Cardiff

 

Lei, sul divano azzurro, con il telo che raspa le gambe nude, legge Kavafis. E’ importante? Guardo le sue gambe. Scopro le sue gambe. So che la cicatrice comincia dal sedere e scende giù per la coscia destra. Tina continua a leggere.

Guardo i suoi libri: Pessoa, Recalcati, Thoureaux, i libri di fotografia, Una morte dolcissima. Mi viene in mente che dovrei regalarle Simona Vinci e Jana Cerna. Mi piacerebbe donarle la serenità dei Momenti di trascurabile felicità. Dal suo computer esce la voce di Leo Ferrè.  Ricordo quando, nella mia stanza al piano terra di una casa dove per la prima volta sono stato con una donna, gridavo: ‘Ma la solitudine…’. Leo lo faceva, nei solchi spezzati di un trentatré giri, io giravo in tondo e lo seguivo. Nella copertina del disco c’era un uomo dai capelli bianchi e lunghi e il maglione nero. Credo che avesse le braccia aperte come un Cristo. Ferrè, anarchico della malinconia e della rabbia senza riscatto. Quanti anni ha Tina, questa donna che legge Kafavis indossando un abito leggero di svolazzi rossi? Forse più di cento. Forse meno di cento. Forse appena poco più di venti. Le cicatrici sono da vita sgraffiata dal cemento e dall’asfalto. Non voglio farlo, conto gli anni di differenza, non so più fare sottrazioni. Questa volta non dico: ‘Gli anni non contano’. Me ne accorgo degli anni. Mi siedo su una poltrona di velluto. Lei si alza. Io le porgo la macchina fotografica. Ha comandi troppo piccoli la mia macchina, lei li sposta con il dito. E comincia a fotografare. Io non ho pensieri, ma so cosa voglio fare. Ci interessano i corpi. Io non avrò coraggio.

Mi tolgo la camicia. La sistemo sul letto. Fra pochi giorni lei dovrà lasciare questa casa. Nel piccolo salotto ci sono scatoloni con i libri. C’è un elenco dei libri. Catalogati con attenzione per essere divisi fra i parenti. In una stanza hanno staccato i quadri. Sono rimasti i buchi sui muri. Dovevano essere foto, il muro è trafitto. Come se avessero sparato. Oppure come se avessero insistito sulla pelle con un piccolo coltello affilato. Sono rimaste le cicatrici.

Un cervo attraversò la strada di Tina. L’asfalto scorticò la sua pelle. La portò via. Non fu un graffio, non fu una ferita. Fu carta vetrata passata sulle gambe con la maestria accurata e feroce di un manovale. Non si accorse che stava portando via la sua carne.  Non uscì sangue, almeno lei non lo ricorda, ma le vene pulsavano sotto pelle e l’onda invase il suo corpo. Cambiò colore, Tina. Il cervo esitò un attimo, rimase sulla strada un secondo più del dovuto. Non c’era nessun cacciatore. Girò la testa verso la donna. I loro occhi si incrociarono. Lei rimase a terra.

Socchiudo gli occhi, non voglio vedere i movimenti di Tina. Gli specchi devono mentirmi. E ora ho la mia pancia (cellulite, grasso, cascami, macchie, un biancore da vecchiaia, capezzoli ritratti, petto molle, peli svizziti, punti rossicci – il medico mi ha anche detto come si chiamano, quando glieli ho mostrati), le mie spalle, il mio ombelico dolente sono nudi di fronte a Tina. Che si avvicina e fotografa. Io non tiro la pancia indentro. La lascio andare. La macchina ha uno scatto leggero, ma non è silenzioso. Non guardo verso di lei. Avverto il click. Non so cosa stia fotografando. La sento vicina. E’ bello, sentirla vicina. Sto bene. Tina è molto bella. Non bellissima. Ha cicatrici, Tina. Un taglio punteggiato, molto lungo sulla gamba destra. Parte dalla coscia e arriva fino al ginocchio. Per un anno e mezzo, non ha camminato.

Mi alzo. Slaccio la cintura. I pantaloni scivolano a terra. Mi tolgo le mutande. Penso che non sono pulite, faccio un movimento per nasconderlo, butto per terra. Sento un respiro. Dice una parola, Tina. Non la ricordo. Forse non l’ho udita. Mi rimetto a sedere. So che il mio pisello (già che parola usare: uccello? sesso? Cazzo? Devo rileggere scrittori che ne hanno scritto. Una volta una donna mi disse: ‘Il tuo pene’, mi sentii ridicolo)…il mio pisello è scivolato giù, sta fra le cosce, dovrebbe spuntare da sotto la gamba accavallata. Tina si allontana. Fotografa. Si avvicina, non so a quale parte del mio corpo, e fotografa. A volte muove rotelle sbagliate, la macchina inscurisce l’immagine. Tina rimedia. Si contorce, si abbassa, si sdraia, si mette in ginocchio. Fotografa. Cerca. E’ a piedi scalzi, ma intuisco il suo aggirarsi attorno a me. Scivolo dalla poltroncina. Il velluto mi sta dando fastidio. Mi gratta il sedere. Fa caldo, molto caldo. Le finestre della camera da letto (il letto dei nonni, non ci sono lenzuola, solo i materassi, la testata in ottone, una riproduzione di una donna con bambini, ma non è la madonna, appesa alla parete, le luci sul comodino non funzionano, lampadine fulminate. Unica traccia di vita: una chitarra nella sua fodera)…le finestre della camera sono aperte, ma l’aria è immobile, densa, porosa. Poggiare il sedere per terra è strano e gradevole. E’ il senso della pietra. Afferro questa sensazione. Non dico niente. Forse qualche parola gettata lì per caso, per fermare sul nascere un’attenzione. Tina struscia sul pavimento. Si aggomitola. Obiettivo ad altezza del mio corpo. Si avvicina. Non ha pietà, cerca i punti più molli. Rannicchio le gambe, la pancia si dilata in fuori, sovrasta l’uccello, il petto si raggrinzisce. Le foto, a differenza degli specchi, non hanno mai mentito: in fotografia vedo la mia età, mi piacciono le mie rughe a ventaglio di lato agli occhi, mi colpiscono le rughe della fronte, il mento che sembra sul punto di cedere, le guance inflaccidite. Allo specchio, mi piace la mia barba. In fotografia mi ricorda un campo di stoppie marcite e risecchite. Vedo sempre la pancia premere sulla camicia.  Lo specchio deve nasconderla. Tina cerca la pancia che si arrotola su sé stessa. Tina è il suo corpo. Non so come è cominciato, ma, una volta, abbiamo parlato del corpo. Io volevo fare qualcosa con i corpi. Con il cambiamento dei corpi. Con i corpi feriti, tatuati, mollati, deperiti, invecchiati, uccisi, stuprati, abbelliti, ingrassati, deformi, perfetti. Un’idea che annoto da qualche parte e dimentico. Tina non dimentica se non decide di dimenticare. Abbiamo sfiorato una sensibilità. Il suo corpo è la sua vita. Le cicatrici sono lì a ricordarle il tempo. Ha occhiaie tonde e un corpo sinuoso. Ha una faccia da Mediterraneo, ma i suoi avi sono migrati dall’Oriente. Ha un seno piccolo e bello. Ho le foto scattate da Tina con me. Quando ho coraggio, le do uno sguardo veloce. Timido. Di nascosto. Un giorno la riaccompagnai a casa. A Cardiff. Non sapevo nulla di quella città.

Cardiff è una città senza storia. Quartieri ‘nuovi’. Mattoni a vista. Un parco dove mai ho visto qualcuno. No, una volta, nel caldo di un’estate, c’era un ragazzo nero che versava dell’acqua sulla testa di un uomo sdraiato su una panchina. A notte. Nemmeno un’anima. Però nei bar ci sono uomini in camiciola, neri che maledicono la sfortuna, donne dalle pance mollate che giocano alle slot-machine, vecchi senza la mattina. Al mercoledì, il bar offre pizza e bibita. A cinque euro. Ne ho vendute venticinque, mi dice la barista. Cardiff è bellissima. Nella casa al terzo piano, Tina ha passato cinquecento giovedì della sua vita. Pomeriggi della settimana nel quale doveva stare dal padre. E, invece, stava da nonni. Seduta a un tavolo di plastica a studiare. Il nonno era a capotavola e dopo cena camminava nei tre metri del corridoio. La casa era colma di soprammobili. Per Tina era la casa dei desideri. Ha voluto portarmi qui prima che fosse chiusa, venduta, affittata. Perché non sono salito con lei quando l’ho accompagnata al ritorno da una bella giornata? E’ lì che mi venuto in mente: ‘Questa è Cardiff’. Non sono mai andato a Cardiff, e non so se l’omino con il basco vivesse lì. C’erano le case con i mattoni a vista. Ma erano a un solo piano. Qui sono condomini a quattro piani. C’è il divano celeste-blu, le lampadine che non funzionano, la cucina pre-Ikea. Non ci sono più le pentole. Ho trovato pace alla casa di Cardiff. Mi sono sentito al posto giusto. Mi è venuta voglia di dormire. Avevo il grumo della ‘non-voglia’ da sciogliere. Non so se ci sono riuscito. Ci ho provato e ora mi accorgo che, almeno per oggi, non c’è più.  Ma Tina non si è fatta viva. Da mesi, non si fa più viva. Non ha mai risposto ai messaggi. Né alle telefonate. Tempo fa siamo andati a vedere il film ‘Adele’ e siamo rimasti in silenzio, ammaliati dall’amore infinito nelle due donne sullo schermo. Ricordo che avrei voluto prenderle la mano e avrei voluto fare con lei quanto stava passando davanti ai nostri occhi. Non accadde. Solo silenzio.

Poi a volte accade. E non sai spiegartelo. C’è una sola parola che riesca a definirlo: grazia. Ti prendo per mano, il divano non è più blu, si incrocia la prima tenerezza della notte con la lampadina troppo vicina. Ha un altro colore. Il tuo vestito è rosso. La gamba ferita è la destra. Viso verso la parete, il tuo corpo si allunga. Non so se hai gli occhi chiusi. Mi avvicino. Scopro le tue gambe, fino al sedere. Non guardo il tuo culo, mi afferra la linea di confine fra le tue gambe e il tessuto del divano. L’onda del tuo corpo. Ha una geometria di felicità. Ecco, un’altra parola da usare: felicità. Il disegno della tua pelle è un dono di felicità. Mi chino un po’, scatto, cerco il punto di messa a fuoco, allungo i tempi, ma lascio fare alla macchina. Scatto poche foto, guardo la pianta dei tuoi piedi, sporca della polvere invisibile di una casa disabitata. Solo dopo mi accorgerò dell’ombra del sedere, appena sotto la piega della veste rossa. I colori sono perfetti. So di essere innamorato. Non ho pensieri. Deve essere questa la meditazione. Mi avvicino per farti vedere le foto, il tuo viso è smarrito in qualche modo sereno. Hai tenuto gli occhi chiusi. Nessun pensiero. Non so come accade, mi stendo accanto a te. Sul divano non c’è posto per due. Ma i corpi trovano gli incastri, si rannicchiano, diventano uno solo. Questo vorrei fotografare, il momento in cui il due diventa uno, in cui il corpo muta per accogliere l’altro. Non ho pensieri. Ma sono le mie mani che cercano la tua pelle. Penso alle tue dita e non ho domande. Tu sfiori il mio corpo. Non trattengo il fiato, non spengo la luce. Ora che scrivo mi viene in mente: le tue dita di ragazza sull’addome, sulle spalle, sul collo, sulla schiena di un vecchio. E’ una gentilezza. Abbiamo dimenticato. Tocco il filo delle tue mutande rosse. Vado in su e in giù con due dita. Incerto, ebbro, felice, eccitato, tranquillo. Tocco quel nastrino, il tuo viso scomparso nelle mie spalle. Non baci, scopro che non baci. Le dita varcano il filo elastico, cercano anfratti, pieghe, rughe. Sfioro quella pelle che sta fra il culo e la fica. Non trovo altre parole, vorrei dirle, non le trovo. Eppure mi appaiono belle. Mi sembrano libertà. La tua fica è bagnata come un lago dalle acque dense. Ho voglia di portare il mio dito alla bocca, leccare il tuo odore, leccare la tua umidità. Non lo faccio. Muovo il dito sul tuo culo, sul buco del tuo culo. Poi lo riporto sulla fica. Cerco di arrivare là dove comincia. Mi appare lunghissima, non riesco a percorrerla tutta, solo per un attimo arrivo alla sua fine. A quel punto di carne e nervi, incanto e dolore, che si protende verso il tocco del mio dito. Solo un poco, solo un secondo. I miei muscoli tirano, mentre scrivo il mio uccello preme. Ma su quel divano era solo serenità dolcissima, il mio uccello non pretende. Il paradiso. Il dito entra nella tua fica, non annega, respira in quella densità. Tutto dura un minuto. Non di più. La mia mano ora è sulla tua spalla. Ho la stanchezza della felicità, ancora questa parola. Ho voglia di piangere, di ridere, di fare le storie giuste. Stiamo lì. Appesi. Non so chi si alza, chi decide la pausa, chi vuole riprendere fiato. I tempi e il ritmo si stanno costruendo. Ci alziamo. ‘Troppo importante’, dici. Ora tutto si confonde, le ore si saldano una all’altra. Non so più cosa accade prima, cosa accade dopo. Ti vedo al computer a guardare le foto. Mi vedo a leggere un libro. Una scrittrice francese. Provo lo stesso piacere. La felicità si è dilatata. Ogni gesto ne diventa parte. Questa non è la pace. E’ la vita. Sfoglio le pagine e sento il sapore della tua fica. Lo lascio sulla punta dell’inchiostro. Mi alzo, ti bacio la spalla. Ti lascio con Kavafis e con le tue foto, che stai cambiando in un bianco e nero. Perché non vogliamo un mondo a colori? Vado a dormire, Tina. Non funziona la luce del comodino. Mi tocca tenere accesa la lampada appesa al soffitto. Fuori il cielo è della notte. Cardiff non ha un solo rumore. Nemmeno i ragazzi per strada. Tu rimani in cucina. Io mi addormento. Non so a che ora arrivi, non ti sento entrare nel letto. Lo abbiamo rifatto come due ragazzi. Mezzi lenzuoli. E’ la nostra cura. Io ho un cuscino del divano. Lascio quello del letto a te. Mi sveglierò e ci sarà il tuo viso da donna mediterranea con un uomo che è arrivato da qualche oriente. Vorrei viaggiare con te.

Mi sveglio presto. E so dove sono. Da molto tempo, mi svegliavo e non riuscivo a capire subito in quale letto, in quale città avevo dormito. So di essere a Cardiff. Nella casa dei desideri. Una casa normale. Con i ninnoli e il letto in ottone. Domani non ci sarà più. E l’immagine di una Madonna rurale sopra la testata. E le lampadine che non funzionano. E la tenda pesante e ricamata: ha giochi di luce, si compone e ricompone. Mi alzo, sento il pavimento sotto i piedi, tu sei accanto a me, un lenzuolo, il viso ovale serissimo, le gambe che spuntano fuori, guardo le tue cicatrici sul ginocchio. Non ti sfioro. Vorrei andare a comprarti qualcosa per colazione. Non c’è niente in casa. Non so dove sono le chiavi. Non posso uscire. Mi piace essere imprigionato. In un condominio. Qui hai vissuto per sei mesi. Lontano. Hai studiato. La casa dei giovedì. Non mi siedo al tavolo di cucina, sto in piedi, nel salottino, apro il computer e provo a lavorare, a scrivere quanto devo scrivere perché mi pagano per farlo. Non scrivo questa storia, ma di altro, come se fosse un giorno normale, come se non fossi a Cardiff, apro il libro e copio. Una vita quotidiana. Ora ci penso: sono in piedi, in mutande, alla periferia di Cardiff, sto scrivendo e non me ne importa niente, devo scriverne cinquanta pagine, sono scalzo, Tina dorme a un passo da me, la casa è in trasloco, è mezza svuotata, ci sono scatoloni davanti a me e io trovo tutto questo normale. Vorrei venire da te, svegliarti, sentire la tua pelle sulla mia. Non lo faccio. Perché è bello a questa maniera. Prendo la macchina fotografica, so che il suo scatto fa un rumore leggero, spero che non ti svegli. Faccio solo tre foto. Cerco la tua tranquillità. Anche tu, mi sembra, sei nella normalità, la dolcezza di un sonno, come se fossimo qui da mille notti e avessimo abitudini. Tu vieni a letto alle quattro e io mi alzo all’alba. Vorrei prepararti la colazione. Ma non c’è modo. Torno in piedi, davanti al computer.

Il confine fra il mare e il cielo. C’è un pittore, laggiù, in Sicilia, che riesce a confondere gli orizzonti, non traccia linee, unisce le differenze, tutto diviene indeterminato. E’ Tina a usare questa parola. Guardavo i suoi quadri affascinato, incerto se avanzare verso quella nebbia o in attesa che qualcosa appaia da quella nebbia che tutto rende senza corpo. Senza corpo, eppure i nostri corpi, per un momento, hanno varcato quell’orizzonte e si sono confusi. Ne ho l’odore addosso e vorrei che se ne accorgesse la barista che mi offrirà un cappuccino. E non me lo farà pagare perché le ho donato un momento di mistero. Non ricordo quando ho lasciato la casa. Non ti ho chiesto di tornare. Il tempo non si è fermato come avevo creduto. Non cerco di capire. Non sono infelice. So che lo sarò. Sono ‘tranquillo’. Ho una mano rassicurante sul mio stomaco. Sorrido. So che ora sarà silenzio. Che sì, mi mancherai, ma di questo ne farò forza. Non è così che andrà. Sì, così andrà. Lascio messaggi, caccio via preoccupazioni, so che ti sei spogliata ancora, sei salita su un mobile, il cavalletto sostiene la macchina fotografica, non sai cosa cerchi. ‘Cosa faccio?’, ti vedo senza sonno, girare attorno, incerta, disperata, forse arrabbiata, felice, indeterminata, un correre in alto e in basso del pensiero, euforia e solitudine, come è pericoloso, Tina. Stai guardando l’orizzonte o l’orizzonte ti ha avvolto? Quel pittore in Sicilia è morto. Non sono mai tornato da lui. Tu guardi la linea del mare. Tu non baci, ma le nostre labbra respirano una contro l’altra. Le lingue si sfiorano appena, non vanno oltre l’orizzonte, lasciano che la nebbia leggera le avvolga. Non apri gli occhi. L’asfalto davanti a me, le luci di un’autostrada, le macchine, le line convergenti della strada, un tunnel, il casello, gli altri uomini e donne. Inconsapevoli. Eppure li vedo diversi. Ho relazioni con loro. Spoglio ogni persona che incontro. Per afferrarne i corpi. Per cercare il dritto di una foto. Per cercare un lato chiaro e addentrarmi, senza timori, nella feritoia di qualcosa non detto. La macchina sale alcune curve. Sono lontano. Sorrido. Ho in mente la tua fica, i tuoi occhi, le tue labbra che si arricciano, la testa piegata. Mi dico: è davvero lunga la tua fica, i suoi contorni poggiano contro la pelle delle cosce, gratto i tuoi peli, è curata, il tuo culo è offerto, ti piace sentire il mio dito dentro di te, mi piace stare lì, mi piace da ubriacarmi di felicità. Mi viene in mente di nuovo la parola serenità, non ne trovo altre. A sera vado in pizzeria, da solo. Ma non mangio la pizza, il cameriere è un volontario, non è del mestiere, ha una sua gentilezza impacciata. Mi piace essere qui. Leggo ancora il libro francese. Devo stare fuori per leggere. Faccio una cosa da solo, dormo nella mia vecchia casa, fa caldo, ma questa volta il mio mondo non è ostile. Mando un messaggio a un amico. E tu continui a girare per Cardiff e aggiri la tua inquietudine. Fotografi mentre io mangio una pasta. Che, ricordo, aveva un buon sapore. Come la tua fica.

Silenzio. Solo il silenzio. I miei passi sull’asfalto. Il vestito blu di Adele.

 

 

 

 

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