Cammini a Gravina in Puglia/Dove sono due milioni di pecore?

Caffè Bellavista. A Gravina in Puglia (ehi, ‘in’, e non ‘di’. Avevi ragione a porre la domanda Nicola). Ricomincio a bere caffè?

Paesaggi mongolici della Murgia. Fino a jazzo del Purgatorio. Mi fermo alla prima pagina di Google, pigro. E così niente so di questo jazzo. Video aereo su un fb. Dice: ‘É ai margini della fossa bradanica’. Mi piace: fossa bradanica, sa di avventura patagonica. E’ bellissimo l’jazzo del Purgatorio. Se solo mi fossi intestardito, ho lasciato trascorrere l’anno dantesco. Quante cose ho lasciato ‘trascorrere’.  Questa mattina va così. Non ho scattato nemmeno una foto dello jazzo del Purgatorio. Ho dimenticato lo zaino al bar Bellavista (gentile barista, alta un metro e ottanta e voce da fatina, lo ha già messo in custodia), ho dimenticato, senza accorgermene, la macchina fotografica in macchina: un po’ più grave, vi dico subito: è finita bene, non passa nessuno di qui – ah, però, io ero convinto di averla lasciata a casa, smetti di dare la colpa all’emorragia).

Non sono sicuro, ma forse avevo scattato una foto a Jazzo del Purgatorio

Andiamo per lame. Un impluvio, insomma. Aiutatemi a trovare un parola migliore. ‘Solco erosivo’? Non mi piace. Da equilibrista camminare fra le pietre il terremoto dei cinghiali. Paesaggio modellato da acque ‘meteoriche’ e dal passaggio di irruenti pattuglie di ungolati in perlustrazione. Eccoli là, sul costone di un’altra lama. Sono un’ondata. Saranno più di trenta, corrono come in un film western. Sono i padroni della steppa murgiana. ‘Fanno danni’, dice l’amico che ci tiene alla mia salute. Li guardiamo ondeggiare fra le pietre. Già mi vedo a inseguirli a cavallo e poi domare il più grosso.

Jazzo del Purgatorio e fossa Bradanica (insomma)

Mannaggia, voglio un obiettivo…voglio essere Obelix

Grande allenamento per le mie gambe incerte. Il sentiero è divorato dai cinghiali. Equilibrio faticoso. Inciampo in ogni scoglio sommerso, gli ungolati, architetti impazziti, si sono divertiti a inventarsi un cammino difficoltà 10. Cammino, in un paesaggio senza un albero, ma di uno splendore assoluto.

Saliamo fino allo Jazzo del Finocchio. Antonio mi racconta che ancora un solo pastore si avventura per queste praterie. Voglio conoscerlo. Un tempo – dice – scendevano dall’Abruzzo due milioni di pecore. Gli jazzi sono palazzi a un solo piano, regge immense, capolavori di ingegneria testarda. Erbe selvatiche crescono fra le pietre: hanno nomi favolosi, erba ruggine, veroniche, ombrelli di venere. E, in questo gennaio, già ci sono i fiorellini bianchi del lino delle fate. La ferula è prorompente. Ci sono le cicorie. Voglio andare per erbe.

Jazzo Finocchio

 

Voglio conoscere l’architetto e affidargli mille progetti

Saliamo. Verso l’orizzonte dove il cielo si accuccia sul confine della Murgia. I cagnetti di Giuseppe (già, ho dimenticato di ricordarli: sono Laika – che conosco da tempo – e Pablo, indifferenti alla loro statura, sono simpaticissimi) si rincorrono come uccelli in volo rasoterra. E’ bellissima questa spianata, un piano inclinato di pietra ed erba che vuole averla vinta sull’inverno. Vola un rapace. I pastori – previdenti come pastori – hanno costruito una cisterna là dove i versanti in discesa si incrociano: intercettano, così, l’acqua delle rare piogge. Qualche decennio fa un ‘cattivo’ (più ‘cattivi’, visto il peso) si è rubato la vasca di raccolta di una gronda. I pastori, ostinati, hanno portato quassù la carcassa di un frigorifero. Danni all’estetica, ma funzionante.  Saliamo, fino a quando il rischio di incrociare i cinghiali galoppanti, ci fa cambiare percorso. Scendiamo bruscamente per il corso di una quasi-gravina. Altro prova di equilibrio per le mie gambe. Baro un po’ e mi sostengo poggiando una mano per terra. Giuseppe ci racconta  degli inghiottitoi che scavano nel sottosuolo carsico (anche se siamo in Puglia). Inghiottitoio Finocchio della Murgia, scende fino a 250 metri sottoterra. Poco più in là, inghiottitoio Prevedicelli, si ferma a 150 metri sommersi. ‘Io ci sono arrivato laggiù’, dice Giuseppe a bassa voce.

L’orizzonte della Murgia

 

La vasca di riserva. Poco elegante, ma notate la gronda…

Scivoliamo sotto una punta rocciosa. 600 metri, da queste parte è sufficiente per essere definita una montagna: è Lama Pela.

Alla fine atterriamo nella piana bradanica. Camminiamo ai confini delle distese di grano. Cresce imperioso e verdissimo. Faccio promesse: le solite, qui ci devo tornare, qui devo fare foto, qui ci devo portare Costanza, anche se non la vedo dal 1974 (ma perché non la vedo dal 1974?). E anche Cesare, che lui va solo oltre i tremila.

C’è tempo una storia che fa da finale.

Da queste parti raccontano (chi racconta? Non abbiamo incontrato nessuno, eppure era giorno di lavoro) che Orlando, paladino di Carlo Magno,  scese dalla sua Bretagna fino all’Alta Murgia. Non ho indagato perché venne qua. appena smetto di scrivere, studio. Doveva essere l’anno 800 o giù di lì. Era preceduto dalla sua fama e i pastori della Murgia pensarono di affidarsi a lui e al suo piccolo esercito per liberarsi della tirannia della strega di Gravina. Orlando, sapete, era uno che: ‘Ci penso io’. Impettito, come in una compagnia di pupi, sfidò la strega e quella invece di rischiare mandò a combattere il figlio (poi dite del senso di famiglia). Si ritrovarono uno contro l’altro sull’ ‘aspra vetta’ del Garagnone, là a Poggio Orsini, castello di sentinella della via Appia (questo lo sapevi, Paolo?). La strega, intanto, come il portiere del Camerun ai mondiali di Spagna (era lui? L’idolo giovanile di Buffon), lanciava malefici contro il paladino. A sera, stremato, Orlando si arrese e se la prese con la leggendaria Durlindana. Cercò di fracassarla contro una roccia. E invece la lama fece a fette la pietra. Il paladino, ringalluzzito, tornò indietro e, poco sportivamente, sorprese il figlio della strega che stava spassandosela. Senza nemmeno avvertirlo che stava cominciando il secondo tempo, lo infilzò. Orlando, irrispettoso, si mise a danzare e chiese l’applauso dei pastori.  Ma loro gli indicarono il suo cavallo. L’animale, più eroico del paladino, era stremato. Non beveva da un giorno e nella Murgia non è che l’acqua abbondi. Orlando se ne disinteressò e allora il cavallo si mise a battere gli zoccoli a terra. Con tanta forza, da aprire una crepa dalla quale sgorgò acqua limpidissima. Fu il cavallo a essere portato in trionfo dai pastori: una sorgente, fra queste pietre, era davvero un miracolo. La chiamarono Fonta D’Ogna, la fontana dell’Unghia.

Da leggere, se volete sapere della gente di questo ‘deserto’: Tommaso Fiore ‘Il popolo delle formiche’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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