Anigra

Attorno a me: un vecchio infermiere malridotto (catetere, accessi venosi, una sigaretta dopo l’altra, molti caffè e una ex che, dice, gli ha portato via tutto); un detenuto storto che preferisce il carcere all’ospedale; i suoi agenti di custodia giovani oppure con grandi pance, uno di loro è a cogliere ciliegie. Ieri sera c’è anche un’agente donna: ha attirato l’attenzione.
Questo è il contesto. Poi c’è una piccola storia che da tempo voglio raccontare: la storia invisibile (lei direbbe: etereesfumature) di Anigra, laurea in antropologia appena conseguita. Non ritrovo la mail attraverso la quale apparve per la prima volta. Forse, era un commento a un post. Mi spiegò, dandomi del lei, che stava scrivendo una tesi di laurea attorno a Franco Arminio, il poeta che ho seguito per anni. Google, a volte, aiuta la ‘serendipety’: Anigra mi aveva trovato cercando la parola ‘Bisaccia’, il paese di Franco. Da ‘Bisaccia’, l’algoritmo l’ha condotta fino a me. Scrive: ‘Ho visto una sua foto meravigliosa del Grillo d’Oro’. ‘Mi darebbe il permesso di usarla?’. Mi chiedeva quella foto, la facciata scrostata della vecchia osteria della famiglia Arminio. Credo l’avesse vista sul blog. (blog, post, mail, web: è cambiato il mio italiano, non mi ci abituerò). Gli incroci del web. Non pensavo che fosse passato così tanto tempo: il suo primo messaggio è del settembre 2021.
Non fatico nemmeno a cercarla, Anigra si accontenta di una bassa risoluzione, la prende dal blog. Almeno credo.
In quei mesi mi era venuto in mente (non era un’idea originale, per me un modo di ri/cominciare) di scambiare quanto scrivevo e fotografare con un dono. Che so: una bottiglia di vino, un sacchetto di tarali, tre patate. Ebbi l’impudenza di chiedere il baratto ad Anigra, che nemmeno conoscevo. Ed era la mia prima volta.
Scopro che Anigra è di Voghera. Dove non ricordo di essere mai stato. É ‘stracontenta’ e promette di mandarmi ‘qualcosa di buono’. ‘Da e di Voghera’.
Dieci giorni dopo, un’altra mail. Assicura: ‘Non mi sono dimenticata’. Sta andando in posta a spedire ‘i baci di dama di Voghera’. ‘Quelli originali’ e la mostarda, ‘da mangiare con i formaggi e il lesso’. Il pacchetto parte per Matera, ci aspetterà per alcune settimane. Siamo al Nord. La mostarda ci ha aspettato con pazienza.
Anigra mi sorprende. Un’altra mail. Una domanda: ‘Ascolta, ho letto nel tuo lavoro e nella tua attività, un’impronta odeporica originale (non è scontata per chi racconta di viaggi) che si intreccia ad una vena antropologica e ciò mi ha fatto pensare alla svolta filosofica di
e alla funzione di advocacy: potrebbe essere così? Quanto c’è di antropologico nel tuo lavoro?’.
Oddio, davvero lascio impronte? Mi inorgoglisco. E cerco di capire. Wikipedia benedetta (e maledetta: per questo non riesco a vendere l’enciclopedia Einaudi?). Odeporico: ‘che è proprio di un viaggio’, (Treccani), dal greco ὁδοιπορικός. La svolta filosofica di Tim Ingold: lui è un antropologo, cominciò occupandosi di Sami finlandesi per poi percorrere i difficili sentieri di un rapporto fra ambiente, tecnologia, arte, architettura. Avrei voluto ascoltarlo durante una conferenza sullo ‘Scarabocchio’, tenuta la scorsa primavera a Roma. ‘Advocacy’: parola molto usata dai cooperanti, ci sta benissimo nei ‘progetti’, fa un po’ figo, non si è ancora trovato una traduzione in italiano. ‘Sostegno’ o ‘Patrocinio’ non sono convincenti. Indica l’appoggio che una persona, un gruppo, una organizzazione da a una causa ‘di altri’. Questo vuol dire che quanto scrivo può spingere il lettore a ‘fare’ qualcosa? Mi piacerebbe parlarne con Anigra, che probabilmente ha letto soltanto i post del blog. E poi quell’ultima domanda: quanto c’è di antropologico nel tuo lavoro? Se intende attenzione all’uomo, posso dire ‘tutto’, ma forse non è così semplice.
Tim Ingold, a leggere un articolo di Gianfranco Marrone su DoppioZero, è uno che sostiene che la sociologia ‘dovrebbe cominciare dallo studio degli alberi: dal modo in cui, in un bosco, essi vivono le loro forme di convivialità, si relazionano fra loro, quelli grandi che curano i più piccoli, le storie che si tramandano a vicenda, tutti che crescono insieme secondo ordini misteriosi’
Arriva un’altra mail. La leggo e quasi mi confondo. È un elogio.
‘Credo che di antropologo tu abbia tanto’, dichiara subito. E questo mi basta. Al solito: ‘Se avessi studiato antropologia’. ‘Anche se ci fosse la possibilità di ritornare a quel desiderio, il tempo è agli sgoccioli. Troppo tardi, vecchio mio’.
Poi mi spiega: ‘L’antropologia ha pian piano rivolto lo sguardo oltre la sua originaria natura di scienza positivista, si è ripiegata anche su se stessa, emergendo con una nuova consapevolezza’.
Quale? ‘L’antropologo, pur avendo i classici come riferimento, è e deve essere nel campo per comprendere anche sé stesso attraverso gli altri’.
Qui c’è il passaggio complesso: ‘Détour, viene chiamato così’
Cerco Détour. ‘Deviazione’, così a occhio può significare un cammino ‘diverso’, un ritorno verso storie che avevamo sorpassato. L’indizio è Georges Balandier, antropologo e sociologo con cattedra alla Sorbona. Negli anni ’90 ha dedicato un libro al Détour. E al potere e alla modernità. ‘Si ritorna dall’esperienza con una nuova visione del proprio mondo’. Posso? Ho viaggiato, mi sono fermato in altre terre, ho conosciuto e fatto esperienze: al ritorno i miei occhi sono diversi, vedo la mia casa con un altro sguardo, afferro storie che mai avevo visto. É così?
‘Ho ammirato le tue foto-– prosegue Anigra- e lì tu non fermi l’immagine, Celati docens (Gianni Celati, immagino, un grande), poiché lasci immaginare l’impensato’. Mi dici che, complice Franco Arminio, stai indagando il pensiero di ‘grandi sconosciuti’.
Poi accade che il 24 marzo, Anigra si laurea. Votazione 105. Viva.
Un altro mese, fine di aprile. Nubi nere passano per il cielo di Anigra. La sua ultima mail è attraversata dalla malinconia, dalle impossibilità del futuro. ‘Sospesa fra ieri e domani’. No, Anigra, i sogni possono arrivare. Détour, no? Altri sguardi per altre visioni. Mi chiedi di continuare a scrivere nel blog. ‘Fallo per una quasi amica’. Devo mandarti quanto ho scritto a lato del vecchio blog. Oggi mi svanisco nel effimero di facebook (fatemi tornare ai longplaying)
E poi una domanda inattesa: ‘Come si scrive un libro?’.
Sono quasi quattro anni che non scrivo un libro. L’ultimo (il migliore) ha sbattuto contro la pandemia, poi contro l’emorragia, poi contro il gioco delle fratture. I due libri che avevo pensato di scrivere sono andati perduti per l’impossibilità di camminare (già, si scrive con i piedi) e la straordinaria storia del Santo si è fermata all’ultima tappa.
Dai, Anigra, ri/cominciamo (lo so non è molto antropologico, però ri/alzarsi da un po’ di giramento di testa e si può sorridere)
28 maggio 2022, Villa Torrigiani
print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.