Incontri in reparto/L’uomo che scrive il padrenostro

Il calzolaio

Sono passati alcuni giorni, forse molti, i ricordi già galleggiano ai confini della nebbia del caldo. Non voglio dimenticare. Chiedo perdono, questi personaggi non sono di fantasia. E alcuni possono facilmente riconoscersi. Spero che non se ne abbiano. Io sono grato a chi, senza immaginarlo, mi ha donato la coscienza di una grande umanità.

 

 ‘Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere’ (ppp)

 

L’uomo che scrive il padre nostro mi dà la mano, mi saluta con un ululato, ha una sua lingua, non ha mai parlato, non ha mai sentito. Sordo e muto. Fin dalla nascita. Dove sei stato nei primi dieci anni della tua vita? Cosa ne capivi di quanto ti accadeva? Quando sei nato, si sono subito accorti della tua mente abbandonata nello spazio? Sei una farfalla che porta scompiglio. Conosce le buone maniere, ma non le rispetta. É più forte di lui. É urticante, e scivoloso. Compare dal ventre del reparto, si affaccia trascinando dietro i piedi, le ciabatte, una pancia che è solo pelle senza niente all’interno, una pancia-grinza. Occupa, con mala grazia, la panchina del giardino. Oppure si sdraia per terra, ai confini del prato al riparo di bocci di bei fiori. Si piscia addosso. E la piscia crea un rivolo che segue la discesa del terrazzo. A volte l’uomo (è chiamato ‘psichiatrico’) si arrabbia, ulula la sua protesta, minaccia, alza le mani. Strappa i fiori, uno per uno. Capita che cerchi di picchiare. L’infermiere maschio lo affronta con durezza. Li pianta il suo corpo addosso, lo trattiene contro il muro. Trenta secondi, lui si rannicchia. C., giovane infermiera, invece, lo tratta con infinita gentilezza. Lui non se cura, ma qualche filo arriva alla sua testa. Si acquieta.

 

Molte volte al giorno lo vedi con un foglio in mano. Un foglio bianco. E una penna biro. Comincia a scarabocchiare. Segni curvi, annodati, incomprensibili. Guardi meglio: l’uomo che non parla e non sente sta scrivendo il padre nostro. Non riesce a tenere la linea. Le righe sono oblique. Sembrano affondare, naufragare. Riesci a leggere: ‘Padrenostro che sei nei cieli, / sia santificato il tuo nome;/ come in cielo così in terra…’. La scrittura sembra scivolare verso terra. Finisce la preghiera. Preghiera intensa. L’uomo senza parola fissa il foglio, lo afferra con due mani e legge. Poi con un gesto veloce, strappa il foglio, in due, in quattro, appallottola i frammenti di carta. Prende la penna e la spezza in due. Getta tutta nel bidone dei rifiuti.

 

Prende un altro foglio, ri/comincia.

 

L’uomo senza udito ama lavarsi. Cerca l’acqua. Fa la doccia. La rompe, raccoglie i suoi abiti ed esce dal bagno. La porta, allora, viene chiusa a chiave (come fanno gli altri ricoverati?). Lui trova un altro bagno. C’è il getto per un bidet. Lo punta sul suo corpo. Rompe anche quello. Alla fine perlustra tutti i bagni. Con intuito, ne scova uno dentro lo stanzino degli snack (come ha fatto?). Lo apre, si chiude dentro. Lo vedo uscire. Completamente nudo. La pelle della pancia che penzola come un lenzuolo. Cammina con naturalezza. Questa è la sala di attesa dell’ambulatorio. Ci sono persone sedute su divani bianchi. Un quadro luminoso fa scorrere i numeri della visita. E l’uomo nudo attraversa il salone. Il nostro sguardo si gira, si impiglia, la bocca si allarga nello stupore. Non riesco nemmeno a scattare una foto. Lo vedo scomparire.

 

(a ripensarlo ora provo allegria, lo ringrazio per il sorriso che mi strappa. Penso: la libertà!)

 

Viene chiuso anche quel bagno. E l’uomo, allora, si rivolge alla canna dell’acqua in giardino. É tutta avvolta su stessa. Come un serpente. Gira il rubinetto e la canna prende vita, si agita, si contorce, si impenna, sfugge alle sue mani. Corre nel prato, annaffiando l’erba felice. Scatto da velocista: l’uomo corre davanti alla canna e si fa raggiungere dalla doccia mobile.

 

Sul prato

saltellano i merli

un ciuffo di vermi

nel becco

Contraddicono il prato

lo affrescano

come meraviglia

i nidi aspettano trillando.

L’uomo

con la carne che è sacco stracciato

chiede un foglio

sappiamo che vuole un foglio

la penna?

Le sue linee sono

oblique

attraverso il mondo.

Scrive sempre:

Padre Nostro che sei nei cieli.

(con Te, nello scandalo)

 

Cibo

 

Il cibo

La maglietta di chi porta il cibo dice che appartengono a Hoster Food. Per un paio di giorni, ho pensato che fosse Hooters, una multinazionale nordamericana del fast-food (hamburger e alette) celebre per cameriere avvenenti e strizzate in magliette bianche e pantaloncini arancio. Mi sono sbagliato: è Hoster Food. Sta per ospite? Hooters

invece, sta per gufo. Hoster si loda (chi non lo fa?): cucina di ‘ottima qualità’.

No, il cibo non è granché. Alla domenica migliora. A volte ci sono tortellini. Ci sarà pure uno chef stellato e giovani cuochi d’ambizione capaci di cucinare cibi dignitosi. Troppo facile esibirsi per clienti dai portafogli ingombranti.

Ci sono due addette ai carrelli. Devono portare nelle stanze quasi ottanta pasti. Partono dal piano ‘meno uno’ e salgono. Impiegano più o meno tre quarti d’ora. Devono essere velocissime. Sbuffano se non trovano il tuo tavolino libero. Una delle addette viaggia a velocità da jet. Sei a letto, sei addormentato, oppure non riesci a muoverti: lei lascia il vassoio lo stesso, e scappa via. Altrimenti non ce la può fare. Sistemare il tavolino in modo che tu possa arrivarci è compito del/le oss. Che si impigliano in continuo, intrappolate in piccole emergenze: non hanno tempo. Ho provato a condurre una personale battaglia contro il semolino. Ho invitato i miei compagni di letto a denunciare una allergia al semolino. V. si ostina a lasciare commenti feroci nella cassetta dei ‘questionari’. Protesta per le zucchine lesse, per la quantità, per queste polentine che ricordano gli omogeneizzati. Il cibo è la sua preoccupazione. La sua, quasi unica, attenzione.

É stata una felicità sorridente, quando abbiamo scoperto, grazie a un pizzaiolo ricoverato con noi, che potevamo chiedere a DeliveRoo di portarci una pizza rettangolare alle nove di sera, quando la fame bussava con forza alle nostre pance. Che soddisfazione la pizza in reparto. Vera e propria gioia. Apparecchiammo in giardino. Nessuno osò fermarci.

 

Deve essere un mestiere pericoloso il pizzaiolo. Negli ospedali, ne ho conosciuti almeno quattro.

 

Con minor velocità, l’addetta, sfinita e nervosa, passa a ritirare i vassoi.

 

Il cibo merita un capitolo a parte.

 

(al secondo piano c’è una grande stanza. Un tempo era stata la mensa della casa di cura. Adesso è inutilizzata. Chiedo: possiamo mangiare qui? Assieme. Almeno chi può spostarsi, muoversi. E così, soprattutto alla domenica, ci lasciano i vassoi sul grande tavolo e ci dimentichiamo (un po’, solo un po’) cosa stiamo mangiando. Siamo più allegri.

A volte le infermiere si siedono con noi.

Anche le addette al cibo rallentano: non devono più raggiungere ogni stanza.

 

Il medico è nato a Venezia. È vissuto nella Sicilia interna. A volte dice qualche frase. Il suo italiano è sempre elegante. Militare. Risponde: ‘Comandi’. É figlio di un ufficiale di marina. Sua figlia è una slavista. Studia Dostoevskij. ‘Uno studio pesante. C’ero quando si è laureata’. Poi l’uomo si perde, i suoi occhi fissano il vuoto. Gli chiedo cosa desideri? Mi risponde: ‘Non mi interessa’. Passa le giornate, immobile, storto nel letto. Cosa possiamo fare per lui? Gli lascio un libro su Giulio Cesare.

Poi all’improvviso, io chiedo: ‘Possiamo spengere?’. E solleva la testa: ‘Perché dici così? É spegnersi?’. Mi volto stupito: ‘Hai ragione. É che io sono fiorentino’. La Treccani dice che entrambe le forme sono corrette. Di colpo mi ritrovo in ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’, quando il grosso indiano, Grande Capo, lascia senza parole il vecchio Jack. Applausi per il medico. Programmiamo la fuga.

Una mattina si sveglia e mi saluta con voce alta: ‘Ciao’. Ecco, un buon modo per cominciare la giornata.

So che, lasciato questo posto, è stato molto meglio. Una breccia nella depressione.

 

Infermiere-cripto. Mi chiede che cosa ho di ‘prezioso’ con me. Replico (imbecille): bit-coin. (crollati del 60% del loro valore). Il ragazzo, giovane, bello, sicuro di sé, risponde: ‘Meglio ethereum’. E così scopro che lui si muove con disinvoltura nel mondo cripto. Mi sento fuori dai margini: conosco molte persone che giocano con le cripto. Perché lo fai?, chiedo. Che domanda scema: denaro. Perché denaro? Per non esitare se devo andare a cena fuori o viaggiare per il mondo. Denaro, sesso, potere. O invertiamo la scala dei ‘valori’. Fare l’infermiere consente queste possibilità? A quanto pare sì, se fai il ‘libero professionista’. L’infermiere-cripto è uno ‘smart’. È anche bello. E giovane. ‘E voglio garantire un futuro a mio figlio’. Figlio che ancora non ha. Vive in famiglia. E la coinvolge nei suoi giochi di finanza.

 

L’infermiere. Mi fai vedere una foto di anni fa. Sei un infermiere. Dall’aria seria. E, al solito, hai una bella infermiera al suo fianco. Cosa è successo? Quale è la tua colpa? O di cosa sei vittima? Ora sei un ‘paziente’. Sapevi cos’era un paziente quando aiutavi i chirurghi in ‘sala’? Sì, lo sapevi, ma credevi che non ti riguardasse.

La separazione cattiva dalla moglie. I figli che niente vogliono sapere di te. Il vino, le sigarette. Poi il corpo comincia a rompersi. Vivi in una sorta di garage. Ti tolgono la chiave dei cassonetti e non sai dove mettere i rifiuti. Poi, accusi: la moglie si è impossessata di quasi metà della tua pensione. Il padrone del garage ti toglie la luce, non può cacciarti con gli avvocati, ma può assediarti. Entri nel tunnel dei ricoveri. I centri di riabilitazione sono parcheggi. Di te non sanno cosa fare. Attesa di un’altra ‘struttura’. Fumi una sigaretta dopo l’altra. Vorresti leccare le infermiere. Che, con te, sono gentili. Cadi e ti rompi un dito. Fai quaranta volte, in su e in giù, il corridoio.

 

Trasporto

Gli evasi

Per alcune ore, è circolato l’allarme. L’uomo del silenzio, l’uomo che, banalmente, fissa il vuoto, l’uomo che non si muove mai dalla sedia, è fuggito. Non ho assistito, ma ho ascoltato racconti. Conosco l’uomo. Sovrappeso, unto, maglietta sporca, mani abbandonate sotto una pancia ingombrante. Non ricordo che scarpe indossasse. Quasi senza capelli. Sudato. Privo di qualunque espressione. Il viso gonfio. Non so cosa vedesse con i suoi occhi persi nel nulla. Ogni tanto, senza che si rivolgesse a qualcuno in particolare, sussurrava: ‘Sigaretta’. Nessuno gli dava retta.

Mi intimoriva, cercavo di passare al largo della sua sedia. Per cinque giorni, non l’ho mai visto muoversi. Eravamo nella terrazza del parco, un bel posto, pergola di glicine.

So che è scappato. So che è fuggito. Dicono che ha scoperto un varco nella recinzione che limita il parco della villa. Non so come sia stato possibile: nessuno prima di lui si era accorto di questo strappo nella rete. In tanti avevano pensato di scappare. Era semplice, in fondo. Basta uscire dalla porta, vi è la possibilità che il portiere non si accorga di niente. No, l’uomo assente ha cercato la via più difficile. La vera evasione. Come ha fatto a scoprire la breccia? Come ha fatto a esplorare i confini della sua prigionia. Ecco, cosa vogliono i ‘ricoverati’: la libertà, l’idea della libertà. Insomma, quest’uomo, nell’ora del massimo caldo (unico errore commesso) si è alzato e si è incamminato, ha raggiunto la recinzione, si è infilato nel varco ed è uscito. Si è ritrovato nei campi, ha seguito i filari delle vigne, ha raggiunto la strada stretta. Ha camminato sotto il sole, è andato in discesa. Ha raggiunto la grande piazza, almeno due, tre chilometri. Una infermiera se ne è accorta, ha tentato di inseguirlo. Il caldo ha avuto ragione dell’uomo; raggiunta la libertà, il sole lo ha colpito e l’uomo è caduto a terra. È stato catturato. Non so dove sia scomparso.

 

Cosa si fa con gli psichiatrici? Perché vengono mandati in centri di riabilitazione?

 

Dove ti ritrovo? Ho comprato le sigarette.

 

Un’altra storia, più breve. Divertente. L’ambulanza arriva con un nuovo ‘ingresso’. Si chiamano così i nuovi arrivi. Cammina sulle sue gambe, ha l’aria stranita, ma curiosa. Anche questa storia me l’hanno raccontata. La giovane oss gli mostra il letto e l’armadietto. L’uomo si siede. Tranquillo, si guarda intorno. Deve arrivare l’infermiere per preparare la scheda. La oss va a seguire altri pazienti. Ritorna. ‘L’ingresso’ non c’è più. Non c’è più la sua sacca. Se ne è andato. È uscito dalla porta come un visitatore. È che, a quanto ne ho saputo allora, si è portato dietro i suoi documenti e quindi, per un po’, nessuno ha saputo nemmeno chi era.

 

Palestra

 

La cantante lirica

Ho raccontato più volte la storia della cantante. È la storia più commovente. Ho incontrato la donna in corridoio. Al secondo piano. A volte la spingevano fuori dalla camera. Stava in sedia a rotelle. Non riusciva a stare seduta. Scivolava. Si arcuava. La testa reclinata, gli occhi chiarissimi, i capelli di stoppa, lunghi e cinerei, un tempo belli. Segue i suoi pensieri. Risponde al saluto. Mi chiede se abito qui. Rispondo che sono di passaggio e che sono nell’altro corridoio. Lei dice che si è persa, è entrata qua dentro e non trova più l’uscita. ‘Troppe stanze’. ‘Lei sa come uscire?’, rispondo di no. Spiego che la mia casa è in San Frediano. E lei mi racconta, con lucidità, che ha vissuto sulla collina di Bellosguardo. A poca distanza da me. Fino vent’anni. Le chiedo: quanti anni ha? Risponde con serietà: ‘Diciannove’. Ha un solo dente, non ha più carne attorno alle ossa, la pelle è un unico ematoma, troppe flebo, troppe ferite. La sua voce è dolce e bassa.

 

‘Era così intirizzita da non riuscire quasi a stare in carrozzina’.

 

Ritrovo la donna e i suoi 87 anni in palestra. Ancora una volta viene parcheggiata. Le legano l’elastico attorno alle gambe, ma lei non le muove. Dovrebbe fare qualche esercizio. È il ‘protocollo’ o una illusione? Più tardi provano ad alzarla, lei protesta, cerca di gridare, la voce si spezza, devono rimetterla a sedere, poi insistono a riprovarci. Arcuata come un arco preistorico, riesce a trascinare qualche passo. Poi è esausta. Scivola sulla sedia a rotelle. E canta. Canta.

 

E tutti, dico: tutti, ci fermiamo un momento. Stupiti. Come afferrati da una magia. Ci giriamo, la guardiamo e vediamo la sua voce, flebile, poco più di un sussurro, uscire e vagare per la stanza. È un incantesimo. Un frammento di bellezza. ‘Parlami d’amore, Mariù’. La sua voce ci avvolge come una stola di velo leggero. Il nostro stupore è religioso. La sua voce, un bisbiglio sacro. Perfettamente intonato. La donna era una cantante. Fra le altre cose mi ha permesso di scoprire che ‘Parlami d’amore, Mariù’ è stata scritta da Vittorio De Sica.

 

‘Gli occhi tuoi belli brillano/Come due stelle scintillano’. Il canto finisce, ma lei continua e cambia ritmo: ‘Beva, beva, beva con me’. È il solo ricordo certo che ho di un’opera lirica. In osteria, nei miei anni giovanili, entrava, a sera, un uomo forte, pancia prominente, e, davanti al bancone, ruotava su sé stesso e cantava ‘Beva, beva con me’. Un giorno ci spiegò che era un ritornello dell’Otello, il segno della perfidia di Jago. Ma per lui era un invito a offrire il vino a noi ragazzi.

 

Faccio una cosa: tiro fuori il cellulare, cerco l’Otello in internet, mi appare la scena, la voce di una corale sarda, allungo la musica verso la donna che canta. E i suoi occhi diventano ‘fervidi’. Scintillano, la testa si muove. Giurerei che è un sorriso quello che disegna la sua bocca. Lei segue il canto e l’Otello appare nel corridoio del reparto. Emozione.

 

Scopro che la donna dalla pelle scorticata da sangue antico ha cantato. Sul palcoscenico del Comunale, sulla scena dei Maggi musicali. La musica è stata il suo mestiere. Figlia amata di un grande musicista. Il padre suonava l’oboe. La donna consumata dal tempo era (è ancora) un’artista. L’unico dente adesso è un sorriso. É allegria.

 

Conosco un cantante del coro del Maggio. Un amico. Un amico del Sud. Lo chiamo, gli chiedo: ‘Conosci…’. E avverto il brivido di un balzo al cuore. ‘L’hai ritrovata!!!’. E così si alza il sipario. Mi dice il nome con il quale era conosciuta. Il mio amico arrivò a Firenze quando era molto giovane. Adesso è in pensione, è tornato nella sua città antica. I coristi del Maggio ricordano con emozione la donna che ora canta nel corridoio di una rsa. Era bella, aveva una grande voce, una signora del palcoscenico. Cosa ti è successo?

 

Cerco Rai5. Trasmettono molte opere. Anche adesso. Spingo la donna davanti alla televisione. Lei cambia espressione. È davvero felice. Io non riconosco la musica, lei sì. È il ‘Peer Gynt’ di Ibsen. La donna che canta ha smarrito la memoria della sua vita, non ricorda niente, ma ogni nota, ogni romanza, ogni passo sul palcoscenico, ogni aria è nel suo cuore e il corpo reagisce. Ricorda perfino il nome di quel giovane corista salito dal Sud a cantare a Firenze. Il resto della sua vita è scomparso, rimane la musica, il teatro, il canto.

 

Adesso che infermieri e oss lo sanno, al mattino entrano nella sua stanza, con un’opera. La Turandot è la sua preferita. E la giornata della donna che canta cambia, diventa più serena, un viaggio in un cielo che lei non ha dimenticato.

 

Basterebbe così poco a rendere gli ultimi tempi della vita di questi ‘vecchi’ una piccola felicità, un frammento importante di quanto ti è dato di vivere. Non è accettabile che la vecchiaia, specie se infortunata – e lo sarà -, sia solo un’attesa impaurita: si può ascoltare la Turandot e avere sogni.

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.