L’uomo dalle ossa di cristallo

Io e Giorgio in Valle

‘Le sue ossa hanno poca consistenza’. O, forse, mi dette del tu: ‘Le tue ossa hanno poca consistenza’. Non disse altro, dopo aver trapanato il mio femore con una decina di viti. Si aspettava una maggior resistenza. Era il giovane chirurgo che, per due volte, ha messo mano al mio osso più lungo. Mi ha dedicato dodici ore del suo tempo, meccanico degno della più veloce delle Ferrari, ha fatto un capolavoro nella mia gamba. Ma poi solo quella frase e dodici secondi.

Mi sono sentito un femore, un osso. E io che volevo ricordargli: ‘Guarda, che c’è altro attorno a quel femore’. Era molto elegante, il mio chirurgo vestito da civile: farfallino rosso, completo bianco, pantaloni perfettamente stirati. Credo che indossi il cappello fuori dall’ospedale.

In Valle, a rimettere in moto la Punto Rossa. Parte. Guido per la prima volta dopo dieci mesi, forse più. È come guidare un trattore, immagino. Giro il volante con fatica. Mi ricordo cosa devono fare i piedi. Strana sensazione.

Saliamo da Giorgio, vecchio pastore sardo, da decenni in Toscana. È solo, sta cuocendo la ricotta e dà un occhio al formaggio. Racconta Giorgio: ‘Mai voluto essere dipendente. Ho fatto il guardiacaccia, avevo un padrone, ma facevo quello che volevo. Stavo nei boschi’. Una volta, una donna gli disse: ‘La smetta di far rumore con quel trattore’. Giorgio stava tagliando l’erba per le pecore. Giorgio aveva affittato il terreno. La donna protestò, il padrone le spiegò che Giorgio aveva tutto il diritto di fare l’erba a qualunque ora. Quella era gente di città.

Sono contento di vedere Giorgio in salute. Era stato male. Sua nuora ha messo due sedie nell’aia, dove, quando vogliamo, possiamo sederci io e lui. E parlare. È questa la vecchiaia?

In macchina, verso Careggi. Ora so che avere una macchina è da pazzi. Coda singhiozzante verso l’ospedale. Riprende la stagione dei ‘controlli’. La frizione della macchina si inchioda, si blocca, la coda va avanti a piccoli strappi. Devo ritirare su il pedale con la punta del piede (la gamba rotta). Una volta devo farlo risalire con la mano. Un buon guaio. Per fortuna ero partito con due ore di anticipo. Riesco a parcheggiare, non entra la marcia indietro. Dopo 236mila chilometri e ventitrè anni, Punto Rossa ha deciso di ritrovare la sua libertà? Così giovane?

Vado dalla dottoressa del ‘Metabolismo Osseo’. Conosco la strada, ho attraversato questa strada in barella, a piedi, scivolando, conosco le impiegate, la donna che distribuisce i biglietti, il ragazzo cinese dell’accettazione. Non funzionano i computer: biglietti scritti a mano. Conosce la strada? Sì, secondo piano.

Al metabolismo osseo, le infermiere sono uno spasso. L. è un donnone che sempre dice: ‘Ehi, mica siamo alla Coop’. E ride. Mi lascia la sua mail. Sempre il 9blu, mi capita. So quello che mi aspetta. Mi guardo il frame dell’uomo di cristallo nel favoloso mondo di Amelie. Ecco, devo mettere cuscini sugli spigoli. La dottoressa ha l’aria paciosa, anche se ne conosco gli scatti. La immagino a fare tortelli. Mi sta molto simpatica, è scrupolosa. Comincio a tirare fuori i miei fogli. Ho anche le radiografie delle fratture dei sei anni fa. Lei scova quattro vertebre rotte. Nessuno me lo aveva mai detto: vero, queste antiche radiografie sono state viste da quattro medici, quattro versioni diverse, ma nessuno si era spinto fino a quattro vertebre rotte. Non pronuncia la parola. Osteoporosi. L’ematologo alla fine l’ha convinta che non ho un mieloma. Vorrebbe sapere di più dei miei due trombi antichi (avambracci e gambe, la rassicuro, ma non trovo i fogli dell’ecodoppler, si deve fidare). Ha già deciso, ma lo aveva deciso anche mesi fa. Piano A. Piano terapeutico. Eh, non sono appena fuori dal tunnel, non mi va di entrare in un altro.

Dunque: esce dalla stanza e rientra con una grande scatola. E un’elegante borsetta- frigo. Comincia a spiegarmi: due iniezioni al giorno, nella coscia, a ore fisse, una al mattino, l’altra alla sera. Farmaco (400 euro, a carico dello Stato, grazie, osanna per il sistema sanitario nazionale) da conservare in freezer. Terapia di due anni e poi mai più nella vita: cosa c’è dentro questo farmaco? Se un giorno, vai da un’altra parte, metti il farmaco nella borsetta-frigo, entro sera devo trovare un altro freezer. Mi vedo, sulle pendici del Pollino a cercare un freezer fra i pini loricati. Mi immagino in tenda su una spiaggia, mi immagino in viaggio in Libano o in Argentina. Non accadrà mai più (lo penso, ma non voglio crederlo), ma non mi va di negarmi di crederlo possibile. E poi: in questi giorni fra Ferrara, Sella, Padova, Venezia, Rimini, come farei. E, a Firenze, dove casa non c’è: devo trovare un freezer oltre che un letto? E a Matera il mio frigo ha il congelatore, ma non certo il freezer, ha 36 anni, sono diversi freezer e congelatore? o va bene lo stesso? Come glielo spiego, al Metabolismo Osseo? Insomma, lei, come il chirurgo, giustamente, si occupa delle mie ossa, ma non della mia vita. Non è il suo compito. Non mi chiede: lei che cosa fa? Dove abita? Che vuole fare nella vita? Quale è il suo lavoro (lavoro?)? Mi vedo seduto su una poltrona a guardare (con piacere) i mondiali di calcio, senza poter avere il desiderio di andare a camminare per due giorni, perché ho un farmaco appeso alla caviglia. ‘Questo vuol dire che ci vedremo per i prossimi dieci anni?’. ‘Sì’.

Vorrei aggiungere: ‘Questo vuol dire che mi romperò un osso dopo l’altro?’. Non glielo chiedo. Immagino la risposta.

Dibattiamo un po’; alla fine, un po’ alterata, mi dice: ‘Mica possiamo stare qui tutto il giorno’, sono già le due: va beh, dico, ‘Proviamoci’. Lei non ci sta. ‘Deve essere convinto’. Vorrei dirle: ‘Le offro il mio corpo, non mi chieda anche l’anima’. Ma poi mi sento ridicolo. Sono appena uscito dal tunnel. Lei, senza rabbia, sbaracca tutta la sua scrivania dalle scatole dei farmaci, via gli aghi, via la siringa, via l’astuccio-frigo. ‘Mi renda i fogli delle prescrizioni, facciamo un’altra cosa’. Terapia B: da due iniezioni al giorno, a una ogni sei mesi e nuovo appuntamento fra un anno. Riscritte le ricette, interrompe la conversazione, si occupa di altro, non mi dice niente. ‘Abbiamo finito?’, chiedo. ‘Sì’. Mi incammino in un reparto oramai deserto.

La macchina, per fortuna, riparte e la frizione si incastra solo un paio di volte. Devo andare dal meccanico.

Chiamo il mio dentista. Ho letto (mai farlo) un avvertimento su Internet: occhio, ai denti durante la terapia. Il dentista conferma: ‘Non cominciarla prima che ti abbia visto i denti uno per uno. Non voglio rischiare di aver a che fare con una carie, un’estrazione o peggio mentre prendi questo farmaco’.

Mando mail ai miei medici amici: cosa ne pensate? E non ve lo chiedo come medici, ma come persone, che sono anche medici.

 

 

 

 

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