Viggianello.1/Il giorno in cui gli alberi cominciano a scendere dal Pollino

L’albero innalzato ai piedi di Viggianello

La strada del Pollino
Questa volta siamo arrivati in ritardo. Di un giorno. La cima dell’abete è stata tagliata al mercoledì. E noi abbiamo risalito le praterie del Pollino solo quando il sole del giovedì tramontava su un paesaggio bellissimo. E’ lunga la Festa di Viggianello. Cinque giorni. Solo al sabato notte i cortei dei buoi  arriveranno con gli alberi nella piazza del paese. E’ fatica, la Festa. Fatica e passione vera.

Tocca sillabare un altro alfabeto in questa montagna, bisogna abituarsi ad altre parole e ad altre storie per comprendere i riti arborei di queste terre. La Cima, qui, si chiama Rocca. E i cimaioli sono i rocchisti. E poi, storie di paese, da anni hanno cambiato la ritualità della Festa: oggi sono tre gli alberi che buoi e uomini trascinano verso la valle del Mercure. C’è ‘a Pitu, il grande albero, il faggio squadrato, e la Cuccagna, il faggio di venti metri che si innalzerà là dove il paese comincia. Nel cammino verso Viggianello saranno preceduti dalla Rocca, abete agghindato di fiori di carta velina e le stelle filanti.

L’accampamento di Za Perna

La gente di Prastio, i gualani, gli ultimi mandriani, sono accampanti fra i faggi di Za Perna. Oltre mille metri di quota. Nicola, magro, piccolo e forte, pastore di vacche e cavalli nelle praterie della montagna, mi spiega come arrivare. Non so bene come ho fatto a capire la sua lingua. E’ sera quando trovo il campo: tende, furgoni stracarichi, tavoloni, cucine da campo, pentole, fuochi accesi, grigliate, manifesti di San Francesco di Paola, voci corpulente, andirivieni di donne. Gli uomini grigliano carne e salsicce. Le donne sono dietro alle lasagne. Rito popolare del bosco. I buoi sono legati agli alberi. Ruminano balle di fieno. Conosco il capo della Festa. Ho già visto Franco guidare i buoi in un altro rito degli alberi. Questo è un buon passaporto di ingresso nel villaggio della faggeta di Za Perna.
L’attesa dei buoi

La firma della Pace del Pollino fra le contrade di Prastio e Torno
Devo imparare in fretta. Non so niente di questo posto. Viggianello sta ai confini fra Lucania e Calabria. Paese di montagna. Un tempo qua la ricchezza erano pecore e vacche. Oggi fanno tremila e duecento abitanti. Dispersi in trentasei contrade. Oltre cento chilometri di territorio. Mi dicono: il comune più grande della provincia di Potenza. Non controllo. So che la la gente di qua ha avuto un destino di operai e carpentieri nei cantieri del Nord. Incontro vecchi operai dell’AlfaRomeo e giovani che hanno lavorato alla Tav. Un vecchio ha seguito chilometro per chilometro il metanodotto che ha dato gas all’Italia.
Conto, su una grande lapide, i caduti della Grande Guerra: ottantotto, più venti dispersi. Sono undici gli uomini della famiglia Oliveto spazzati via sulla linea del Piave. Bersaglieri o alpini a Viggianello. Lo sapevano dov’era il Piave prima di esservi portati a morire? La lapide ‘ammonisce nel tempo le generazioni dell’avvenire’. Monito inascoltato. Accanto, altro marmo, per chi si è disperso in Russia in un’altra guerra.
Sulla curva del paese, c’è il club juventino Antonio Cabrini. A pochi passi, quasi di fronte, il club milanista Rino Gattuso. Devono spassarsela, alla domenica, a Viggianello.
Il paese è scosceso come un piano inclinato. Paese di gradini alti. Chiesa e castello ne segnano i punti cardinali contrapposti. Con gli anni, il centro storico si è quasi spopolato. La gente vive nelle frazioni. Si sono costruiti la casa moderna ai confini dei boschi. Il terremoto prima ha incrinato le case, poi ha dato modo di ricostruirle.
Scopro che le Feste degli Alberi qui sono ben tre: dopo Pasqua si alza l’albero a Pedali, la contrada più grande; a settembre, invece, sono quelli di Zarafa a tagliare il faggio. A fine agosto, giorno di San Francesco da Paola, santo calabrese e itinerante, è il centro storico a celebrare il rito degli alberi. Dovrò tornare più volte a Viggianello.

Il cibo all’accampamento di Za Perna
 Devo ancora imparare. Delle rivalità, per esempio. Della geopolitica in un paese di sinistra. Il sindaco sta con Nichi Vendola e il grande Rosario gira ancora con una catenella falce e martello e mi grida dietro: ‘Portala a Renzi’. La Festa sta dentro queste rivalità. Ne è attraversata. Come il Palio di Siena. E io sono arrivato in un momento storico: a Za Perna, nell’accampamento di quelli di Prastio, stanno firmando la Pace del Pollino. Da decenni (le date discordano a seconda delle versioni) le contrade di Prastio e di Torno si contendono l’albero della Festa. Storia vecchia, antiche invidie, risse mai dimenticate. Sulle cui origini si è quasi persa memoria. Mi raccontano di due strade per scendere dai monti verso il paese. Una passa da Torno; l’altra, tracciata negli anni ’70, da Prastio. Da dove deve passare l’albero? Negli anni ’80, la Festa finì a botte. Venne perfino vietata un anno. Alla fine, fu trovato un accordo fra le due contrade. E gli alberi divennero due: i boscaioli di Prastio tagliano e trasportano la Rocca e la Cuccagna. La gente di Torno taglia ‘a pitu, il grande faggio, e lo squadra e Ognuno farà la sua strada, raggiungerà la propria contrada. Solo alla fine si ritroveranno in paese.

In montagna, e questo non lo sapevo quando sono arrivato la prima volta, ci sono due accampamenti. Prastio sta a Za Perna, Torno sta più in alto. Alla tavolata del Capo, amatissimo dalla sua gente, trovo un assessore di Viggianello. Ha in mano due fogli scritti fittamente. E’ il nuovo accordo sulla Festa. Si cerca la pace fra le due contrade. Gli alberi rimarranno due, ma in paese si dovrà lavorare assieme per tirar su l’albero. Vengono fissate regole per il viaggio dell’albero. Strana storia: ‘a pitu, portata in paese da quelli di Torno, rimarrà a terra, Cuccagna e Rocca saranno, invece, innalzate assieme. L’assessore è convincente, il Capo vuole questa pace. Si firma. E c’è la solennità di Camp David. Vogliono persino la fotografia ufficiale della firma. Divento fotografo di ‘un momento epocale’, mi dicono. Pace fra Prastio e Torno. Ora, mentre l’assessore sale anche da quelli di Torno, si può mangiare e bere la carne grigliata da Rosario. Fino a tarda notte.
L’abbattimento della Cuccagna

L’offerta ai boscaioli

Comincia la discesa della Cuccagna

La fatica attorno alla Cuccagna
La mattina comincia, come sempre, da sempre, con il rito del cibo. Prosciutto, frittate, formaggi. Coltelli ben stretti a tagliare il pane. Poi ci si arrampica per il bosco. Salita quasi verticale fino a Faggio Grosso, sotto il crinale del colle dell’Impiso, il colle dell’Impiccato. Ansimo dietro ai culi di Argento e Generoso, buoi potenti. Fino alla pianta da tagliare. Sta su un pendio a dirupo. Bisogna aspettare il Capo. Franco arriva e solo allora scatta il rumore delle motoseghe. Taglio esperto. Ceppa verso valle. Piccola folla nel bosco. L’albero cade. Brindisi di birra. La Cuccagna è a terra. Comincia, come un otto volante, la sua discesa. Questo è lavoro di maestria e coraggio. I buoi spingono, i ragazzi manovrano le leve delle pannule, grossi tronchi di faggio, scalzano via l’albero, cercano di farlo rotolare. L’albero si disincaglia dagli ostacoli. Precipita, travolge altre piante, fa volar via pietre. E’ una valanga. 

La discesa della Cuccagna
Fa spavento e adrenalina, l’albero volante. Ogni volta che precipita, gli uomini alzano i cappelli al cielo e gridano: Viva San Francisco. E’ un urlo sacro e ritmato. Gridato con voce arrochita dalla fatica. C’è tensione nell’aria. La discesa è storia pericolosa. L’albero prende velocità, si incaglia in altre ceppe, si incastra. Va tolto a fatica di braccia. I buoi scivolano sul fogliame. Tre ore per farlo atterrare all’accampamento di Za Perna. Tutti devono aver tirato, con i loro buoi, la Cuccagna. Questo è un rito collettivo di gerarchie e di onori. ‘Qui comanda la legge della montagna e del Santo’, mi dice Gianfranco, andato via dal paese a sedici anni, cameriere a Napoli e poi potatore di piante di alto fusto al Nord, prima di tornare a Viggianello a fare il boscaiolo.
La discesa della Cuccagna
L’albero ora è fra le tende. Aspetta il mangiare degli uomini. Il loro riposo.  Solo nel pomeriggio è tempo di lavoro da legnaioli esperti. In Pollino il traino degli alberi è scienza complessa. E’ un corteo di buoi a portar giù la pianta. Non vengono aggiogati al tronco, ma, attraverso stanghe, le ualanedd’, lo trascinano come una carrozza regale. Va preparata la stanga principale, quella alla quale saranno legati i buoi più alti, giganti da due metri al garrese. Non so raccontarvelo: hanno forato con un trapano, quasi alla base, un giovane faggio, ne hanno spezzato le fibre, lo hanno piegato e lo hanno tenuto in acqua perché gonfiasse. Alla fine, in quel punto, il piccolo albero è diventato flessibile. Si può piegare senza spezzarlo. E’ un lavoro lungo. Di ore. E’ un gioco di incastri fra Cuccagna e ualanedd’. Roba da artigiani del legno. Alla fine, il grido per San Francisco e la benedizione con il vino della stanga.
I lavori attorno alla Cuccagna

I lavori attorno alla Cuccagna

Il vino sulla Cuccagna e la ualanedd

La Ualanedd’

Brindisi finale

L’offerta dei dolci
Sì, ora la giornata è finita. Si riaccendono i fuochi. Si preparano ancora le braci. Questa sera, in montagna, si griglia pesce spada. Le donne, come sempre, da sempre, infornano la pasta. Antonio mi prende sottobraccio per andare a bere vino assieme.
Viggianello, 23 agosto

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