‘La divina geometria’, Asmara, oh cara!
Quanti anni fa ho scritto queste storie? Due frammenti: da un piccolo libro che venne pubblicato dalla ‘Scuola Italiana’ di Asmara’ e, il secondo, più piccolo, più breve (non esiste una copia digitalizzata di quel testo scritto fra l’Eritrea, Roma e Firenze): il mio primo libro, 1994, un’audacia della casa editrice Clup. Aveva la classica copertina giallo-oro e una foto di una donna del bassopiano…). ‘Ma se avessi previsto tutto questo…’)
Quasi vent’anni dopo, ricordo ancora lo stupore. Una sorpresa assoluta. Bella e felice. Volo notturno verso Asmara: alba sull’Eritrea, sul ciglio del più vasto altopiano dell’Africa. Duemila e più metri di altezza a un passo dal mar Rosso. Era come se l’aereo fosse atterrato sopra le nuvole che si affastellavano ai confini dei dirupi che precipitavano verso il mare. Allora, 1991, una guerra durata trent’anni era finita, il paese era libero e Asmara si risvegliava nella sua tranquilla e sorprendente bellezza.
Fuori dell’aeroporto, i taxi in attesa di quei primi viaggiatori erano ancora Fiat 1100 dal colore azzurro-arrugginito. Per strada vedevi circolare improbabili Balille grige che trottavano a passo d’uomo. Ci fermammo al primo bar aperto: si chiamava Duca d’Aosta e il tassista mi offrì un cappuccino e una pasta. Il barista aveva i capelli bianchi: ‘Benvenuto, benvenuto’, disse in un italiano antico. La macchina, poi, scivolò davanti a un grande distributore di benzina che assomigliava a un aeroplano. Fiat-Tagliero annunciava con orgoglio la scritta rosso-sbiadita che sovrastava la torretta centrale di questo strano edificio. Mi raccontarono, con un sorriso complice, che l’ingegnere che aveva avuto l’ardire di progettare, nel 1938, quel garage futurista dovette puntare una pistola alla testa del capomastro per convincerlo a togliere le impalcature che sorreggevano i quasi 18 metri di ciascuna delle ‘ali’ dell’edificio: l’operaio non voleva credere che quella strana ‘tettoia’ avrebbe retto senza sostegni. Chissà se Giuseppe Pettazzi, il progettista, minacciò davvero il suo capomastro o se, come sostengono altre versioni, era pronto a suicidarsi se quella strana costruzione fosse crollata su sé stessa. Quel che è certo è che l’autostazione-aeroplano sembra, settanta dopo la sua inaugurazione, ancora pronta al decollo.
In quegli anni Asmara, capitale della prima colonia italiana, era un cantiere. Era diventata il palcoscenico inaspettato offerto ad una generazione di architetti e urbanisti ambiziosi, privi di scrupoli e sconosciuti. L’Italia fascista, con una guerra feroce, aveva cancellato dalla geografia politica l’Etiopia, l’unico paese libero dell’Africa, e Mussolini (Roma era l’ultima arrivata al banchetto coloniale) voleva trasformare il volto di quelle terre diventate il suo breve e spietato Impero.
Asmara, fino al 1935, era una tranquilla città di una lontana provincia coloniale dimenticata sulle coste del mar Rosso. Vi abitavano tremila italiani. Ma alla vigilia dell’invasione dell’Etiopia, la colonia conobbe un sussulto frenetico: vi arrivarono migliaia e migliaia di soldati, coloni, avventurieri, braccianti, operai, poveri d’Italia. Asmara era la retrovia della guerra che Mussolini avrebbe scatenato alla fine del 1935. In meno di sei anni, gli ultimi del potere italiano in questo angolo di Africa, Asmara divenne il teatro di ogni possibile e radicale sperimentazione architettonica e urbanistica. Divenne la palestra in libertà dell’Art Decò, delle linee futuriste, del modernismo. Il risultato? ‘Una divina geometria’, azzardò, anni fa, Eugenio Lo Sardo, ispettore del ministero dei Beni Culturali e ricercatore pignolo di questa stagione urbanistica. Dice ancora: ‘Gli italiani crearono un capolavoro dell’Art Decò. Asmara possiede la maggior concentrazione al mondo di architetture anni Trenta. Gli italiani hanno costruito con eleganza e stile. Hanno modellato una capitale abbagliante, moderna, internazionale’. Sono più di quattrocento gli edifici asmarini censiti come piccoli capolavori del Decò. Se gli architetti statunitensi, anche loro affascinati da Asmara, la raffrontano con Miami; noi italiani crediamo che sia una nostra, sorprendente città di provincia (Latina, Sabaudia) sorta, per qualche coincidenza astrale, in Africa. I suoi ritmi sono ‘meridionali’: nel secondo pomeriggio andavo a passeggiare lungo il suo corso alberato, l’ombra delle palme, al posto dei platani, mi proteggeva dal sole di alta quota. Si chiamava (e si chiama ancora) viale della Liberazione: ha cambiato nome innumerevoli volte nella sua storia recente, dedicato a Mussolini dagli amministratori del fascismo, al negus Hailé Selassiè negli anni del suo impero, alla Rivoluzione nei tempi cupi della tirannia rossa di Menghistu. C’era, immancabile, il rito dell’apertivo, un gingerino, al caffè Royal o caffè Tre Stelle, gettavo sempre uno sguardo incuriosito alle finestre-oblò dello squadrato cinema Impero (progetto di Mario Messina del 1937), edificio geometrico capace di afferrare tutta la luce tersa dell’altopiano. E ancora: i torrioni simmetrici e geometrici della chiesa ortodossa di Nda Mariam (architetti Cavagnari-Gallo), i mattoni rossastri e lo stile romanico-lombardo della cattedrale cattolica (progetto di Oreste Scanavini), e le tessere oro e verdi dei mosaici che rendono bella la Grande Moschea (progetto di Guido Ferrazza, architetto celebre nelle colonie).
Scrivevo (il libro in buona parte è stato scritto a casa di Giampietro, ad Asmara) per raccontare del Medeber, il caravanserraglio della città: ‘Superati i banchi di un piccolo mercato di spezie si è subito investiti dal rumore continuo dei martelli dei fabbri che battono, tagliano e piegano qualsiasi pezzo di metallo. Alcuni ‘gommisti’ fanno a fette vecchi pneumatici per trasformarli in sandali di gomma. Nei depositi di fronte all’ingresso, in una nuvola di polvere rossastra che brucia occhi e bocca, le donne macinano il berberé dentro mulini meccanici. In un’altra strada del caravanserraglio sprizzano le scintille dei fonditori: altri fabbri modellano attrezzi agricoli. Da u. bidone un ragazzo estrae pece per rafforzare la copertura impermeabile





