Andrea Semplici
Senza categoria

Incontro con Francisco ‘Pancho’ Coloane/La scia delle balene

 

Bisogna vederle dal basso. Con la coda dell’occhio e la paura strozzata in gola. «Oggi è tranquillo», sussurra Fernando Avalos, palombaro dell’oceano, pescatore di molluschi sulla costa orientale dell’Isola Grande di Chiloè. Ma la sua faccia è bagnata, infreddolita, lo sguardo tradisce qualche ansietà. Noi, uomini di terra, dobbiamo proprio vederle dal basso le onde del Pacifico. Alte tre metri in un giorno di bonaccia, grandi come colline, irruenti come un’altalena impazzita.  La barca di Fernando è solida, un legno robusto, una macchia gialla splendente in un mare cupo e ribelle: scala le onde come se volasse su un ottovolante, si arrampica e precipita, con il motore che rulla a vuoto, lungo dirupi d’acqua scura per avvicinarsi a scogli tormentati e lucenti. A Punihil, grandiosa scogliera di Chiloè verso l’oceano aperto, sono tornati, dopo anni di assenza, i leoni marini, i pinguini affollano isolotti squassati dal vento, i cormorani, accanto ai loro nidi, appaiono indifferenti agli scrosci di pioggia. Il manto lucido e bagnato dei leoni di mare saetta oltre i confini fra cielo e oceano, la barca di Fernando annaspa per un attimo che non dimenticheremo: gli animali si gettano in acqua, lanciano strepiti in aria, scompaiono sotto onde nere. La terra e il mare, qui in un Cile che lascia senza fiato, sono creature vive, palpitanti, potenti. «E’ pericoloso, andiamocene», Fernando grida allarmato mentre ingoia gli spruzzi di un’onda che ci lancia verso gli scogli. Ruota, con abilità, il timone e la barca afferra il dosso di un’altra montagna d’acqua per farsi condurre, in una corsa folle, al riparo della baia di Punihil dribblando ostacoli sommersi contro i quali il Pacifico scatena la sua furia.  I leoni di mare giocano tranquilli con questa violenza e sembrano farsi beffe di noi, uomini intrusi nel loro regno di tempeste.

I palombari di Chiloè. Fernando, il pescatore di molluschi, nei brevi mesi dell’estate australe, cambia mestiere: rinnega la maschera e il boccaglio e accompagna i visitatori agli scogli dei pinguini e dei leoni marini sfidando l’ira dell’oceano. L’Isola Grande di Chiloè, scoperta dal turismo, sta cambiando in fretta, ma continua a riflettere, come un’impronta fedele, il suo passato e le pagine emozionanti del suo figlio-scrittore, Francisco Coloane. «Le isole si sgranano come collane di perle – dice e scrive Coloane – da Vancouver all’estremo Sud del Pacifico non esiste altro mare più bello e mite dell’arcipelago di Chiloè». L’Isola Grande «è un lungo e alto bastione che protegge le sorelle minori dalla furia dell’oceano. E’ un formidabile frammento di cordigliera costiera disposto come un gigantesco frangiflutti in mezzo al Pacifico». Chiloè è lo scheletro superstite di montagne andine perdute: qui la geografia del Cile va in pezzi, la morfologia è priva di senso. Catastrofi geologiche e i giochi arroganti e superbi dei ghiacciai hanno modellato golfi, insenature, stretti, canali contorti, labirinti inestricabili di isole, fiordi che si annodano come serpenti. Oceano e Ande, qui, si sono sfidati per milioni di anni e si stanno sfidando ancora oggi. Chiloè è l’ostaggio di queste forze immani e i suoi uomini sono modellati da questa potenza. Ed Erwin Saldivia ne è la prova, la testimonianza perfetta.Erwin è un colosso dai grandi baffi. Sul suo petto è tatuato un serpente attorcigliato: l’animale sembra distendersi a ogni respiro dell’uomo. Anche Erwin è un palombaro, cacciatore di molluschi e crostacei, frutti di mare e mitili grandi come una ciabatta. La sua vita è appesa al tubo giallo che collega il boccaglio al compressore dell’aria. La sua vita è nelle mani e nei riflessi del suo assistente, Mario,  uomo magro e senza denti, ribattezzato il Chimango, ‘l’uccello giallo’. La tuta subacquea è gomma ritagliata da qualche copertone. Erwin affonda, con la sua spatola di ferro e il suo arpioncino, a venti, trenta metri di profondità. Raspa rocce sommerse, agguanta il prelibato loco dalla polpa bianca e dalla conchiglia forma di cappello di gnomo, raccoglie le pregiate huepo con le valve a forma di coltello, afferra i succulenti ricci di mare dagli aculei lunghissimi: riempie il chinguillo, il pesante canestro di ferro e dà due strattoni alla corda. Mario, con gesti esperti, tira a bordo il bottino di molluschi. Erwin riemerge dai fondali dell’oceano soffiando come un dinosauro di mare. Il padrone della barca tratterrà per sé i due quinti della pesca di ogni giorno. Camion frigoriferi trascineranno i frutti di mare dell’oceano di Chiloè verso gli aeroporti internazionali. Erwin non emigrerà a cercare fortuna in altre terre, come per un secolo hanno fatto i chilotes, gli abitanti dell’isola, ma il suo lavoro è sfiancante, rischioso, sfibrante.

 

La raccoglitrice di alghe. Chiloè è ancora un’epopea di uomini e donne dalla vita dura e tenace. Luz Maria, ogni mattina, approfitta dell’infinita marea dei mari interni dell’Isola Grande per spingersi fra gli scogli riemersi dell’isolotto di Aucar che, all’alba, si trasforma in una irreale penisola. Per Coloane la terra di Aucar è ‘l’anima dei marinai’, luogo di tranquilla e sfolgorante bellezza, ma per Luz Maria è lo scenario della sua fatica quotidiana di raccoglitrice di alghe. Ore e ore ad ammassare erbe sottomarine, a caricare sacchi e sacchi di luche, a spezzarsi la schiena per distendere al sole queste alghe color del fango nell’attesa che arrivi, come ogni settimana, l’uomo del camion a comprarsele. Se la pioggia avrà risparmiato Chiloè almeno per un giorno, Luz Maria venderà le sue alghe seccate a 120 pesos al chilo, altrimenti la sua fatica verrà ricompensata con soli 25 pesos: nessuno vuole le alghe ancora fradice di acqua di mare. L’uomo del camion le  spiega che, in Giappone, trasformeranno le alghe in profumi e creme di bellezza. Luz Maria ogni volta annuisce con indifferenza, si toglie la melma dagli stivali, intasca quei soldi miserabili e monta a cavallo: durante il giorno dovrà dissodare i campi delle patate, concimati con le foglie verdi della lamilla, un’altra alga dei fondali sabbiosi dell’isola. Contadini e marinai, gauchos e navigatori, donne solitarie e uomini dai silenzi immoti: Chiloè è la geografia di un’umanità autentica e testarda.

 

Il cercatore d’oro. Anche Carmelo Gomez, ogni giorno, si sveglia prima dell’alba, indossa un telo impermeabile giallo, il traje de agua,  sopra un poncho di lana ruvida e sella il suo cavallo con una coperta consumata. Tre ore al trotto lungo la turbolenta  scogliera del Pacifico. La sua famiglia, il figlio, una giovane donna e una bambina di pochi anni avvolta in uno sdrucito maglione rosso, lo accompagna. Deve accompagnarlo: l’uomo, da solo, non potrebbe farcela. Carmelo è uno degli ultimi cercatori d’oro del Cile: ha 64 anni, vive a Cucao, costa orientale di Chiloè, terra di piogge perenni, di una natura avvolgente dove le foglie a ombrello del pangue (Gunnera tinctoria) nascondono gli uomini sotto la loro ombra e le onde del Pacifico slittano su lunghissime dune di sabbia. «Il nostro oceano sembra aver trovato il suo cortile di giochi nella mezza luna della spiaggia di Cucao», ha scritto Coloane.  L’oceano sbatte con furia contro un bagnasciuga di ciottoli, la pioggia è un sipario di umidità che fa rabbrividire. Carmelo scava con la pala buchi profondi proprio là dove le onde vanno in frantumi. La risacca accumula poltiglie nerastre, il Pacifico lava, con violenza, le sabbie aurifere. Il figlio di Carmelo sistema la fanghiglia su un setaccio ondulato di rame. La donna riempie secchi d’acqua di mare e li rovescia in un rozzo cassettone di legno. L’acqua ruscella lungo una canaletta di legno. Carmelo, con le mani, setaccia febbrilmente la sabbia alla ricerca di infime pagliuzze dorate. Il lavoro della  famiglia di cercatori durerà tutta la mattina fra il freddo e il vento. Carmelo userà mercurio e cianuro per isolare e pulire una invisibile pallina d’oro. Cinque, sei grammi di metallo prezioso: oggi è andata bene, la famiglia può tornare verso casa, verso il tepore di una stufa dove Carmelo, per togliere le ultime impurità,  arroventerà l’oro prima di venderlo a Umberto, l’unico mercante di Cucao, che lo conserverà in piccoli fazzoletti appallottolati.

 

La mitologia dell’Isola Grande. «Appaiono di notte. Ogni settimana, quasi sempre di martedì», Adele Ampuero è precisa come solo può esserlo una donna di 80 anni. Lei ci crede, lei li ha visti. Lei vive a Quicavi, il villaggio di pescatori dove, nascosta e introvabile, si trova, sorvegliata dall’imbunche, un orribile custode deforme, la grotta dei brujos, la caverna degli appuntamenti notturni delle streghe di Chiloè. Un cavallo marino è il corriere che convoca gli incontri settimanali di questi stregoni maligni. Adele giura di scorgere, nelle notti australi, i brujos volare dalle falesie di Quicavi fino alle spiagge più isolate, agli scogli più remoti. «Sono anelli di fuoco, luci nell’aria – dice Adele – che volano rapidamente, quasi in fila indiana». Bisogna credere alla vecchia: suo marito, per trent’anni, ha fatto il giudice del villaggio e Adele ricorda ancora un’altra notte, di oltre quarant’anni fa: «I poliziotti avevano catturato ‘leco’, uno degli stregoni più potenti dell’isola. Lo portarono da mio marito e lo rinchiusero in una cella. Per sicurezza lo incatenarono. Non poteva muovere un solo dito. Ma quell’uomo era un demonio o un dio: dalla casa sentimmo un rumore come se il vento avesse spalancato una porta. Corremmo alla finestra e vedemmo leco volare via, sparire nel cielo nero, come una cometa luminosa. Nella prigione trovammo solo le catene». La solitudine, la potenza della natura, le infinite tempeste degli inverni australi hanno modellato, a Chiloè, un fantastico universo mitologico. Coloane ha intessuto pagine struggenti con queste leggende straordinarie. Nei mari dell’Isola Grande veleggia davvero il Caleuche, il vascello fantasma, la nave miraggio, il galeone bianco dalle ancore d’oro e l’equipaggio di stregoni, una ciurma che danza, nelle notti senza luna, al suono di una musica ossessiva. La pincoya, invece, è una donna-sirena: è bellissima, si specchia nei fiumi di Chiloè e si spinge fino al mare, si liscia i capelli con un pettine d’oro e quando si arrabbia fa scappare i pesci. I pescatori di Ancud, di Castro, di Quemchy, di Quellon lo sanno e allora organizzano baldorie festose per far tornare l’allegria alla sirena. Nei boschi di Chiloè galoppa un meraviglioso unicorno che le donne dell’isola, con un laccio di sargassi, cercano di catturare per grattare, dal suo corno, una polvere miracolosa.  Il trauco è uno gnomo nerboruto, alto poco più di un metro: corre per la boscaglia impugnando un’accetta di pietra, le sue vesti sono ‘come una vampata luminosa’. «E’ un violentatore di donzelle», spiega Coloane. E, infatti, Pedro Nauto, il ragazzo senza padre, protagonista de ‘La scia della balena’, grande libro dello scrittore chilote,  lascia l’Isola Grande, abbandona il villaggio natale di Quemchy,  perché veniva beffeggiato dai suoi amici che lo ritenevano figlio del trauco.

La fuga di Coloane. Pedro Nauto fugge da Chiloè a tredici anni. S’imbarca su una baleniera e insegue, oltre la Terra del Fuoco, nei mari di ghiaccio, le scie del più grandioso fra gli animali degli oceani. E’ lo stesso cammino di Coloane: anche lui se ne andò da Quemchy da ragazzo e si perse nella Patagonia. Scavalcò lo Stretto di Magellano, il passaggio di vento e onde ‘che taglia la coda del continente americano’ e si smarrì, al di là del canale di Drake, fra gli iceberg del mare di Belligshausen e i ‘chiarori lattiginosi’ dell’Antartide. La discesa verso il Sud del Cile è di una bellezza sconvolgente, ‘una bellezza fredda, crudele, ma la cui luce’ apre ‘la speranza di un possibile aldilà’. ‘Né Dio, né il diavolo si raccapezzano tra i labirinti di isole, canali e canaletti’ che disegnano il rompicapo dei fiordi cileni. La motonave Puerto Eden, vecchio traghetto finlandese, varato nel 1971, salpa da Puerto Montt e per quattro giorni scivolerà fra il rosario spezzato delle isole cilene, avvolte da perenni nuvole basse e fuggenti. Il viaggio terminerà 1461 chilometri più a Sud, a Puerto Natales, al centro del canale dell’Ultima Esperanza. Ultima Speranza? Gli uomini della Patagonia non avevano dubbi quando dovevano scegliere i nomi dei loro luoghi.  La nave dalle fiancate rosse e con il suo carico di vacche e pecore si inchina davanti alle onde del Golfo di Penas. Il capitano Elodoro Barria Garcia controlla i dati che i computer di lontani centri oceanografici inviano al ponte di comando della nave: questa volta il Pacifico scaglierà onde  alte ‘solo’ sei metri. Coloane, settanta anni fa, non aveva simili strumenti di controllo: si navigava e si naufragava con l’audacia sprezzante e rassegnata dei pionieri. Il capitano Garcia, invece, oggi ha un sorriso rassicurante, ma i suoi marinai avvertono, comunque, i passeggeri, chiudono gli oblò, sigillano ogni armadietto, rafforzano le cime e le corde, controllano i tiranti che bloccano i camion parcheggiati sul grande ponte: l’oceano accoglie la Puerto Eden con onde che sgroppano come ‘balene che lottano’ o che fanno l’amore.

 

La fine del mondo. Il ghiacciaio della laguna di San Rafael precipita dalle nevi perenni del Hielo Continental andino. Come vele gelate, iceberg galleggiano su un acqua color del freddo. Sono blocchi immensi che si staccano, con rombi di tuono, dalle pareti del ghiacciaio e navigano, senza pace, fra i fiordi del Cile. I raggi del sole trapassano ‘con fugaci arcobaleni’ le iridescenze violacee di questi iceberg abbaglianti, lucenti come ‘sinfonie di colori e musica’.

Il canale Messier, annunciato dal faro di San Pedro,  si incunea nel dedalo delle isole australi del Cile. Qui la cordigliera delle Ande è andata in pezzi, è crollata nell’oceano Pacifico assieme ai suoi ghiacci e ne sbarra la terribile violenza. ‘All’entrata del canale la corrente si gonfia come una vena stretta in una morsa’ e davanti ai passeggeri infreddoliti della nave ‘si spalanca un mondo sconosciuto, incontaminato, dove l’uomo resta colpito dalle dimensioni ciclopiche della natura’. La Puerto Eden può, adesso, navigare con maestosa lentezza, tra migliaia di scogli colonizzati da ‘una vegetazione irregolare di roveri contorti, muschi, felci e torbiere verde scuro che screziavano il grigio della pietra’. I boschi sembrano affondare le radici nelle acque gelide. I canali si succedono ai canali, il vecchio traghetto ansima in un continuo zigzagare fra gli isolotti. L’angostura Ingles, la strettoria Inglese, è un passaggio di sogno e pericolo. «Qui non possono incrociarsi due navi», dice il capitano Garcia, salito sul ponte proprio per sorvegliare la manovra del suo scafo. Lo sapeva anche Coloane: «Se passano due navi, una sarà costretta a naufragare».  Il traghetto sfiora il relitto del Capitan Leonidas: trentadue anni fa questa nave trasportava zucchero e si incagliò nelle secche della ‘esse’ dell’angostura Ingles. La Puerto Eden fa una sola sosta nel suo infinito viaggio verso Sud: getta l’ancora nel villaggio dal quale prende il suo nome. E’ il luogo più remoto e solitario di queste terre australi: gli abitanti di Puerto Eden, boscaioli e pescatori di molluschi accampati sulle sponde occidentali del Paso del Indio, non hanno smarrito nella loro solitudine, una seria ironia quando spiegano che ‘qui piove 366 giorni l’anno’. Non ci sono strade, non ci sono auto a Puerto Eden: solo duecento uomini e donne, una cortina incantata di umidità, una natura lussureggiante e, a un passo, il ghiacciaio Pio XI, il più imponente dell’emisfero sud della Terra, che scivola  nella Bahia Elizabeth. Scrive Coloane:   «il navigante ha la sensazione di poter ritrovare qui il paradiso perduto». Durante la sosta tre barche a remi si avvicinano al traghetto: sono gli ultimi superstiti degli indios Alacaluf, ‘gli uomini occidentali dai coltelli di madreperla’, che salgono a bordo per vendere ai passeggeri piccole canoe costruite con corteccia di larice. Altre storie di popolazioni indigene travolte e massacrate. Per loro non c’era rifugio nemmeno alla fine del mondo. Gli Alacaluf, prima di scomparire, ci hanno regalato un’ultima, fragile leggenda: la storia di ‘Schiuno, il vento’ che sposò ‘Océn, la balena’ ed ebbero un figlio ‘Schiunoktau, il colibrì’. I mari della Patagonia, per lunghi momenti, riflettono una tristezza che non può essere colmata. Tutto è estremo a queste latitudini, la malinconia come l’ebbrezza. Il capitano Garcia, con voce lenta, dà ordine di salpare dalle lontananze di Puerto Eden.Guidati da Francisco Coloane siamo arrivati agli ultimi scogli del continente americano. Il sole filtra attraversa nuvole ‘simili a dinosauri’ e fa scintillare i tetti di zinco di Punta Arenas, ‘la città più australe del mondo’. Il vento inarrestabile della Patagonia piega la geografia: soffia senza tregua, a raffiche, a strattoni, a folate che, da sempre, volano da ovest verso est, da Occidente verso Oriente. Qui il vento modella l’uomo e le sue storie. Coloane non si fermò in un approdo sicuro, gli uomini come lui non vi riescono, sono attratti dagli orizzonti: da Punta Arenas indirizzò le sue vele verso i ghiacci dell’Antartide. A noi restano i paesaggi di sogno dell’insenatura dell’Ultima Esperanza, della baia Inutil, del canale Beagle, dell’isola Navarino, degli scogli irraggiungibili di Capo Horn, delle mareggiate di gelo dello stretto di Magellano. A noi rimangono i miraggi e le illusioni della scia delle balene che si perdono negli oceani. Si sta in piedi,  alla fine del mondo, con i pugni serrati e gli occhi chiusi ‘guardando dentro, per ammirare la bellezza e il dolore di quanto è stato creato su questa sottile crosta terrestre’.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.