Cartoline da Granada, Nicaragua/La barchetta del poeta

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I disegni di Juan Carlos

Granada, giovedì

Seguo la penna, una bella penna nera, di Juan Carlos. Ho un suo disegno sul mio taccuino: gli avevo chiesto la sua mail. Dona disegni, Juan Carlos: uomini di profilo, bellissimi, greci, direi, o, forse, michelangioleschi. Capelli lunghi, immagino castani. E un grande uccello gordito in testa. Mi distraggo con i suoi occhiali, dalle lenti nere anche loro. E poi c’è la barchetta di carta, davanti a lui, davanti alla gente che sta a sentire. La guardo ipnotizzato. Barchetta ben calafatata: c’è acqua dentro e Juan Carlos si bagna il dito e sfuma il suo disegno. Penso che Juan Carlos veste di bianco e questi oggetti sono tutti neri. Cosa è la poesia? Juan Carlos lascia i suoi disegni sul tavolo. La barchetta prende il largo.

Tulasi
Tulasi

Tulasi viene da Nepal. Nel suo biglietto da visita: ‘eminent poet folklorist and cultural expert’. Non parla spagnolo. Spesso è solo. Si rassegna a non comprendere. Legge le sue poesie in inglese. In spagnolo sono ‘diverse’. Mi piace, ascolto le sue storie di alberi. Ha un’aria gentile, mite, elegante. ‘Stai cominciando il tuo viaggio verso le montagne: vedrai, in una sola montagna c’è tutta la Terra, tutto l’universo’, mi dice. Ha settanta sei anni, Tulasi. A volte indossa una camicia a fiori, ma preferisce le giacchette. Come sarà la sua valigia? Le montagne del Nepal sanno cosa è la poesia?

Sotto i portici de la casa de los tres mundo
Sotto i portici de la casa de los tres mundo

E quest’uomo che legge il giornale al tavolo di un caffè? A proposito il cameriere di questo caffè si chiama Tony, devo averne una fotografia, è un caribeno altissimo, viene da Bluefields e sorride sempre. Cosa c’entra? E’ che mi sta davvero simpatico, il cameriere. Questo signore che dispiega il giornale mentre i poeti continuano la loro maratona a un passo da lui, sa spiegarmi la poesia?

Dona Marta
Dona Marta

Ho qualche ossessione con questa storia della poesia. Ma, in fondo, ho attraversato l’oceano per questo. Le mani di dona Marta sono una poesia, ogni sera sforna centinaia di tortillas. Le poggia in una foglia di banano. E ti chiede se vuoi insalata. Che poi è cavolo tagliato finissimo. Il suo banco è un drugstore, un’intera pulperia. La sua poesia è una fatica di ogni giorno. Un lavoro duro. Chissà come ha conquistato questo angolo prezioso della piazza di Granada. Chiedo una popusa con queso y frijoles e poi mi ustiona le dita nella incapacità di riuscire a mangiarla. Credo che faccia parte della poesia. Ottanta centesimi di poesia. Bastano come cena. 

Il rap
Il rap

E poi Marcel. Come ha detto il chitarrista? Supertalentuoso. Sì, Marcel ha talento. E gioca per un minuto con me: ‘Nemmeno io so cosa sia la poesia’. E ancora: ‘Non bisogna addomesticare le parole, lasciale libere, non contare le sillabe’. Ha una maglietta rossa a righe, pantaloni a mezza gamba e prova un rap muovendo le dita da rapper. I suoi amici si dimenano. Infila dentro parole in lingue diverse. Vorrei dirvi quelle in italiano, ci mette dentro anche Truman Capote. Ecco: a un poeta chiedo ‘sincerità’. Credo che Marcel sia sincero. Mi piace continuare a chiedere cosa è la poesia, mi guardano con perplessità, come si guarda un vecchio. O un bambino.

Poi, al microfono, gridano: Que viva la poesia. Con il punto esclamativo. 

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