Il cammino di Castel del Monte/ Sognavo di incontrare Guglielmo da Baskerville

Mattina

Ho collezionato infinite camere da letto nella mia vita. Per lungo tempo, le ho fotografate: volevo ricordarle, volevo raccontarle, scrivere delle ore passate in quei letti. I sogni percorsi. I progetti si sgranano nell’infinito ristretto di un Mac. E adesso una telefonata informa: ‘Andremo a prendere il letto’.

Il letto non è un simbolo.

Trullo

 

Murgia di gennaio

 

Murgia Occidentale, orizzonte

E allora camminiamo. Per sfuggire. Camminiamo in un giorno di cielo basso. Fra la terra pietrosa delle Murge Occidentali. Vogliamo attraversarle in linea retta, parallela al mare. Per raggiungere il segno astrologico capace di accelerare il solstizio e affratellarlo all’equinozio. Per raggiungere Castel del Monte, ‘tempio di sapere’. Partiamo senza rassicurazioni, senza mappe di carta. Ci hanno spiegato: ci sono stradelli e tratti di ‘terra’. E poi il Castello ti guarda da un orizzonte, ci indicherà la direzione, il cammino, la strada oltre il grigio. Ne siamo certi.

Lo stradello che imbocchiamo ci rende fiduciosi. I muri a secco della Murgia segnano confini e percorrono la stessa linea dei sentieri. Nei decenni, contadini e pastori hanno spostato pietre, hanno costruito una architettura di muretti e trulli: qui, dove stiamo camminando, sono ammucchiate e il paesaggio è diventato popolato di montagnole, quasi fossero antichi cumuli, sepolcri dove ricordare la vita dura dei contadini. Lavoro immane, togliere pietre. I pastori chiamavano questa terra ‘Matasseire’, ‘pietrame’. Stiamo attraversando un territorio senza abitanti. Murge prende origine da ‘murex’ parola latina che sta per ‘pietra aguzza’. Immense masserie sfidano ancora il tempo, con l’orgoglio del passato e la certezza del futuro. I casali invece non hanno più finestre, via gli infissi, sono scheletri. Lo stradello finisce. Campi. Arati nei primi giorni dell’inverno. Mandorli che si rannicchiano per il freddo, terre incolte dove la ferula sfida le notti di gelo. I fiori bianchi della capsella, la ‘borsa del pastore’, cercano rifugio sotto gli olivi. Dobbiamo attraversare la ‘terra’, il fango si innamora delle nostre scarpe, ci perdiamo. Alziamo lo sguardo: il castello è scomparso. Mettiamo la bussola, come si usa una bussola?, i camminanti si separano, seguono destini diversi, si perdono, si ritrovano. Forse siamo pronti al litigio, scegliamo il silenzio e le parole di scherzo. Riprende forma la pace. In una valletta, accostato sotto un olivo, c’è un camion. Come ha fatto ad arrivare fino a qui? É in buone condizioni, non è stato abbandonato, può nascerci una storia? La notte in cui è stato portato qui: un fuoristrada lo seguiva?

Costruire il cammino

 

Muretti

 

Inverno

 

Saliamo, scendiamo. Jazzi frananti scolpiscono le campagne verde-inverno. Compongono un cruciverba. Un pastore sull’altra collina, si sentono le sue grida. Il Castello si affaccia, scompare ancora, cambia posizione, appare davanti a noi, poi vola via. La Murgia nega gli orizzonti, più della montagna. Amo questo paesaggio aspro. Le piante disseccate cercano di nutrire le erbe che devono ancora nascere. Una casa abbandonata, chi viveva qui? Prendiamo un cammino a fianco a un lungo muro a secco. Olivi segnano il crinale di una collina. Il vento sembra pettinarli. Non sbagliamo strada, disegniamo una nostra personale geometria. Il freddo si distende. Il Castello è davvero invisibile. Con le braccia, ognuno di noi indica una strada diversa. ‘E’ di là’. E il dito disegna un altro punto cardinale. Voglio una carta dell’Igm, voglio le antiche carte militari: le tecnologie appiattiscono i paesaggi. O, forse, siamo noi, io, che apparteniamo a un’altra era. Ruotiamo attorno a noi stessi. Sotto un olivo, in un campo, hanno lasciato le carcasse di sei macchine. Sono state bruciate. Smontate, depredate. Ruggine. Scultura dedicata al passaggio di ladri o peggio. Che faticaccia portarle fino a qui. Nella Murgia appaiono divani stremati e rifiuti a mucchi. Sedie, metalli, mattoni, sacchi e secchi marciti. I buttati preferiti sono i frigoriferi e i cessi. Qualche avvelenatore abbandona rottami di eternit. Un po’ di retorica: facciamo campagna di pulizia? Dai, facciamola. E poi un concorso fotografico: ‘I nostri detriti’. Gli olivi verrebbero a vederla. Dai, sei mesi di fotografie e poi una mostra di strada.

Parcheggio maldestro

 

Paesaggio di pietre

 

D

Dissodare

Viandante

 

Bosco di Finizio

 

Bosco di Finizio

Il Castello gioca davvero a rimpiattino. Ci spinge sempre più lontano. Più si avvicina, più lui è lontano. Google Maps è impietoso, camminiamo e il Castello di allontana. Un metro dopo l’altro. Un trattore sta dissodando il terreno di gennaio, solleva sassi e terre. Viene verso di noi. Si accosta al sentiero. ‘Da dove venite?’. ‘Andria, andiamo al Castello’. ‘E’ lontano’. Ci consiglia: ‘Andate mezzo mezzo, terra terra, sullo stradello è troppo lunga’. Rinunciamo al passaggio che ci offre. Arriva un fuori strada: c’è la moglie e una bambina, con il pranzo per l’uomo. ‘Più avanti c’è la via Vecchia per Spinazzola’. L’antica strada di asfalto. E qui prendiamo ancora una decisione: basta con i campi, basta con i saliscendi, basta con i solchi degli aratri. Asfalto. Un angolo retto per raggiungere Bosco Finizio. Perché questo nome? Raccontatemi le storie di questi boschi, apparentemente fuori posto. Nessuno vuole avere attenzione per questo bosco: la gara per gestirlo non è andata a buon fine. Viali segnati da staccionate. Continuiamo a aggirarci per strade a zig-zag come una carta millimetrata. Greggi di maremmani sotto l’inutile riparo di mandorli sfogliati. Non meritiamo nemmeno un abbaio. Asfalto. Adesso dovrebbe esserci Castel del Monte. Una nuvola terrena lo aiuta nell’ultimo inganno.  Il punto-ristoro è ben chiuso. Quattro del pomeriggio, sabato di gennaio, pioggia inglese su di noi. Tornanti per il Castello. Infreddolito guardamacchine. Gestore del bar elegante seduto come un mandriano dietro la cassa. Cioccolata calda. Madre e figlia spagnole. Il tempo di andare a vedere il Castello fantasma.

Il Castello

 

Il Castello

 

Camminare

Si concede, il Castello. Diventa profilo nella nuvola bianca. il gioco ottagonale si mostra nella cortina di nuvole. È un’ombra nella nebbia, indifferente ai ventidue chilometri, il mio telefono ha smesso di contarli da tempo. Il Castello racconta la solita storia di ‘Nel nome della rosa’. Sean non è mai venuto qui, Umberto, come suo solito, ha solo ‘inventato’, più che disegnato, la mappa. Umberto conosceva bene il pensiero di Federico II. Il Castello ha ospitato notabili e mugnai, pastori e briganti, profughi e sapienti, ma non attori e registi. Il giovane Adso da Melk non ha conosciuto l’amore sotto queste mura, come i ragazzi e le ragazze di Andria. Il Castello è astratto, non ha corridoi, architettura ispirata dagli astri. L’ossessione del numero otto. Otto torri, otto stanze, otto fiori con quattro petali, otto foglie sui capitelli delle colonne, otto foglie di girasole, otto foglie di acanto, otto foglie di fico…’, otto è il numero dell’equilibro cosmico’. Maledetto wikipedia. Vorrei assomigliare alle Murge.

Avranno smontato il letto, immagino.

 

 

 

 

 

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