Cleò dalle cinque alle sette in due movimenti

Cleò è una cantante parigina. Frivola, di modesto successo, sena molte ambizioni. Deve aspettare il medico. Con i risultati di un’analisi. Ha paura: teme di avere un cancro. Agnès Varda crea un film ‘reale’: l’attesa di Cleò è lunga quanto la durata del racconto. Cleò, inquieta e ansiosa, non riesce ad aspettare, gira per Parigi, incontra sconosciuti, entra in negozi, va da una chiromante. Fino a quando non arriva il medico, impaziente, che sta per partire per il suo finesettimana

Cleò dalle cinque alle sette/primo movimento.

Due giorni di fila a Careggi. Ambiente di famiglia, oramai.

Il secondo giorno è più rilassato delle risse ortopediche di ieri. Questa volta sono atteso al metabolismo osseo.

Uso parole che non conosco. Vorrei una lingua capace di raccontare.

Ho in mano, come sempre dei fogli, un chilo di analisi, e parole che mi attirano come una calamita. ‘Sospetta gammopatia monoclonale’, ad esempio. Internet, mi fido del primo sito in cui mi imbatto: ‘gammopatia indica una produzione eccessiva di anticorpi’. ‘Monoclonale’ precisa che questi anticorpi sono prodotti ‘da un unico clone di plasmacellule’. C’è un acronimo, e qui il romanzo rallenta, si fa un po’ noioso: c’è una sigla, MGUS. Che sta per monoclonal gammopathy of undetermined significance’. Testo che potrebbe appartenere a Sun Ra. Colpisce il 5% delle persone con più di settanta anni. Quanti anni ho? In quanti abbiamo settanta anni? Consolazione: non tutti coloro che hanno il MGUS sviluppano un mieloma.

In realtà mentre prendevo l’ascensore (cavolo: non salgo più le scale a piedi, al diavolo posso farlo anche con le stampelle) per il secondo piano, non sapevo decrittare le parole misteriose che vedevo stampate sui referti. Avevo solo notato il grassetto della parola: ‘sospetta’.

Il mio breve viaggio nel metabolismo osseo è stata ben più divertente che quello nei sotterranei dell’ortopedia. Il merito è di due infermiere di buona stazza, signore del reparto. Una mi avverte di non perdere la tessera sanitaria: ‘È come la tessera della Coop. Preziosa: ci sono i punti’.

L’altra deve convincere una donna che è venuta con un anno di anticipo per la sua iniezione. Mi piacerebbe capirci di più. L’infermiera guarda i fogli della donna e dice: ‘E’ come se venisse in farmacia e volesse comprare le uova’. Per quel che capisco, la povera paziente (che parola usare: ‘malata’? Una malattia ce la deve avere oltre l’età, se no, non sarebbe qui con tanto anticipo. E se la deve vivere anche con ansia) deve ritornare a fine mese per fissare l’appuntamento.

La porta del reparto è aperta. Ma c’è una catenella che sbarra l’accesso, come se fosse un cinema. Devi suonare e un’infermiera si avvicina e ti concede l’ingresso. Uomini e donne in attesa. Sedute a formare come un cordone lungo le pareti. Sedute come scolarette, le mani sulle ginocchia. Noto sempre che nessuno ha in mano un libro o un giornale (‘Non fare il presuntuoso’), i più spilluzzicano sul cellulare, gli altri, le altre, aspettano, non sapendo cosa fare delle braccia. Penso che anni fa non era così: il telefono ha sostituito il giornale nell’attendere. Entra una donna elegante: abito estivo, nero, un giro di collana, tacchi alti. Si siede e lo sguardo si impiglia nelle sue gambe. C’è un medico (ha il camice): aspetta anche lui e intanto lavora al computer. C’è, ma lo saprò poi, un infermiere in pensione che ha accompagnato la moglie. La moglie ci tiene a farlo sapere e l’infermiera non si lascia sfuggire l’occasione: ‘Sono i peggiori’. Queste due mi piacciono.

Ho il numero 4 blu (benché il carattere sia nero)

La metabolista ossea (non se ne abbia a male: mi sta molto simpatica, medica di altra scuola) è sospettosa e cauta. Guarda le analisi del sangue che lei stessa ha richiesto. C’è un solo laboratorio dove farle a Firenze. Appartiene all’azienda sanitaria, viva la sanità pubblica.

Estorco alla dottoressa il nome della malattia a cui pensa: ipofostafasia. Lo dice e aggiunge: ‘Non andare a guardare su internet’. Consiglia altri esami e analisi estive (nel senso che occupano l’estate). Un esame del sangue è immediato: vengo spedito subito al laboratorio, sono fra gli ultimi della giornata, mi accolgono senza un solo dubbio. Applausi: il tempo di attraversare la strada e già mi prelevano il sangue.

Siparietto. C’è un uomo anziano all’ingresso del laboratorio. A richiesta, dirige il traffico. Indossa la divisa degli oss. Ogni tanto si alza e preleva i campioni di sangue già pronti. C’è una macchina che li inghiotte e lui con diligenza lì getta là dentro. Ma, scopro, una provetta del mio sangue deve essere conservata in congelatore. L’infermiera nota il passaggio automatico del vecchio e con un balzo lo ferma: ‘Questa no’. Appena in tempo. ‘E’ qui perché deve aspettare la pensione, colpa della Fornero’.

 

Cleo dalle cinque alla sette/Secondo movimento 

In due anni ho maturato una certa esperienza di ospedali. Ho una gratitudine forte per il Servizio Sanitario Nazionale. Ora esploro un nuovo avamposto.

Mi piace la strada desolata, confine post-industriale, che conduce all’ospedale di Prato: il vialone è dedicato a Nam-Dinh, città vietnamita, gemellata con Prato. Per l’ospedale si gira per via Suor Nicolina, direttrice degli anni ’60 della prima scuola infermieri di Prato. Ne abbiamo fatti di passi in avanti da allora.

L’ospedale è una figura geometrica imponente. Sembra una galleria d’arte cubista. Parallelepipedi bianchi e avorio sull’altro. Dall’aria accogliente. Nonostante assomigli a una nave-portacontainer.

Guardia giurata all’ingresso. Green-pass per Daniela (non funziona, si fa finta di niente). Nessun controllo per le mie stampelle. Dobbiamo difendere le forme.

C’è il tempo per un trancio di pizza con i pomodorini. Tranquilli.

Seguire la striscia gialla. Zampetto con le stampelle. Giravolta per i corridoi, sala d’attesa pediatrica, corridoi vuoti; l’ultima porta, distante da tutte le altre, è Medicina Nucleare. Due impiegate gentili. Fogli da riempire. Firmo, senza leggere. Cosa stai firmando? Primo ‘consenso informato’. Informato di cosa? Domando: ‘Qualcuno vi ha mai chiesto che cosa vuol dire? Qualcuno si è ma rifiutato di firmare? Qualcuno ha mai letto?’.

’No’.

Sala di attesa. ‘Si raccomanda la massima puntualità’. Mezz’ora di ritardo. Loro. Capita. Stiamo tutti distanti uno dall’altro. Più o meno. Silenziosi. Un uomo (un medico, un infermiere, più probabile, vestito di bianco) apre una porta, chiama un nome. A differenza dell’altro ospedale, qui non ti tolgono il nome. Forse violano la privacy. Bravi. O forse no?

Per l’attesa ho scelto il libro. ‘Bianco è il colore del danno’. Francesca. Lo avevo comprato subito, appena uscito. Francesca, giornalista amata, racconta il suo viaggio nella malattia. Lo avevo richiuso dopo cento pagine. Ero troppo coinvolto. Non avrei mai saputo scrivere come lei, ma, in parte, stavo vivendo quanto lei aveva già vissuto. Malattia diversa. Gli stessi esami: risonanze, tac, ora scintigrafia. Le stesse lunghe attese. Sono nel tempo della incertezza. Mi ostino, non sono malato, sono ‘rotto’. Si è lacerata una minuscola, invisibile arteria, ‘derivazione della basilare’, aveva detto il neurochirurgo: un naufragio, aveva precisato. ‘Bufera’, dice invece il medico di Francesca. L’arteria si è cicatrizzata, un miracolo, riassorbito, un enigma, l’idrocefalo, ora tocca alle ossa ri/cominciare a rompersi. Prima il collo del femore e poi, in maniera raccapricciante, il femore stesso. E una dottoressa del metabolismo osseo vuole cercare le ragioni di queste fratture. Ha sospetti. Non lo dice chiaramente, ma lo lascia scritto. Chiede ad altri medici: ‘C’è un mieloma?’. Il tempo era sfuggito al mio controllo. Dice Francesca: ‘era diventato un frattempo fra un’analisi e l’altra’. Io avrei scritto: ‘Era diventato un’attesa, fra un’analisi e l’altra’. Ma ‘frattempo’ è bellissimo. Non mi sarebbe mai venuto in mente.

Cos’è un mieloma?

Adesso ho il coraggio di leggere il libro di Francesca. Laura mi aveva detto: ‘Sei pazzo, evitalo’. Ed invece, eccolo qui. Non lo apro, aspetto, fino a quando il mio nome non corre per il corridoio. Mi ingarbuglio con le stampelle. Rimetto il libro nella borsa. E vado. Sono sbilanciato: appesi a una spalla due borse con due anni di analisi, visite mediche, referti, dischetti di tac. Due chili di peso.

Avete mai provato ad aprire una porta spingendola con le spalle, visto che le mani sono impegnate con le stampelle? Le porte a chiusura automatica degli ospedali sono pesanti.

L’uomo vestito di bianco è brusco, un oss anziano mi dirotta in uno stanzino, tenendosi a distanza. C’è la poltrona celeste per iniettarmi un liquido in vena. Mi siedo, l’uomo si prende i miei fogli, ma tocca a me trovare il solo referto che possa interessargli. Il verdetto del metabolismo osseo. Ma allora perché ti chiedono di portare tac e analisi di ogni tipo?

Prima domanda. ‘Lei è in cura oncologica?’. Come dire: ha un cancro? (suona meglio: ha un tumore?). ‘No, lo stiamo cercando’. Lo stiamo? ‘Trifasico?’. ‘Che cos’è?’. Fa un accenno a protesi, anche, ginocchia. ‘Ho una protesi’. Il medico (se l’uomo vestito di verde è un medico) aspetta fuori dalla stanzetta, un gesto di impazienza. L’uomo vestito di bianco lo rassicura: ‘Stiamo studiando’. Linguaggio loro, immagino. ‘No, non è trifasico’ ‘???’. Cerco di dare una mano, gli dico del mieloma. E del sospetto di ipofosfatasia. ‘Non lo cerchi su internet’, aveva consigliato la dottoressa. Non l’ho cercata.

Leggerò poi per conto mio: Scintigrafia ossea Total Body. La pagina di istruzione che mi hanno mandato ‘chiarisce’: mi inietteranno un tracciante (il medico cerca le mie vene difficili, è la seconda iniezione oggi: in mattinata mi avevano prelevato il sangue, per un’altra malattia. Le colleziono). Cercano anche di spiegare: fosfonati marcati con Tc-99m. La mia medica mi aveva detto: ti inietteranno ‘tecnenzio radiomarcato’. Il tecnenzio è un elemento chimico, grigio argenteo, numero atomico 43. Un metallo ‘di transizione’, molto raro in natura. Wkipedia: medicinale con ‘isotopi radioattivi’. E ancora: sono ‘sostanze chimiche che hanno la proprietà di interagire specificatamente con il sistema biologico e che, una volta iniettati in vivo, possono spesso anche essere seguiti dall’esterno’. Chiaro.

Non esiste un’altra lingua?

Il tracciante si depositerà sulle ossa ed emetterà radiazioni.

Il film è Blade Runner. Entrerò in una ‘gamma-camera’. Mi affido a Wikipedia, non so niente di fisica e mi perdo nelle parole della medicina. Il linguaggio medico è una gabbia. Non ci sono traduttori simultanei. Dopo mesi di esperienza con una lingua a me sconosciuta non ho fatto molti progressi. Poi penso alle brusche parole di chi ha aperto la porta: ‘Lei è qui perché oncologico?’ e mi voglio convincere che le parole incomprensibili dei referti siano una sorta di difesa del paziente. Meglio che non sappia, insomma. No, temo che non sia così: credo di più che sia a metà fra un linguaggio per iniziati e l’inganno. Una setta che esclude. Cosa costerebbe usare parole comprensibili? Esistono?

Nella ‘gamma- camera’ (non mi è chiaro se corrisponda alla stanza o alla macchina che ora appare con tutta la sua glaciale imponenza) avviene lo scintillio delle mie ossa oramai radioattive. Noi, ‘pazienti radioattivi’, diventiamo una costellazione, emaniamo fotoni-scintille. Scintille di luce come una galassia.  Ancora un’ora e mezza e sarò ‘scintillante’. Figo.

Mi ricordo pagine di Gioconda Belli in Waslala, dove gli abitanti del villaggio della foresta diventano luminescenti. E radioattivi. E muoiono.

L’oss cammina spedito con le mie borse, io zoppico dietro a lui. Quasi mi spinge dentro uno stanzetto. Tre metri per due. Senza finestra. Una porta scorrevole, un bagno. L’oss mi allunga una bottiglietta di acqua: ‘Beva’. E se ne va. Ci sono altri due uomini, una sedia scomoda, metallica. Eppure avevo letto che avrei atteso ‘su una poltrona all’interno di una saletta’. Devo bere almeno un litro di acqua (l’oss mi ha passato mezzo litro) e fare pipì (non c’è problema, la mia prostata se la gode). Tutti e tre, come un marchio, abbiamo lo stesso cerotto bianco: in due sull’avambraccio, il terzo sul dorso della mano.

La porta si riapre e viene spinta dentro una anziana su sedie a rotelle. Con il capo reclinato. Anche lei ha il cerotto di riconoscimento. L’oss cerca di passarle l’acqua. Lei dice: ‘Ho già bevuto’. Afferro io la sua bottiglietta.

Dobbiamo aspettare qua dentro cento e cinquanta minuti. Il tempo si immobilizza, fino a fermarsi. Devo ricordarmi di Ivo Andrić che scriveva che la Drina scorre sempre, che il tempo è sempre uguale. Tutti e quattro in questa stanzetta, siamo seduti alla stessa maniera: le dita delle mani sono intrecciate fra di loro, la donna le tiene sulla pancia. Noi, uomini, in grembo, sospese sui coglioni, direi. Le nostre schiene sono incurvate. La donna in sedia a rotelle è parcheggiata nel mezzo. Ci sfioriamo.

I miei compagni sono ‘esperti’. Soprattutto il più corpulento. In questi luoghi si raccontano le malattie reciproche e gli esami a cui si è stati sottoposti. E lui ne ha una collezione invidiabile, tutte le ‘scopie’ possibili. Gastroscopia, colonscopia, cistoscopia. Dov’è il tuo tumore, amico? Lo scorso anno ha già fatto la scintigrafia. E ricorda l’attesa e l’acqua che ha dovuto bere. Ora è innervosito, questi mesi/anni di ospedale, non gli hanno insegnato l’arte dell’attesa. Non ha capito che il tempo non gli appartiene più. Il suo compagno non ha capelli e una vistosa macchia scura spicca sul capo calvo. Deve aver lavorato in banca, oppure era un maresciallo, mi sono fatto questa idea. Anche lui è alla sua seconda scintigrafia. Mi dice Laura: ‘Serve a individuare i punti di metastasi’. C’è la foto di uno scheletro ferito da numerosi punti neri.

Dice il corpulento: ‘La gastroscopia è un po’ invasiva’.

Replica il maresciallo: ‘E’ soggettivo, non è nemmeno la fine del modo’.

‘E la colonscopia: ti infilano nel culo una cosa e ti cosano per tutto il corpo’

Fra malati si parla solo di malattia. ‘Anch’io ho fatto…’

‘Ho già bevuto una bottiglia. Ce ne hanno data una a testa’.

‘Da mezzo litro, però. C’è scritto di berne almeno un litro’.

‘Mi hanno detto di bere, mica la quantità. Bere, mica lo so a che serve. Me lo hanno ripetuto: bere, bere, bere. Sarà per la creatinina, per i reni’.

‘Fortuna che c’è il bagno a portata di mano’

‘L’anno scorso, quando feci la scintigrafia, mi vennero tutte le mani blu. Le vene blu. Questa volta, invece, niente’.

‘Ci vogliono precauzioni. Qualche cosa di nucleare c’è, qualche cosina, siamo radioattivi. Bisogna stare lontano dai bambini, dalle donne in stato interessante’.

‘C’era scritto: si raccomanda la puntualità. E siamo qui da due ore’.

‘Non funziona il telefono. Negli ospedali, quando sei in basso, niente cellulari’.

La porta scorrevole verso l’interno si apre. Ecco la ‘gamma camera’.

I miei compagni a turno mi precedono. Rimangono dentro una mezz’ora. Escono. Non sono diventati scintillanti. Sono pensierosi. Siedono ai loro posti. In silenzio. Una voce dalla ‘camera’ chiama il mio nome. ‘Vada in bagno’. ‘Già fatto’. Entro.

‘Ha metalli? Catenina? Svuoti le tasche’. Indico le lampo delle due tasche. Uno sguardo: ‘È plastica’.

La stanza è in penombra. Ma è un’ombra sporca, sbiadisce l’aria, non ricordo i colori delle pareti. Bianco sporco, se mi metto a pensare. Non ricordo nemmeno la faccia del tecnico. Forse ha la barba. Da quanti anni ripete questi gesti? E’ giovane. Non è cortese, non è brusco. É altrove, i suoi movimenti sono meccanici. Deve essere opprimente lavorare sempre in questa penombra che mai diventa luce o buio. Rivedo la macchina, la guardo come se fosse un sottomarino spiaggiato.

Un immenso cilindro. La porta di accesso è lo sportello di una grande lavatrice. So che c’è un collimatore e uno scintillatore. Ecco, adesso sono in Star Trek. Non esistono colori, non è nemmeno bianco.

Mi devo stendere, un sudario è pronto ad accogliermi. Non è facile sdraiarmi. Al rallentatore. Sento il metallo. La schiena si stira e si ribella. Ricordo: il mal di schiena è uno dei campanelli del mieloma. Allungo le braccia lungo il corpo. Non sono centrato e una mano è fuori dal lettino su cui sono steso, con un dito ne afferro i bordi. Non dico nulla. Non si muova. Per nessun motivo. Il lettino comincia a scorrere verso l’ingresso nel tubo. Sta per ingoiarmi. Ho già provato più volte questa sensazione. Ma questa macchina mi appare più imponente. Il mio corpo scivola verso la bocca che, aperta, mi attende. Una balena. Lascio gli occhi aperti fino a quando mi trovo a sfiorare il naso contro una piastra metallica. Non so se è sempre stata lì, o se un comando l’abbia spinta verso i me. C’è disegnato un mirino, una crocetta, punta dritto sul naso. Allora chiudo gli occhi e mi impegno a non riaprirli. Sono nel ventre della balena. Non sento nulla.

C’è un ronzio in sottofondo. Qualcosa gratta sul metallo sotto la mia schiena. Avverto mille animaletti metallici muoversi sotto il mio braccio fuori asse. Danno luogo a piccole onde. Mi sforzo di rimanere immobile. Non deglutisco. Non so dove sono, non ricordo i pensieri. É questa la meditazione?

Non appartengo più al tempo. Non ne capisco la dimensione. Potrei rimanere sepolto qui per secoli e non sarebbe più lungo di qualche minuto. Sono in pace. Il tempo annullato, non c’è più un prima e un poi. Ora che ci penso, mi rivedo in un liquido amniotico, ma non può essere la pancia di mia madre, non sarei stato così tranquillo se fosse stata la sua. Deve essere un’altra donna. Più generosa. Non so quanto tempo sia durato il mio viaggio nel tubo. Avevo letto che occorrevano venti minuti. Non sono riuscito a definire il tempo, non aveva inizio, non aveva fine. Galleggiavo. Le mie ossa, rivestite di una sostanza invisibile e radioattiva, hanno mandato messaggi alla gamma camera. Non hanno lasciato traccia sulla plastica. Ammesso che sia fatta di plastica.

‘É finita’, dice una voce. E il lettino esce dal tubo. Apro gli occhi.

Ruoto se me stesso, mi alzo. Mi appoggio al piano. Dico: ‘Mi gira la testa’. So che devo stare fermo un minuto. Lasciare che l’equilibrio riconquisti il mio corpo. L’ombra del tecnico ha il primo gesto di comprensione: ‘Faccia con calma’.

Esco.

I miei compagni non ci sono più. Non li rivedrò. Il tecnico, anche sotto i neon, continua a essere un’ombra. È entrato per spingere dentro anche la donna seduta sulla sedia a rotelle. Ora sono solo.

Ho letto che non posso uscire. Devo attendere un’autorizzazione. Dopo un po’ l’ombra riappare: ‘Arriva il medico’. Richiude la porta. Pochi minuti e la riapre. ‘Può andare’. Non chiedo nulla, non domando dove è finito il medico. Esco nel corridoio. L’oss bada sempre a stare a distanza da me, mi rimprovera: ‘Chi le ha detto di uscire?’. Mi giro verso la stanza e faccio per dire qualcosa. L’oss non aspetta la mia risposta: si disinteressa di me. La porta di uscita è a un passo, premo il maniglione, corridoio, disorientato. Ritrovo i miei passi, la sala di attesa della pediatria. Devo stare lontano dai bambini. Daniela sull’ultima sedia.

Una settimana per il referto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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