare e a sperimentare qualche metodo di lavoro che vorremmo ‘nuovo’. Ma, come avete visto, per qualche miracolo, una copia è arrivata all’ Ostaria Dai Kankari, là, nelle piane veneziane.

L’edicolante del paese, oramai, mi conosce. E mi dice: ‘Per Internazionale, ancora un paio di giorni’. Come se rischiassi l’astinenza. In realtà leggo molto poco. Prevale il dna del giornalista: stare sul filo teso delle notizie, cercarle negli anfratti, smarrirsi nei giornali e nelle radio di terre lontane da qui.

Poi ci sono le telefonate: ad amici lontani, lontanissimi. Voci che vengono da oltreoceano. Eduardo mi promette di portarmi a Solentiname. Alfredo mi manda le sue benedizioni dal Costarica (anche loro in casa). Maria degli Angeli dice che ha scritto sui nostri giorni di Montevideo. Antonio va ogni giorno in libreria. I librai sono bella gente.

Le mie amiche, i miei amici insegnanti mi informano su zoom, su piattaforme video, su videocamere, su lezioni online, su migliaia di studenti che si danno da fare con computer, tablet e cellulari. Una grande, importante pedagogia di massa. Anche i riottosi alle tecnologie sono diventati esperti. Io sono rimasto indietro. Dovrei metterci pazienza e buona volontà. Mi date una mano? mi prendete fra i vostri allievi? Lo sapete, vero, che non ho mai pazienza…dovrete averne voi, per me. Ci sono molte ‘prime linee’ in questa storia: medici, infermieri, la gente dei supermercati, camionisti, postini, insegnanti, giornalisti, vigili urbani, poliziotti, sindaci, operai dell’elettricità, dell’acqua, assistenti e operatori del sociale, lavoratori nelle case per anziani, per i senzatetto…quanta gente…

Leggo Adriano: ‘Le riconversioni sono difficili, come le rianimazioni, figuriamo le conversioni’. Beh, ci possiamo provare.

Strana, stranissima sensazione: sono certo che avrò nostalgia delle serate a guardare i film, delle telefonate dall’orto, delle discussioni sulle cipolle, delle telefonate internazionali con amici che non senti da anni, del tempo che manca, delle lunghe camminate svagate, delle promesse che fai, che ci facciamo, di questi giorni con i ragazzi (penso spesso di essere un intruso, che dovrei cercarmi un altro posto). Dell’aria leggera di fraternità che si respira. E, perfino, delle baruffe che cercano rimedi. E’ come quando ascoltavi i racconti della povertà dei contadini: nelle parole di chi ti diceva, c’era una sorta di nostalgia irrimediabile. La modernità, così amata e voluta, non riusciva a sconfiggere la dolce malinconia di un ricordo.

Come se gli anni duri avessero una scorza differente dai tempi delle agiatezze, della lavatrici e dello stipendio.

E poi si potrebbe raccontare anche la storia di Dmitri Iosifovich Ivanovsky, botanico e biologo russo: si deve a lui, a fine ‘800, la scoperta dell’esistenza (esistenza?) dei virus, del ‘veleno’. Dmitri si occupava di foglie di tabacco, si accorse dell’invisibile e sfogliò le pagine di un libro che nessuno aveva ancora aperto. Già, cosa è un virus? Un essere vivente (ha un codice genetico e si evolve)? Non lo è, perché non ha una struttura cellulare?

No, vorrei scrivere qualche pagina su Leonard Cohen, in realtà. Devo andare a Hydra.

E sono felice che il radiogiornale mi parli del ‘Casanova’ di Fellini.

 

Giorno Otto, 19 marzo

Alle quattro e quarantanove di questa mattina (20 di marzo) è cominciata la primavera. Ora dell’equinozio.

Mi è tornato alla mente (Gianni, da Pomarico, mi ha fatto pensare al ‘tempo’) Mario Dondero. Mario è stato fra i migliori fra i fotografi del ‘900 (non so bene cosa significa ‘migliore’: Mario ha saputo raccontare il suo tempo, senza usare i trucchi della perfezione acchiappa-consensi: le sue foto trasmettevano l’anima delle persone e dei luoghi).

Ho conosciuto Mario quando era già ben oltre i settanta anni. Andammo a Fermo, il suo paese, per vedere una sua mostra e lui ci fece da accompagnatore personale. Non riuscimmo (non volemmo) ripartire, volevamo continuare ad ascoltarlo. Credo che da allora sia diventata un’amicizia. Ci siamo incontrati spesso. Mario era fantastico: credo che sia stata la persona più generosa che abbia conosciuto, con lui il tempo non esisteva, ogni passeggiata durava ore e ore, perché si fermava a parlare con chiunque incontrassimo, perché si chinava sulle coccinelle e si innamorava dei riflessi di luce su una foglie.

Arrivava agli appuntamenti con tre giorni di ritardo e noi lo aspettavamo con una piccola felicità addosso. Non aveva patente, ma poi lo vedevi partire e chiedevi: ‘Dove stai andando?’. ‘In val di Susa’. E come ci andavi in val di Susa? Gli amici erano disposti ad accompagnarlo ovunque. Era amato ad AccetturaOnline.it, paese delle Dolomiti Lucane: le sue foto hanno raccontato una delle più belle feste del Mediterraneo. Lo adoravano in Lucania, come a Milano, come a Parigi. E lui donava le sue foto.

Il suo stampatore stava a Roma e lui portava i rullini in bus. Come un ragazzino si presentava al ‘Manifesto'(e dove altro poteva immaginare le sue foto?) e lasciava le sue foto sul tavolo della photoeditor e cominciava a chiacchierare con tutti.

A ottanta anni Mario aveva progetti per i futuri cento: Palermo, Genova, Parigi…i camalli del porto della ‘sua’ città. Ma aveva una sua città, Mario? Tutte le città, erano le sue città. Ricordano sempre che diceva che avrebbe fatto il marinaio se non avesse fatto il fotografo. E il fotografo lo ha scelto perché è un mestiere che crea relazioni con le persone. La macchina fotografica aiuta a vincere le timidezze. Mario era un fotografo per ‘empatia’. Per questo le sue foto, ‘raccontano’. Fra i mille progetti che mi sono passati per la testa, c’era (c’è) un racconto attorno a lui. Ho mille racconti da scrivere.

Mario si godeva ogni giorno. Day-by-day. E sognava l’im/possible: aveva davvero storie da vivere per altri cento anni. Corteggiava le ragazze con un candore di altri tempi (quali sono gli altri tempi?). Andammo a trovarlo mentre stava vivendo i suoi ultimi giorni. Corteggiò Francesca che aveva appena scritto una tesi su di lui. Fece una bizza perché l’infermiera non gli concesse di venire a pranzo con noi. Ci consigliò una trattoria del paese e ci fece trovare il conto già pagato.

Non c’ero quando morì. Al funerale andò Daniela. Ma una felicità vera della mia vita è quella piccola foto sulla sua tomba: l’ho scattata io. Nemmeno se avessi una foto al Moma, proverei la stessa allegria.

Ecco, vivere ogni giorno con forza coltivando un futuro infinito. Che, in questo momento, non ha una data. Non ci sono più scadenze: forse nemmeno lo yogurt scade più. Sorrido (scusatemi) quando mi raccontano di impossibilità per ‘privacy’ o perché ci sono orari da rispettare. Sorrido meno quando mi dicono che devo andare di persona a ritirare delle analisi. Sanno cosa c’è ‘fuori’?

Il tempo non mi basta più. Leggo anche molto meno (meno libri) del solito. E la giornata è affollata di ‘cose da fare’. Mi preoccupa un’amica che mi dice: ‘Internet sta scricchiolando’. Mi dice anche che l’ufficio vuole sapere come passa il tempo durante lo ‘smartworking’: hanno la sindrome del controllo, come passi il tempo quando stai telelavorando? Come faccio a tenerti d’occhio? Non ci si accorge che il mondo è cambiato. Che, forse, è il tempo della ‘fiducia’. Che tutti dobbiamo dare quanto possiamo. Com’era? ‘Ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni’.

Mi accorgo di assumere anche io il tono del ‘consigliere’. Devo ricordarmi che sono solo un cronista. Uno che racconta quello che vede o riporta, fra virgolette, ciò che gli dicono.

Mi dicono: a Matera sono riapparse le case per i ragazzi migrati. ‘Prima’ (già, c’è un prima e un dopo) non se ne trovava nessuna, erano tutte per i turisti e i prezzi si erano impennati. Adesso, queste case riappaiono…dai, B, forse trovi casa…

Monto Zoom sul mio Mac. Ma io ho bisogno di qualcuno che mi dia mano. E che sia anche al mio fianco. Ho impazienze, distrazioni, pigrizie, paura. Come si fa?

Luca mi regala, sul suo giornale, un bel giornale, la prima pagina del libro (ora lo ricordo) che mi porterei sempre dietro (dov’è? Dov’è? In quale casa è?): ‘Ma conviene rilevare la prima stranezza di quella spaventosa serata di maggio. Non solo presso il chiosco, ma in tutto il viale, parallelo alla via Malaja Bronnaja, non c’era anima viva. In un’ora in cui sembrava che non si avesse più la forza di respirare, quando il sole, che aveva arroventato Mosca, sprofondava in viale Sadovoe in una secca bruma, nessuno era venuto sotto l’ombra dei tigli, nessuno sedeva su una panchina, deserto era il viale’. Come finisce quel libro di magia e bellezza?

Faccio qualcosa di inusuale e vanitoso: registro una poesia per il festival internazionale di poesia di Milano. Una poesia scritta al primo gennaio del 2020. 0202. Registro con il cellulare in equilibrio sul computer. Metodo artigianale, vedi mi sono ‘arrangiato’? Ripeto per tre volte. Se fossi un vero attore dovrei provare altre venti. Come si fa un video? Vorrei fare l’elenco di cosa so fare? Mi vengono in mente ‘le patate fritte’. Per fortuna la gente della mia gioventù (una casa sulle colline con molta gente attorno, amici, fidanzate, passanti, conviventi, ospiti del caso: la nostra casa era sulla ‘Guida all’Italia alternativa’) ricorda che cucinavo bene (si fa per dire). Come è stato possibile dimenticare?

Ah, il festival, domani, è qui: https://www.facebook.com/FestivalPoesiaMilano/

Vorrei parlare con Mario su Eduard Limonov. Mario vorrebbe prenderlo a pedate (forse Limonv meriterebbe anche qualche cazzotto). Mario è arrabbiato, duro, giusto, senz’appello. Limonov (ora scopro che il nome che si era scelto derivava da ‘limonka’, ‘granata), si fece riprendere mentre sparava con la mitragliatrice su Sarajevo. Su Mario. Sui suoi amici. Eppure Limonov era stato l’idolo di intellettuali parigini e rimasero attoniti quando lo scoprirono assassino. Non avrei mai saputo nulla di Limonov (e, perdonatemi, molti di noi non ne avrebbero mai sentito parlare), se Emmanuele Carrère non ne avesse raccontato la vita in un libro da meraviglia. Carrère ha sempre detto di aver scritto quel libro (come molti dei suoi) per ‘attrazione’. E’ vero: l’attrazione del male, del teppismo, della follia cattiva. Ricordi, Mario, i soldati israeliani? La stretta di mano al soldatino sudato chi ti puntava addosso un fucile?

Dov’è ‘La banalità del male’? Ma se leggo (come vorrei leggere) Ezra Pound e Louis Fernand Céline, cosa sto facendo? Sono andato perfino a vedere il castello dove Pound ha vissuto i suoi ultimi anni e vorrei leggere davvero le sue poesie… no, di Limonov non ho letto nulla, ma mi ero ripromesso di leggere: ‘Il poeta russo preferisce i grandi negri’. Per attrazione del suo titolo.

Vorrei scrivere di carcere, copiare quello che, ogni giorno, scrive Adriano e quello che scrive Carlo (e lo vive sulla sua pelle, come Adriano l’ha vissuto: erano da due parti opposte delle scrivanie). Quanti auto-impegni continuo a prendere! Ma i carceri, come gli ospedali, in questi giorni, ci mettono di fronte allo specchio del mondo che abbiamo creato.

Adesso, sì, ho amici a Bergamo, a Udine raggiunti dal ‘virusquesto’. Da Como, C. mi dice: ‘Ognuno di noi ha un parente colpito’.

In Argentina, tutti i giornali escono con la stessa ‘tapa’, con la stessa prima pagina: ‘Al virus lo frenamos entre todos’. Oggi saranno le radio a trasmettere tutte assieme lo stesso programma. Ricordo quando riuscimmo a fare la stessa copertina fra Altreconomia, Linus, Carta (oddio, c’era un’altra rivista: qual’era?). Erano i tempi del G8 di Genova…

 

Giorno Nove (che in realtà è l’11). 20 marzo

Il filo rosso degli amici. E’ come se ognuno di noi (credo) riunisse tutta la sua vita. Stefano chiede di fare un ‘inventario’ delle ‘cose da conservare’. Paolo mette foto di antichi giri in bicicletta con gli amici più cari. A me vengono in mente uomini e donne, incontrati e amati mille anni fa: il filo rosso che, mierda al tiempo y a la distancia (y tambien a quel pasò, que importa?), ci unisce, scuote i campanellini che credevi di aver ammutolito. E così, mentre cammini nel bosco (un privilegio di questo mio tempo, lo riconosco e ho quasi sensi di colpa), riappaiono storie antiche, numeri di telefono, speri che la mail non sia cambiata, hai desideri, fai promesse, scopri che le tue storie, le tue storie con altri, si riuniscono, si ri/mettono assieme, rimpiangono sviste e distrazioni, chiedono perdono di una parola sbagliata, di un gesto stupido e cattivo, ri/cominciano, se solo potessi abbracciarvi tutti, abbracciarvi tutte. Se solo fosse possibile. E allora provi con la voce e con questa invenzione magica che è stata il telefono. Davi per scontato che il telefono fosse sempre esistito e sorridevi, compiaciuto, quando ricordavi che, ‘una volta’, non chiamavi casa quando te ne andavi: ‘Un telegramma ogni tre settimane…’. E adesso avresti voglia che tutti/tutte riapparissero. Questi giorni i pezzi della tua vita si ri/congiungono. Al matrimonio della donna che hai amato per una settimana e ti ha graffiato la pelle, non ci sei andato, ora pensi che sarebbe stato bello esserci e vorresti che fosse qui, assieme a tutti, per sedersi su un prato. All’amico con cui ha litigato mille anni fa e a cui non hai mai più rivolto la parola, dici: ‘Come stai?’. Che non è una domanda, sono due parole di fratellanza.

E’ che da qui non mi rendo conto: al mattino il sole sfiora le foglie degli avocados, magari ce la faranno a diventare alberelli. Ma io sono lontano: lontano da Bergamo, lontano da Lesbo, lontano dal carcere di Modena, lontano da Brescia, lontano da Gaza, lontano dai confini fra Turchia e Grecia. Cosa posso capire? Ascolto la voce di E., conosco il tintinnio del suo sorriso ‘prima’ quando si faceva beffe incoraggianti dei miei lamenti e so che qualcosa si è incrinato. E io sono lontano.

Ho vissuto, un tempo, per alcune settimane nei Territori Occupati della Palestina. Là, forse, ho appena intuito cosa significava essere ‘prigionieri’. Un Muro che, ogni giorno, ti chiudeva sempre di più. Non cerco le tragedie, mi limito ai margini: come glielo spiegavi a un ragazzino palestinese che non poteva andare a fare il bagno del mar Morto? Come glielo spiegavi al pastore che non poteva pascolare le sue pecore su quella colline di pietre? O, al bambino, che, all’improvviso, non poteva più raggiungere l’asilo delle suore e i suoi compagni? Alcuni, viva, hanno risposto, anche di fronte al lutto e al dolore, con la forza di un’allegria come rimedio, come cura (palliativa?), come terapia di un’anima disperata. Ti arrestano? E l’anarchico con i baffi ride: ‘Una risata vi seppellirà’. Ci crediamo? Sì, si crediamo. E allora il cemento grigio del Muro è diventato affresco, schermo bianco, fumetto, ironia, dipinto…ricordo un caffè di Betlemme: il Muro era a due metri dai suoi tavoli e allora i camerieri avevano scritto il menù su quello sbarramento grigio. Un menù gigante: hummus, falafel…

I palestinesi si sono inventati mille modi per evitare gli sbarramenti israeliani. Ogni giorno è diventato più difficile. Fino all’impossibile. Quale è la densità di Gaza? Gaza è più piccola della provincia di Prato, è lunga 45 Km e, al massimo, larga 10 Km. 360 Km2. Qui vive (ho dati di qualche anno fa) un milione e 701mila persone. Età media, 16,3 anni. Densità: 4.750 abitanti per Km2. Gaza City ha una densità di 9982 abitanti per Km2. A Prato sono 680 abitanti per Km2. Il Muro non protegge dai virus: né gli israeliani, né tantomeno i palestinesi. Mi dicono che hanno dato poche ore agli ‘occidentali’ presenti nei territori occupati di lasciare quelle terre, per molti le ‘loro’ terre: dove mi farei rinchiudere? In Palestina o in Israele?

Serve l’ironia dei palestinesi? I piccoli lenzuoli appesi ai balconi con gli arcobaleni dicono: ‘Andrà tutto bene’. Ora, in molti, hanno scritto e scrivono che è tempo di toglierli: ‘Non è andato tutto bene’. Ci sono i morti, a centinaia. Dov’è l’equilibrio fra lo sconforto e il desiderio di un futuro? Roberto (ricordi il grido di Sofia che agita il foglio e ride con gioia napoletana: ‘Robertooooo…’ e avevi vinto l’Oscar) proviamo a girare nuovamente ‘La vita è bella’?

Uffah, io devo fare il cronista, non il predicatore.

Allora: mi dicono (non controllo) che su Amazon vendono solo confezioni da 96 rotoli di carta igienica. A 15 centesimi l’uno. Cominci a fare i conti: quanto dura un rotolo di carta igienica? Forse si può fare a meno della carta igienica. Forse.

Mi annodo, come sempre, con le password, ma il medico mi manda le ricette via mail, devo spedire i codici alla farmacista, domani arriverà il farmaco. Non è più possibile farsi misurare la pressione.

Quale è un’idea di libidine? Passare davanti a una macelleria (mentre vai in farmacia) e comprare due etti di soprassata e otto salsicce grassissime. E avere l’acquolina in bocca fin dal primo passo fuori dal negozio.

Nati ti chiama da Addis Abeba. Vuole sapere di te. Tu vuoi sapere di lui. Ci rassicuriamo. Il mondo si capovolge: arrivano medici cubani e cinesi (del resto l’Inter appartiene ai cinesi, come il City agli emiri del Qatar), i medici cubani…li ho trovati ovunque…dove sta il punto di equilibrio fra violazioni di diritti nell’isola dove non sono mai stato e la sensazione che la sua scuola di medicina sia una grande storia?

Penso: cosa provavamo quando leggevamo (potresti leggerlo ancora oggi) cento morti per un bombardamento in Siria? O trecento uomini e donne annegati nel nostro mare? Erano numeri che non riuscivi a trasformare in uomini e donne. E giravi pagina dopo una lacrima o una indifferenza. Cosa provi quando uomini e donne che vivevano accanto a te sono diventati numeri?

Chiamano da Israele: sì, è vero, è arrivato un messaggio sul tuo cellulare: hai sfiorato una persona positiva, devi stare in quarantena. Controllo assoluto, tecnologico su ognuno di noi. Dicono che in Corea ha funzionato. Cosa desideriamo? Che mondo vorremo dopo? Già, dopo: Ilaria dice qualcosa che intuiamo come reale: dovremo imparare a convivere con il ‘virusquesto’ come abbiamo fatto, in preistorie, con il morbillo, nato dalle mucche.

Mi chiama M. da Beirut. Conosco la loro casa. Un ultimo piano. Nel centro della città. Un palazzo sbarra l’orizzonte, ma lo sguardo corre sul crinale dei terrazzi. Penso a quanto si è vicini a Beirut. Uno sull’altro. Che strana sensazione pensare che dal Costarica al Libano, dall’Argentina a Parigi stiamo in casa e ci raccontiamo di come andiamo a fare spesa. Il mondo fa prove prigioniere di un unico destino.

Quanto cosa un aereo privato per volare all’altro capo del mondo? O un elicottero per raggiungere una villa che ritieni sicura?

Le previsioni dicono neve e meno tre. Ma oggi il sole è ostinato. Posso stare in maglietta. Spero di non infrangere divieti a camminare in un bosco.

 

Giorno Dieci. 21 di marzo

Ha senso continuare, come un automa, a scrivere queste righe? Ci penso alla fine, forse. Vi spiegherò perché.

Mi riprometto di scrivere alla sera. Non ce la faccio mai. A notte sono stanco, la giornata ha corso infaticabile. Credo che fosse Ivo Andrić a dire che il tempo scorre sempre uguale, come la Drina: né troppo veloce, né troppo lento. Uguale, anche se a noi non sembra. Allora scrivo al mattino e mi chiedo se sarebbe più saggio zappare l’orto o andare a camminare o impastare come sta facendo L. in questo momento. Al mattino ho più energia. Regola vorrebbe cominciare a notte, per ritrovare al mattino.

Ieri sono morte 793 persone. Settecentonovantatre, ecco perché vorrei sempre scrivere in lettere i numeri: le lettere rendono conto del loro peso. No, non andrà tutto bene, è andato tutto male. Immaginate una linea di settecentonovantatre corpi. Quante centinaia di metri sono?

E’ giusto continuare a raccontare il mio ‘esilio di lusso’ mentre sono morte settecentonovantatre persone? Ho registrato un frammento del mio cammino nei boschi, volevo mandarlo a Paulo, hospitalero sul Cammino Portoghese, hospitalero di Casa Catolico (della famiglia che si chiama Catolico), credo che glielo manderò, lo immagino da solo in una primavera che non vedrà i pellegrini. Ma non lo pubblicherò: io sto camminando sul crinale del poggio Tortora, seguendo mappe di carta e mappe virtuali, mentre gli altri stanno morendo. Eppure questo è sempre accaduto: morivano in Siria e nel Mediterraneo, ma io continuavo a camminare come se niente fosse. Cosa cantava Giovanna Marini? ‘C’è da costruire paesi e città/buttare via i morti andare più in là/spianare montagne e riempire il mare/e chi non lo vuole aiutarlo a morir/e quanto ha patito la mia città/chi è vivo lo vede chi è vivo lo sa’.

Raccolgo le parole di Paolo, operatore del 118 del Lodigiano, le avrete lette anche voi: raccontano di Lucia, 55 anni, che vive al secondo piano di una palazzina. Il marito è scomparso in un letto di ospedale e da dieci giorni non ne ha notizie. Suo fratello, più giovane, è morto da solo. Sua madre sta affannando il respiro. Lucia non vuole che arrivi un’ambulanza, vuole che quella donna di oltre ottanta anni, muoia a casa e chiede solo di essere consigliata, rassicurata: ‘Sto facendo la cosa giusta?’. L’operatore vorrebbe dirle di sì, le dirà di sì. Sua madre morirà un’ora dopo.

E io sto camminando in un bosco. Mi chiedo se sto compiendo una infrazione. Esco dalla ‘casa dell’esilio’, una casa in mezzo ai campi e sono fra gli alberi. Fra le ginestre che ancora si guardano bene dal fiorire, ogni tanto il panorama si apre e vedo, laggiù, Firenze, ci sono i biancospini, le margherite, i fiori rosa-violacei, gli alberi ancora privi di foglie. Cammino per tre ore. Quante persone sono morte mentre sto camminando.

I ragazzi hanno piantato le cipolle, al diavolo le cautele, hanno deciso che era tempo. A luglio ci saranno le cipolle, nessuno può impedire loro di crescere. Hanno acceso il fuoco, fatto la brace, le previsioni dicono che è in arrivo freddo dai Balcani, ma oggi, oggi fa ancora caldo e c’è il sole. Mangiamo fuori? L. arrostisce salsicce e carne di maiale (macellato a Mondeggi, maiali senza antibiotici). Saltano le regole di chi non mangia mai carne. Ci perdoneranno dei nostri peccati? E’ un peccato? Mentre mangiamo quanti uomini e donne stanno morendo?

E’ morto Gianni Mura. Come glielo spiego il graffio di dolore per la morte di un uomo che ho solo letto? Ricordo il pianto senza rimedio quando morì Leonard Cohen, non piango quando muore un amico, sigillo le lacrime dietro una cicatrice. So, mi immagino con presunzione, che Gianni avrebbe apprezzato il brindisi a lui dedicato da un vecchio cronista insieme a tre ragazzi. Forse il vino ti sarebbe piaciuto. Sono certo che ti sarebbe piaciuto: Franco, il contadino che ce lo ha venduto, è uno che sostiene che il gusto del vino deve essere sempre diverso: da collina a collina, da vigna a vigna. E maledice chi (mio padre, insomma), negli anni, ha voluto che il vino avesse lo stesso sapore da Firenze a Siena. Vorrei parlare con Saverio, a Matera. Sta consegnando formaggi casa per casa: può arrivare fino in Chianti? Glielo chiedo, risponde: ‘Oh, il Chianti…’. Cominciano le nostalgie, e spunta il dubbio: ‘Vedrò di nuovo il Chianti?’.

Scrive Manuela Audisio, di Gianni Mura: ‘Amava gli irregolari, il fumo, la libertà, i romantici, quelli che si buttano a salvare l’amico anche se non sanno nuotare, quelli che fanno, senza chiedersi se conviene, tutto quello che è sulla strada’. Già, rileggete: ‘Salvare l’amico anche se non si sa nuotare; fare, senza chiedersi se conviene, tutto quello che è sulla strada’. Oddio…Non potevi aspettare tempi migliori per morire, Gianni? ‘Ninetta mia, diritto all’inferno avrei preferito andarci d’inverno…’.

Haftar, ras della Cirenaica, ha deciso che questi sono tempi buoni per bombardare Tripoli. Mario, potrei perdonare Haftar? Cosa facciamo con Haftar?

Ascolto un medico di un piccolo ospedale lombardo. Quanti sono usciti vivi dalla rianimazione? ‘Abbiamo uno score basso’. Le parole camuffano, i pazienti in quell’ospedale sono pochi. Lo ‘score’ basso è ‘zero’. Non è sopravvissuto nessuno.

Oggi un miliardo e trecentomila indiani non potranno uscire di casa. Quanti milioni di indiani non hanno casa? Devono starsene in una stamberga dalle 7 alle 21 (sempre a credere a quanto si legge). Si vede che il ‘virusquello’ va a dormire in India.

Penso che i miei ultimi mesi sono stati belli. Non sopportavo le assenze e le perdite di questi mesi, le mettevo, al solito, nell’angolo dove sistemo le cicatrici, ma penso che i miei ultimi mesi sono stati belli. Ho camminato per cinquecento chilometri fra Spagna e Portogallo. Abbiamo camminato il giorno di Natale e il 31 di dicembre. Sono uscito all’alba del primo gennaio. Ho pensato che il 2020 sarebbe stato un anno strategico: vecchiaia, mia figlia che finisce il dottorato, la pensione (irrisoria, ma pur sempre pensione), un’altra casa…svanivano gli alibi. Tutti avveniva tutto assieme. Siamo andati a Londra, ho ritrovato S. a una mostra fotografica, Daniela mi ha rivelato il ramen, ho avuto il coraggio di scrivere a una catena di cibo giapponese raccontandogli di una storia poco piacevole che mi era accaduta da loro. Mia figlia si è dottorata e abbiamo festeggiato in un pub (oh, Cristo, era metà gennaio). Siamo andati in Uruguay e ho fatto in tempo a conoscere Lucia Topolanski e Pepe Mujica e Mauricio Rosencoff (ed el Cholo e sua moglie, la dottora a Bella Union; e Miguel Angel a Solymar, e Stella a Tacuarembò, e Lauro e Jorge a Montevideo, ho ascoltato Frankie e Rocìo, la bella Rocìo, a recitare poesie, ho visto la faccia da Allen Ginsberg di Hoski, abbiamo conosciuto la piccola-grande Carlita, e Roberto e Marcelo e le loro foto, ho guardato le donne dell’8 di marzo in avenida 18 de Julio, ho passato serate con i ragazzi del cafè 11.11 – grazie, Fernando per la pizza al basilico, albahaca? – e ho amato l’hostal Circus e bevuto mate con Silvana, Jaime, Maria de los Angeles, Hugo. Ho rivisto Gladys y Lucio…quante storie). Sono stati bei mesi.

A sera cerchiamo, e io rivedo, ‘Denial’, ‘La verità negata’. Una storia che non mi lascia in pace: come sconfiggere chi nega Auschwitz? Ma non è nemmeno questo lo snodo della questione, ancora non ho afferrato quale sia, ma c’è un’onestà di fondo, c’è una battaglia, c’è che se non ricordi o menti attorno a un dettaglio, crolla tutta la tua costruzione. ‘La voce della sofferenza è stata ascoltata’, anche senza farla salire sul palcoscenico. E poi l’avvocato mangia sanguinaccio come Gianni Mura e si offre la bellezza e le ‘cose buone’: ‘Non possono essere riservate solo ai ricchi’. Cercate il film, in qualche modo si riesce a vedere.

Nei giorni scorsi ho dimenticato le canzoni….rimedio un po’: https://www.youtube.com/watch?v=77AkbWGLQP8

‘Ma chi ha detto che non c’è’. Già chi lo ha detto? Roba del 1977: ‘Sta nel fondo dei tuoi occhi/ sulla punta delle labbra/ sta nel corpo risvegliato/ nella fine del peccato/ nella curva dei tuoi fianchi/ nel calore del tuo seno/ nel profondo del tuo ventre/ nell’attendere il mattino’.

Oh, Cristo: non mi fanno più leggere ‘la prima cosa bella’ di Gabriele Romagnoli. Non fate gli stronzi a Repubblica…volete un euro? Ve lo do, ma solo per leggere Gabriele.

Fuori tira un vento freddo. Viene dai Balcani.

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