Il meccanismo.1/Culo sudicio

Quando cominci a frequentare ospedali (da paziente) non riesci a smettere, non ti fanno smettere. Sei nel gioco. Io lo chiamo ‘il meccanismo’.
Il trucco è avere una sedia a rotelle, se non puoi avere una barella. La sedia a rotelle ti consente di correre per i corridoi e accelera la coda. E’ vero che non cammino, e con due stampelle vado a fatica come una lumaca. Dunque, ho bisogno della sedia a rotelle.
Conosco il percorso del CTO. Mi piacerebbe scattare foto a chi entra negli ospedali. Per un’analisi, per una visita. In genere ha un foglio in mano; alza lo sguardo, osserva, senza vederli, i cartelli, trova incomprensibili i colori e le frecce: e si sente perduto. Chiedo che gli architetti che progettano un ospedale: vi entrino ‘da pazienti’ e provino a orientarsi.
Ma io ‘conosco il percorso’. Ragazzo nero all’ingresso. Con termometro digitale. Chiede il greenpass. La manovalanza immigrata occupa soprattutto questo posto oppure fa le pulizie. Solo qualche eletto, degno di un ode, è medico.
C’è poi l’addetto al pulsante, racchiuso dentro uno spazio perimetrato da un nastro di stoffa. Devi capire che lui è uno ‘smistatore’. Devi capire che a lui devi dire dove vuoi andare. E lui preme un pulsante e ti consegna un foglietto con su un numero. C138.
La sedia a rotelle mi evita perfino il greenpass. Il virus deve andare a piedi. Greta invece, come accompagnatrice deve mostrare il suo greenpass.
Sportello 2. Una mezza rotonda, dietro ai vetri sono tutti ragazzi, ho voglia di chiedere che tipo di contratto hanno. Oramai li riconosco. C’è un ragazzo cinese, una ragazza che sembra quell’attrice, come si chiama? C’è una biondina sempre allegra, ci sono giovani con l’aria insoddisfatta. Oggi so che qui non devo fermarmi. A sinistra.
Sportello 11. Non ho la prenotazione (oramai fanno l’overbooking). Sospiro del ragazzo con la barba: ‘Vada, intanto, l’accettazione la faremo poi’.
Anticamera della radiografia. Guardi il tuo nuovo numero: VR8. Lo cerchi sul tabellone elettronico. Le sigle sono tutte diverse. Anche il mio sguardo è disperso? Un uomo seduto ha in mano un bigliettino con la sigla VR. Mi avvicino. ‘Dobbiamo aspettare’, mi dice. E guarda i numeri che scorrono. Parcheggio la sedia a rotelle accanto a lui. VR non salta fuori. Il tempo si immobilizza. Uno sportello è libero. Mi avvicino. Un uomo corpulento è minaccioso: ‘Mi dica come si chiama’, fa, irato, rivolto al ragazzo cinese dietro il vetro. Lui si cerca il badge che aveva ruotato attorno al collo e lo mostra. Si chiama qualcosa come ‘Hoi’. L’uomo grugnisce e ringhia ripetendo quel suono. Il ragazzo confabula con un impiegato. Chiedo del VR. ‘Potete andare direttamente alla radiografia’. Lo dico all’uomo che aspettava. Mi segue, con dietro il figlio azzoppato.
Davanti alle porte delle radiologie. Conosco anche questo corridoio di attese confuse. Nessun numero. Esce un’infermiera e tutti le saltiamo addosso. Io imito quello che fanno gli altri. L’infermiera afferra i fogli che le vengono sventolati davanti. E scompare di nuovo dietro la porta. Cinque minuti, esce di nuovo e comincia a chiamare. I tutori della privacy non sono arrivati fino a qui: grida i nostri nomi.
So che dietro la prima porta c’è un infermiere stanco e disfatto. Fa questo mestiere da troppo tempo. La mia infermiera invece è una donna bionda, dall’aria tonica e pelle da quarantenne. Non è ancora stanca. É atletica: manovra la macchina per i raggi come se fosse un banco ottico, non osa torcermi troppo la gamba, ingegna una ripresa laterale. La mia dose di raggi quotidiana: non morirò per l’emorragia, e nemmeno per la frattura (forse per ciò che ha causato la frattura, sì), ma per le mie razioni di radioattività. L’infermiera deve avere visto qualcosa dentro la mia gamba: ‘Ha un bel chiodo’.
Esco. Usciamo. Torniamo allo sportello 11. Penso al gioco dell’oca. L’impiegato con la barba è rassegnato: ‘Vada al meno 105’. Lui sa cosa può accadere, e non può fare niente per impedirlo. Interpreto la sua indicazione solo perché ci sono già stato. Ascensore. Piano interrato.
Gli ambulatori ortopedici sono deserti, le porte spalancate. Una infermiera fronteggia, perplessa, una donna. Mi guarda arrivare, osserva cosa c’è scritto a mano sulla mia impegnativa: ‘Ultimo mercoledì del mese’. Lo sguardo diventa di allarme. Vede altri arrivare. Ci raggruppiamo. Ora è quasi panico. Arrivano altre due infermiere. E l’assembramento diventa nervoso, elettrico. Una delle infermiere prova a dire: ‘Non c’è ambulatorio’. Una donna con una gamba ingessata ha il numero del suo chirurgo, lo chiama e lui risponde da Barcellona. Lo dice ad alta voce, è il via al tumulto.
Ricostruzione: gli ortopedici avevano fissato decine di appuntamenti per l’ultimo mercoledì di giugno dimenticandosi che il mese ha cinque mercoledì. Nel mio caso, avevano scritto sa penna ulla impegnativa il giorno del controllo. Se ho ben capito (può darsi che mi sbagli) le visite per fratture come la mia sono previste il quarto mercoledì del mese. Conseguenza: oggi gli ambulatori sono deserti, tre infermiere presidiano un avamposto abbandonato; il chirurgo, il migliore fra i giovani, mi hanno spiegato, risponde da Barcellona. Venti, trenta, forse più persone con fratture varie inviperite. Pronte alla rissa con la povera infermiera, che replica con l’aria di chi ha l’abitudine rassegnata ai corpo a corpo. C’è un ‘paziente’ (tutt’altro che paziente) che comincia a imprecare. É una pentola a pressione. Arriva all’ebollizione, esce vapore dalla sua testa e oscenità dalla sua bocca. Il primario, allertato, si tiene lontano. Ora immagino: ha acchiappato il primo ortopedico di passaggio in reparto e lo ha spedito giù nella ridotta aggredita. Arriva che schiuma frustrazione, ha lo sguardo verso terra, le orecchie dritte e il fumo che esce dalla testa. Vorrebbe non vedere nessuno. Lo scontro è da sceneggiata con Carlo Monni. Il paziente incandescente si alza in piedi, è grosso come un escavatore, ha una gamba paonazza e gonfia. Accoglie il passaggio del chirurgo con un urlo, un insulto che mai avevo sentito: ‘Culo sudicio’. Il camice bianco si arresta a un passo dalla porta, ruota su sé stesso, la sua risposta è pronta, irata, ma priva di fantasia: ‘Ce l’avrà lei il culo sudicio’. Elegante quel ‘lei’. Si rintana nell’ambulatorio sbattendo la porta, l’infermiera lo segue sbattendo la porta, l’incandescente fa per sfondarla. Si ferma in tempo. Si sente gridare: ‘Quello non lo visito, se ne può andare’. L’incandescente non reagisce. Arrivano le guardie giurate, rotonde come ippopotami, armate di pistole colossali. Tutti noi, pavidi, guardiamo altrove. Anche l’incandescente si acquieta e torna a sedersi. Le guardie, a fatica, entrano nell’ambulatorio. Il chirurgo è un vulcano pronto a esplodere.
Dopo tre minuti il medico comincia a visitare. Dodici secondi a testa, così a occhio, senza cronometro in mano. Belle e candide, arrivano due ragazze e chiedono all’infermiera dove possono sostenere un esame: le hanno mandate qui. Si alzano occhi al cielo. Non capisco come va a finire perché è il mio turno. Lui cerca la mia radiografia sul computer. La scruta. ‘Come sta?’ e comincia a scrivere. Un ‘taglia e incolla’. Mi sdraio sul lettino, e lui prima ancora che sia steso, mi sfiora la gamba e le fa fare una piccola deviazione. Torna al computer, scrive qualcosa. Visita finita. C’è tempo per una battuta su Matera. Mi fissa un nuovo appuntamento per il 3 agosto. Sentenza: coscia sgonfia (sarà, a me pare gonfia e rovente), cicatrice in ordine (vero: una splendida linea dritta e pulita); non dolore alla dgp, non so cosa sia ma è vero: nessun dolore; rom in flessione 90° (range of motion, leggo in internet); intrarotazione 30°; extrarotazione 30°, abduzione 25°.
Il giorno dopo, il fisioterapista legge e non crede ai suoi occhi. Mi prende la gamba me la ‘abduce’ e me la extraruota ben oltre i gradi riportati dal chirugo: ‘Non ti ha nemmeno visitato. Ma se ora ti chiedo manovre oltre quei 25° e ti accade qualcosa, ci vado di mezzo io’. Medicina difensiva, altro che narrativa. Carico assistito del 50% del peso del mio corpo. Questa volta è il chirurgo anziano che sorride: ‘Ci provi e mi dica poi come fa a capire che sta poggiando un carico delle metà del suo peso? Dia retta: ubbidisca solo al dolore, al primo accenno, sappia che sta superando i limiti consentiti. E allora molli’.
Nel gioco dell’oca, dobbiamo ripassare dall’accettazione. Che avviene a posteriori. Bisogna pur sopravvivere.
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