Andrea Semplici
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Da un po’ di tempo…

Io e Mario

Da un po’ di tempo i ritorni sono sempre più difficili, malinconici, pieni di contrattempi.

Vorrà pur dire qualcosa.

Non amo i ritorni a metà del pomeriggio.

L’ultimo giorno diventa un’attesa in cui la malinconia dilaga. Gli sguardi sanno del saluto.

E hai il pensiero inevitabile: ‘È molto probabile che non ci vedremo mai più. Viviamo in due continenti diversi, abbiamo superato i settanta anni, io ho le mie fragilità, questi sono già i tempi supplementari. Sì, questo è un addio. Fingiamo per non deprimerci troppo, abbiamo avuto la possibilità di questo ultimo incontro’.

La mia camera

 

L’ultimo raggio di sole

La mattina passa così: nel tentativo di lasciar scorrere le ore. Fai lo zaino, ripulisci la camera, raccogli le tue cose. Fotografi il letto. E già la nuova ospite è pronta entrare nella tua stanza. Che non è mai stata tua. Non voglio conoscerla. Forse è gelosia. Non sono più qui. Mi trasferisco in una stanza luminosa per aspettare, sono fortunato, non sopporto gli addii, vorrei che i ritorni fossero un lampo, ora sei qui, un minuto dopo sei in un’altra geografia.

Attorno a te, c’è l’aria del saluto. Cercano di essere gentili, anche loro in realtà sperano che questo rituale abbia un finale veloce.

Non è così. Fai qualche telefonata, prendi impegni per il ritorno. Fingi allegria. Dovresti fare anche telefonate di cui non hai alcuna voglia. Non le fai, rimangono sospese.

L’ultima luna

Chiudi il Mac, prendi il libro, ma non ha voglia di leggere.

L. si preoccupa: devi mangiare, ti aspetta il viaggio.

Dai, no, va bene così.

Ma so che è inutile far cambiare idea a L.: prepara hamburgher e insalata. Niente vino.

Gli abbracci finali a chi non ti accompagna all’aeroporto. ‘Grazie, è stato un gran bel regalo. Inaspettato’.

Ho esplorato il pianeta della vacanza. Credo di non aver mai fatto una vacanza, o, forse, ho sempre vissuto in vacanza. Mi prende un senso di inutilità.

Il viaggio in auto verso l’aeroporto, venti minuti non più, è una piccola, inutile sofferenza. Mi metto a guardare il telefono e non mi sopporto.

Addio, Castel…

Un tempo, lavorando per Corto Maltese, scrissi che lei era una donna da salutare sulla banchina di un porto oceanico. Una nave che salpa e che ti porta in un altrove irraggiungibile. Ma le navi sono lente, l’addio ti scorre davanti agli occhi. L’aeroporto, al contrario, rende tutto ‘indifferente’. Vito mi raccontò che al Sud chi parte, non saluta: perché così non è mai partito. Ho due ore di attesa nel’mondo-astronave dell’aeroporto di Barcellona. Ne approfitto percorro i gates dal primo all’ultimo: tre chilometri. Due venditori di libri, una venditrice di cartoline a due euro l’una. Il mercato prova ad allungare gli artigli su merce di poco conto. Non dovevo tradire Ryan. Un altro mondo non è possibile, qui lo capisci con chiarezza.

L’aereo Vueling da Ibiza si incastra e arriva con quaranta minuti di ritardo. Questo dà tempo, credo, alla capo-turno di esplorare i bagagli dei passeggeri. Una piccola strage di irregolarità. Non ne esco immune. Con un sorriso malevolo, la capa-rampa, latinoamericana, mi invita: ‘Sigua’, fino alla fessura in cui dovrebbe entrare il mio zaino. Tento una battuta pietosa: ‘All’andata, è passato’. Facile replica: ‘Questa non è l’andata’. Inutile anche provarci. Burocrazia. Sessanta euro e imbarco in stiva. Niente male, saluto il bus a Bari. Mi spedisce da un’altra hostess, che mi appare desolata, ricevuta di 60 euro, vado lentamente, in modo che la fila attorno a me si ingrossi. Ripicca sterile. Ricevuto e carte d’imbarco. Penso che io costo meno del mio zaino. Follie. L’ultima hostess sussurra: ‘Disculpe’. La guardo con occhi di gratitudine. Latinoamericana anche lei. E finge di non accorgersi che mi sto portando dietro lo zaino. All’ingresso dell’aereo nessuno ci fa caso. E lo zaino entra comodamente sotto il sedile. Vueling ha sessanta euro in più nella colonna dell’attivo.

Il mio zaino non è regolare e lui costa più di me

 

Un’altra hostess mi insegue con un golf non mio. Accanto a me un ragazzino che non riesce a trovare una posizione e si immerge, sgomitando, nel cellulare. Dall’altra parte, una ragazza con un sorriso gentile, si addormenta subito. Un’ora di ritardo. Vueling mi manda le sue scuse. Io vorrei dire del mio disappunto, potevano essere un po’ generosi. Hanno ragione loro.

Bari. Bus partito da oltre mezz’ora. Prossimo alle 23.45. Solo cinque ore, qualcosa meno, che logica hanno questi orari? Il contro profitti e perdite, immagino. Treno-navetta, allora: per la stazione di Bari. Impiegato stremato, nemmeno alza la testa: ‘Per il biglietto, macchinetta’. Cinque euro e trenta per Bari. Per Matera il biglietto del bus era di tre euro. Il mercato, i contributi, i soldi, bellezza. Non c’è tempo, solo tre minuti per prendere il treno Fal. S. mi fa il biglietto per Matera. Tornelli. Nervosismo. Il capotreno, pietoso, rallenta la sua partenza. Ma dove va questo treno? ‘Gravina’. Ah…

Cosa c’è fuori?

 

I ragazzi non sanno dirmi come raggiungere Matera. Poi uno sussulta: ‘Cambi ad Altamura’. Nel display sul treno, Altamura non appare. ‘È perché lo schermo è troppo piccolo’. Cavolo, indosso i panni di uno sconsolato turista portoghese e mi sento perduto. Il treno Fal ha finestrini a specchio, ti riflette benissimo, ma ti impedisce di capire dove sei, non vedi nemmeno le stazioni, vedi te stesso riflesso, la mia pancia, le mie gambe torte. Mi accodo a chi so che scenderà ad Altamura.

Il treno per Matera non c’è. Su quale binario? Gli esperti lo sanno, ma io no. A chi chiedere? Sottopasso, nessuno quadro-avvisi, c’è un treno sul binario 1, vado a vedere, tornello, per scoprire che questo torna a Bari. Ferroviere: ‘Deve andare al 3’. Solo che non posso uscire, ho già varcato la frontiera. Lui capisce il piccolo dramma: mi sblocca il tornello. Io suggerisco: ‘Un cartello?’. ‘La nostra è una compagnia un po’ strana’. Lo saluto con comprensione. Prendo al volo il vagone che va a Matera.

Sono le dieci di sera.

Adìos, compañeros de mi vida.

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