Scene da un matrimonio/La ‘ndenna di Castelsaraceno

Castelsaraceno

Giugno è mese di matrimoni fra le Dolomiti Lucane e le solitudini del Pollino. Si sposano gli alberi. I boschi risuonano dei campanacci dei bovi, delle grida degli uomini, del suono delle zampogne e degli organetti.
Castelsaraceno è terra lontana. Oltre cento chilometri da Potenza. Più di due ore di auto da Matera. Bisogna farne di chilometri per raggiungere Cosenza o Salerno. Paese di montagna, solitario, abbarbicato sullo sperone di roccia della Tempa. La parte vecchia è un groviglio di vicoli che scendono e salgono. Le case si sostengono le une alle altre. Ci vogliono buone gambe per vivere a Castelsaraceno. I piemontesi, negli anni della prima Italia, arroganza da conquistatori, hanno voluto dedicare questi vicoli a Trieste, al Piave, a Vittorio Veneto, a Vittorio Emanuele. Lo sapevano i bovari di quel tempo dov’era il Piave?

Le donne stanno nei vicoli. Nei piccoli slarghi. Chiacchiere alla sera. Gli uomini si raggruppano nella piazza. Davanti al bar cocktail ‘Settimio’. I ragazzi, mischiati, passeggiano lungo la strada provinciale. Siedono sui paracarri.
Poco meno di mille metri di quota, Castelsaraceno. Meno di mille e cinquecento abitanti. Bilancio comunale di un milione e trecentomila euro. A giugno, in qualche canalone esposto al freddo, c’è ancora qualche cumulo di neve. In vent’anni è quasi scomparsa l’economia degli allevamenti. C’erano almeno quarantamila pecore su questi pascoli. Si transumava verso le marine di Pisticci. Oggi rimangono poco più di mille pecore, mi spiegano. ‘I giovani sono andati a scuola e non hanno più voluto fare i pastori. Non sono hanno voluto diventare allevatori’. 
Il paese e i suoi vicoli
‘Viviamo di pensioni’, mi dicono al bar di piazza Piano della Corte. ‘E’ tutto vacante – mi avverte un vecchio indicando il paese – Poca gente’. ‘Andate dove non c’è nessuno in giro’, consiglia Franco Arminio, scrittore del Sud. Per osservarne, scrive, ‘la bellezza sprecata’ e ‘la gloria di stare al mondo’. Castelsaraceno è una terra bellissima.
C’è il monumento ai caduti delle guerre all’ingresso del paese. In questi luoghi lontani, si è morti a centinaia per le guerre del ‘900. Sì, i montanari di Castelsaraceno sapevano dov’era il Piave, sono morti per un’Italia che non conoscevano. Un soldato è scolpito mentre lancia una bomba a mano. E’ lunga la lista dei nomi. Ma, a un passo appena più in là, il 4 novembre del 2002, anniversario di una vittoria insanguinato, sono stati incisi, su un frammento di marmo, i versi della Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè. Bisognerebbe saperne di più su Castelsaraceno.
La partenza per il matrimonio
Su questi monti, il matrimonio degli alberi ha la durata del mese di giugno. Il freddo se ne è finalmente andato dal monte Raparo e dalle faggete del monte Alpi. Fioriscono ginestre e orchidee. Prima scena dello sposalizio, prima domenica del mese. Oggi il giorno sacro dei pastori e dei bovari si è trasformata in una festa dei ragazzi. A decine arrivano in piazza Sant’Antonio. Salgono sui camion che risaliranno la montagna. E’ un baccanale di prima mattina. Vino a garganella che trabocca sulle magliette. Tifo da stadio. Zainetti della scuola sulle spalle. Scarpe da ginnastica. Ebbrezza negli occhi.
In cammino nel bosco
Lo sposo, il faggio, la ‘ndenna

L’attesa del taglio

I camion salgono le pendici del monte Alpi. Entrano nel bosco del Favino. Le ruote slittano sul fango. Si va a piedi. Strana festa, bizzarro matrimonio. Tradizione cocciuta. Motoseghe in azione sulle proffiche, gli alberi-leva che dovranno innalzare la ‘ndenna, l’antenna, il maschio, un faggio alto oltre venti metri. Sono rimasti in pochi i boscaioli. Vincenzo, 53 anni, è il più esperto. E’  lui a segare l’ndenna. Gli uomini si sono armati di pannodde, grandi bastoni che aiuteranno il grande faggio a rotolare per la strada. Pasquale, il medico condotto, fa le foto: è conosciuto come il fotografo. Mi racconta l’intricata leggenda del Dio Lucano.
Il taglio della croccia

Il sindaco dà il primo colpo alla ‘ndenna

Vincenzo al lavoro sulla ‘ndenna

Bisogna tirare la ‘ndenna
Solo due coppie di buoi aspettano fra i faggi. Immensi. Capo è il mandriano. Si chiama Franco, viene da Viggianello. Mi dice che, per anni, ha portato i buoi anche a Firenze. Per la Colombina, rito pasquale della mia città. Oggi, a Castelsaraceno, nessuno ha più buoi da lavoro. Allora si affittano da chi li allena per queste cerimonie. Animali da rituale rurale. ‘Bovaro per passione –  mi spiega Capo – Sono andato anche in televisione’. Cappello in testa, baffetti, occhi esperti e astuti. Governa le bestie con abilità.
Il faggio cade. Lo sposo è subito spogliato. Via la corteccia, via i rami. Viene trainato verso la pista forestale. Un vecchio prende le misure. Ventitré metri e mezzo.

I buoi di Capo al lavoro
Peppilepre ha 85 anni, ha tagliato la sua prima ‘ndennaoltre sessanta anni fa. La sua scure ha un sole come marchio. Apparteneva al padre. Lui ne protegge il filo. ‘Un tempo non c’era tutto questo guaglioname’, dicono i vecchi con occhi severi di nostalgia. I ragazzi si sono impossessati della festa. L’hanno trasformata. Nessuno sembra comandare o dirigere i lavori. I vecchi brontolano:‘Un tempo c’era chi comandava. Era un re. Era Vittorio Emanuele. Ora fanno tutti di testa loro’.
Peppilepre

Il taglio di una pannodd’

La scure di Peppilepre
Ma il corteo nuziale è festoso. Disordinato. ‘Ci vuole le regole’, mi dice Vincenzo e scuote la testa. Ma si vede che è orgoglioso del suo ruolo. Il faggio raggiunge una radura nel bosco. Il prete non sale a benedire. Il vicesindaco ci rimane male. Ci sono dietro storie di paese che io non conosco.
La festa è per Sant’Antonio, qualcuno ha messo una sua immagine fra le corna di un bue. ‘Io ho devozione al santo’, mi dice Vincenzo. ‘Una volta avevo deciso di non salire al bosco. Poi passò il corteo della festa. E io cuore mi si strinse. Non respiravo più. Lasciai tutto a mezzo e dissi alla moglie che andavo’.
Oggi si va avanti anche senza la benedizione dello sposo.
Si misura la ‘ndenna

Si spinge lo sposo fuori dal bosco
Ora del pic-nic. Ognuno con la sua scutedd’. Il suo sacco, la sua ‘scodella’. Salumi e peperoni, funghi e patate. Salami piccanti. Vino bevuto a sorsate dal beccuccio di legno. Suono di zampogne, organetti e tamburelli. Per la musica sono saliti tre ragazzi da Sant’Arcangelo. Piero tira fuori la sua chitarra.

Il pic-nic

I ragazzi di Sant’Arcangelo

Piero
E’ Vincenzo a decidere che è ora di ripartire. Si va a capofitto per un prato. Poi la strada. Ora sono i trattori a tirare la ‘ndenna. Uomini e donne stanno in equilibrio sul tronco. La festa diventa un gioco. I ragazzi sono scomparsi, ora il matrimonio è cammino. E’ fatica. E’ lavoro da adulti. I bambini si assiepano sui trattori. Si percorre un vecchio tratturo delle transumanze. Le pannodde cercano di dare una direzione al faggio. Che ora sembra felice di ruotare verso il paese. Ultima discesa, il tratto più difficile. Si aggiogano nuovamente i buoi. E’ battaglia. Gli animali sono stanchi. Capo li controlla, dà colpi di bastone, poi accarezza gli animali sotto il collo. I carabinieri in piazza sono innervositi dal ritardo. Davanti alle porte si offre caffè e biscotti. Ultimi metri. I vecchi aspettano nella piazza. Siedono davanti alle porte. ‘Arrivate prima che scurate. Prima che faccia buio’. Mi dicono che il sindaco lo aveva promesso perfino in campagna elettorale.

In cammino verso il paese
A colpi di pannodde, a balzi della forza dei buoi, il faggio viene spinto nella piazza. C’è chi si vuole mettere in mostra. Tutti vogliono aiutare lo sposo. Gli mostrano il luogo delle nozze. Riappaiono i ragazzi. Musica di Dj di paese. Zampogna e organetto se ne vanno. Il paese è in ombra. Castelsaraceno afferra il sole al mattino, a sera prende una tonalità bluastra. Al crepuscolo il grande faggio trova pace in un lato di piazza Sant’Antonio.

L’ingresso in paese

L’arrivo in piazza

L’attesa della ‘ndenna

L’ultima spinta
Lo sposo dovrà aspettare una settimana prima di poter conoscere la cunocchia, la sua sposa.
 Matera, 7 giugno
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