Italia, quanto sei lunga/Vado a votare

 

Alla stazione di Matera, una ragazza mi afferra occhi e emozione. È orgogliosa e felice del suo corpo.

Due turisti dell’est, cercano il primo binario. Rassicurati nell’accorgersi che c’è un solo binario.

Credevo che Bari fosse dall’altra parte.

 

Com’è bello il paesaggio delle Murgia, le terre arate sono pazienti, i colori si avvolgono come piccole sciarpe, viene voglia di sdraiarsi sopra le colline.

Sale un ragazzo con la bicicletta. Sul polpaccio ha tatuato la conchiglia di Santiago. I calzini ne sono fratelli.

Riesco salire sul treno. Due ore per Bari. Siedo accanto a una donna trentina con giovane amica cingalese. ‘Mi aspettavo di più da Matera. Mi ero illusa: pensavo che fosse ancora ‘popolare’, invece è artificiale. E carissima: tre euro, un caffè in Cattedrale’.

Sale una ragazza che si incastra fra i miei bagagli. Ha grandi cuffie bianche alle orecchie, piroetta sullo smartphone, indossa scarponcini Versace. Unghie laccate di scuro. Mi viene voglia di dipingermi le unghie anche a me (lo farò). Quando i nostri occhi si incrociano, distogliamo lo sguardo.

A Bari, siparietto. Per uscire bisogna far ‘vedere’ il biglietto a un lettore inanimato. Passano tutti, anche io (con qualche batticuore), ma due turisti (quelli slavi), rimangono bloccati. Il lettore si impiglia nel loro smartphone. Non escono. Scorgo due controllori e li invito a salvare i due. Ci vuole un po’.

Due spagnole, in ascensore, mi chiedono dov’è la stazione? Poco dopo vengono intercettate da un efebo nero e si fermano perplesse. Gli spiego dov’è il treno per Ostuni. L’efebo mi sorride.

Gli uomini con la mano tesa azzardano preghiere per i turisti.

 

Pranzo (non ho il finestrino, peccato)

Pulizie su Italo. Aspettiamo.

Due ragazze raccontano che al bar del paese, erano tutti per Meloni. Avranno 19 anni e si spiegano l’un con l’altra che ci sarà un ‘governo tecnico’, ‘e così andiamo avanti’. ‘Non ci voglio pensare’.

Ho veloci amnesie: perdo il nome di persone care, mi arriva qualcosa in mente e un secondo dopo scompare. Per questo leggo ‘L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’ e mi immedesimo. Credo anche che potrebbe essere ‘divertente’. Oliver scuote la testa.

 

Strana rotta per il Nord, mai percorsa: Foggia, Benevento, Caserta, quanta Italia che mi è sconosciuta.

A Roma una ragazza sale accanto a me. E si rannicchia sul sedile. Anche lei unghie laccate, smartphone, ma tira fuori un libro di mille pagine. Ho dimenticato il titolo. Ogni volta che mi giro verso di lei, lei nasconde lo smartphone e per attimo sembra rimproverarmi.

Andare in bagno è un’impresa. Chiedo soccorso a un controllore, che mi offre il braccio.

Chiedo soccorso alla ragazza per tirar giù i bagagli. Addio, grazie. Va a Torino.

Riesco a raggiungere l’uscita del treno. Firenze. Guarda il trolley scivolare via. Ce la faccio, con qualche brivido. Mi aiutano a scendere, una ragazza prende la mia valigia

 

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Firenze. Diluvio, guardo la bellezza della pioggia nella scia luminosa di un lampione. Non faccio il coraggioso: vado in cerca di un taxi. Taxi il sabato sera, alle sette, alla stazione di Firenze. La coda riempie perfino l’atrio progettato da Michelucci. Due ore di attesa. Siamo gente divertente: i due ragazzi davanti a me, si strofinano l’un contro l’altra. Lui le sfiora con delicatezza il culo, lei sorride con un accenno di doppio mento e gli stringe il maglione. Parlano inglese. Azzardano baci lievi. La coda è un buon luogo per pomiciare. Dietro a me, una coppia di americani grassocci, sono allegri. Un tipo, più avanti, cerca di saltare la coda: finzione plateale, urla di protesta e lui ride fragorosamente e alza le mani in segno di resa.

 

Alla fine, per me, una taxista. Non ha mai smesso di piovere. La donna mi aiuta in ogni modo. Via della Chiesa, 64, accanto all’Albergo Popolare.

 

 

 

 

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