Andrea Semplici
ItaliaRaccontiRacconti di viaggio

Capracotta-Matera/ Mi cadevano i pantaloni

Adios

Notte senza quiete. Come spesso mi accade, mi sveglio prima della sveglia. Tre e cinquanta. Ho ancora la possibilità di un’ora di sonno. Mi metto a leggere, a rileggere. Scopro di aver letto con disattenzione Clara Usón: che peccato, l’ultimo capitolo del suo libro basco mi graffia l’anima. Clara sa leggere ‘il male’, come Emmanuel. Vorrei scrivere con lei, comincio a rileggere il suo libro.

Fino a quando D. non mi dice che ora è.

La fermata di via Madonna di Loreto
La luce fra gli abeti

Raffazzono trolley, due zaini, borsa fotografica. Sono uno spaventapasseri. La fermata è davanti a casa. Ma fatico a trascinarmi. Dettaglio non irrilevante: ho perso la fibbia della cintura, i pantaloni scendono, si incastrano nelle cosce, assumo una postura sghimbescia e storta. Devo sorreggere con un mano lo zaino e mettere un dito nel passante dei pantaloni.

Arrivano due bus in contemporanea. Mi dicono che in Molise ci sono 21 compagnie di bus. Per 300mila abitanti. E sfido chiunque a capirci qualcosa nel cruciverba degli orari e delle linee. Gli incastri delle coincidenze sono un puro labirinto che non può essere districato da nessuna intelligenza media. Un autista mi indirizza al bus giusto, quello più grande. Devo far salire le mie valigie. L’autista, quasi allegro, mi dice: ‘Paga alla fine’ e chiacchiera con una donna. Qui si conoscono tutti. Anche la donna si lamenta di orari che non coincidono con le sue necessità. Parlano di una università antica, una vecchia amicizia familiare. Hai fatto l’università, autista?

Bus Atm verso Campobasso

ddio, Capracotta. Come se la salutassi per l’ultima volta. Sento il cuore liquefarsi. Guardo il confine del paese, sospeso sopra una scarpata invisibile. Luce splendida. Mi addormento, voglio non sapere. Saluto il rifugio dei Gremlins e la loro porchetta con gli asparagi.

 

 

Ho biglietto per un treno che non c’è. L’autista, a Isernia, mi suggerisce: ‘Prenda un bus dell’Atm, corsia C’. Proprio non ce la fanno a fare una corsa unica, mi viene il sospetto che debbano dividersi l’affare del trasporto di pochissimi passeggeri (donne senza patente, gente in movimento di pelle nera, studenti nei mesi delle scuole). Perdo il biglietto del treno, che, comunque, aveva un ‘bus sostitutivo’. Poco più di quattro euro perduti (alla fine saranno oltre venti) e mi siedo alla panchina della Corsia C. ‘Andiamo a prendere il caffè, lavori troppo’, dice un collega al mio autista.

Bus Atm per Campobasso. Sale solo un ragazzo africano che scenderà dopo pochi chilometri. Poi sarà la volta di una donna, di due donne. Un’ora di viaggio. Arriva il caldo, capisco il privilegio di un’estate a Capracotta. I miei pantaloni, sporchi e macchiati, continuano a calare. L’autista non vorrebbe essere alla guida di questo bus. Salgono altri tre suoi colleghi (gli altri passeggeri abituali di queste corse). Mi chiedo perché nei paesi baschi i bus erano sempre pieni e frequenti. L’autista mi dice che devo andare a fare il biglietto alla Sati e mi dice: ‘Dall’altra parte della stazione’.

 

La stazione dei bus di Campobasso è degna di un’architettura parigina. Renzo Piano? Colore giallo metallico. Deve essere ‘nuova’: ci sono i luoghi dove dovrà esserci un’edicola (un’edicola?), il bar, l’info point. Questa mattina è tutto deserto, ci sono solo i cartelli per non perdersi in un unico spazio. Poco meno di due ore di attesa. Sul bagno c’è un cartello che chiede di chiudere la porta. Due ragazzi neri su una panchina. Un altro uomo che per quasi due ore non si scollerà dal cellulare. L’edicola c’è: è fuori, pigra, polverosa, fine agosto. C’è anche il bar. Compro Repubblica. Piccolo brivido indifferente, comprare un giornale. Sono l’unico e mi sembra di aver disturbato l’edicolante-barista. Voglio leggere Luigi Manconi e di Sigfrido. Perché ho queste perversioni?

Attese

Mi cadono i pantaloni mentre cerco di raggiungere il bus per Termoli. Non trovo il biglietto appena comprato. Metto gli zaini a terra, cerco nelle tasche, mentre i pantaloni scoprono le mutande sporche, la maglietta del museo di Bilbao, dono di un amico morto, è, per fortuna, lunga a sufficienza. Trovo il biglietto accartocciato in una tasca. Bagagliaio pieno, con i pantaloni a metà coscia, trascino le valige all’altro lato del bus. Fatico ad aprire il portellone. Una ragazza mi ringrazia. Questa volta il bus è pieno, siedo accanto a un grosso ragazzo africano, di lato un uomo della mia età legge un libro. È un invito a viaggiare per il Sud italiano seguendo i Mille di Garibaldi. Ricordi improvvisi. Ho fatto lo stesso viaggio e anche in quel tempo, a Napoli…

Bus terminal di Termoli

Cerco di leggere gli articoli, ma non ci vedo più. Accartoccio il giornale. Un’ora è arriviamo a Termoli. Fa caldo. GoogleMaps dice che la stazione dei treni é a dieci minuti a piedi. Non saprei come prendere un altro bus. Vado. Via Martiri della Resistenza, via Francia, via Italia, sottopasso. I pantaloni scendono, manovre per sorreggerli, cammino come uno scimpanzè zoppo. I poliziotti si salutano fra di loro: ‘Ciao, raga’. Sottopasso della stazione, due ragazze non si scostano dal gradino dove sono sedute, ho bisogno di appoggiarmi al passamano per scendere le scale, con le mie valige e i pantaloni appena sopra il ginocchio. Risalgo alla stazione, nessuno schermo mi aiuta, trovo un cartellone cartaceo, devo ridiscendere, le solite due ragazze sono indifferenti, non si spostano, approdo al binario 2.

Binario 2

Il treno è alle 15.11. Mi accorgo di non aver mai bevuto. Mi appendo al bancone di un brutto bar fino a quando il barista non si accorge di me. Acqua. Gelida. Ho preso le medicine? Due ore di attesa. Che diventano due ore e tre quarti per il ritardo dell’intercity da Milano. Devo calcolare quando troverò il treno per Matera. Mi rendo conto di essere esausto. Una ragazza tutta lentiggini, ovunque, belle, dal viso alle cosce. Ha un bel sorriso. Non deve essere italiana. Mi ringrazia per averle lasciato spazio sulla panchina. Chissà se Anna direbbe come un rimprovero: ‘Ho visto il tuo sguardo’. Sì, passo i miei occhi sulle cosce della ragazza, svaniscono, nude, dietro una borsa. Mi piace il suo sorriso mentre legge un messaggio. Perché non le chiedo di parlare un po’? Perché non le faccio una domanda? Arriva il treno.

Intercity

Fatico a far salire le mie valigie. Le distribuisco per il vagone, non ce la faccio a mettere uno dei due zaini sulla mensola portapacchi. I pantaloni scendono fino al ginocchio. Sono stanco, stanchissimo. Davanti a me una donna francese. Indossa una maglietta nera con su scritto ‘Je m’en fous’. Sorride a un bell’uomo seduto distante da lei. Tiro fuori il Mac, ma non ho niente da scrivere. Mi ero fatto delle promesse, scrivere a….Non lo faccio, leggo, con curiosità e stupore, il manoscritto di Dania. Così il tempo se ne va. Il treno si riempie. Il ritardo resta sempre di tre quarti d’ora. Forse ce la faccio a prendere il bus per Matera. Ma poi c’è la stazione di Bari-Santo Spirito. Voce meccanica, femminile, senza inflessioni, non umana: ‘Siamo fermi, dieci minuti per ripartire’. Assieme arriva un messaggio: ‘Non ci sono previsioni per la ripartenza’.

Credevo, mi sentivo, ridotto peggio

Passa quasi un’ora. Treno immobile, aprono le porte, qualcuno scende. Telefonate per avvertire del ritardo. Trance. In questo viaggio non ho parlato con nessuno. Novanta minuti di ritardo. Messaggio che avverte che posso chiedere un rimborso. Ripartiamo. Dieci minuti e siamo a Bari. Binario 2. Sottopasso lunghissimo. Riemergo in via Capruzzi, oramai è la Bari che conosco. Mi aspettano trecento metri al sole con i pantaloni che scendono lungo le cosce e che cerco di fermare allargando le gambe, camminando come uno scudiero. Biglietteria di via Capruzzi.

Cartello: i biglietti delle Fal, ferrovie appulo-lucane sono aumentati di un euro e mezzo quando sono venduti in questa biglietteria. E perché? Per pagare gli stipendi dei due ragazzi che stanno dietro al bancone a vendere biglietti? Mi appare una piccola ingiustizia o, forse, una tircheria delle Fal che non riconoscono nessuna percentuale a chi vende i loro biglietti. Ne chiedo uno per Matera, il ragazzo mi risponde in inglese. Io gli dico: ‘Per oggi’, senza dirgli la mia nazionalità. Mi dice: ‘MarinoBus’, 15 euro. Le Fal costano sei euro e venti (più il pedaggio tipo Troisi di un euro e mezzo) e parte nove minuti dopo. ‘Mi dai un biglietto Fal’. Intravedo una punta di commiserazione nel suo sguardo. Non mi dice del sovraprezzo (è scritto nel cartello, no?), non dice che ci sono tre cambi (due bus e un treno) e che ci vogliono quasi due ore. Sento arrivare, ma forse è sempre stata lì, una botta di malumore, sono io che interpreto lo sguardo del ragazzo: ‘Contento lei’. Mi dice anche di un orario diverso da quello che ho visto sulla pagina web delle Fal.

Tre minuti dopo capisco: tre cambi, due ore, no, non ne posso più. No, no, voglio arrivare, voglio svanire. Non mi capita mai di perdere la calma per un ritardo o per un giorno di viaggio, anzi, di solito mi diverto a guardare le mie reazioni e quelle degli altri passeggeri. Di solito ne scrivo con convinzione. Questa volta no, sono arrabbiato. Con il ragazzo che non ha spiegato. Con me che dovevo sapere. Torno alla biglietteria. Si avverte un’incrinatura nella mia voce, accorre un altro ragazzo che deve essere ‘il capo’. Spiego, l’altro si defila. Non può rimborsarmi il biglietto Fal, e vale solo oggi (ci rimetto nove euro settanta). Non ho voglia di aspettare e di fare tre cambi. Sento che qualcosa si è rotto dentro di me. Ho voglia di piangere. Ritiro fuori la carta di credito e compro il biglietto di MarinoBus. 15 euro. Corsia 4. Esco con passi senza senso. Raggiungo una panchina con cinque e sei straniere in attesa. Non ragiono più. Mi accorgo che il bus fermerà nella periferia di Matera. Via Sturzo. Non mi ha mai disturbato, sono un paio di chilometri a piedi. Non è niente. Ma questa volta, con quattro valige, mi è insopportabile. Sento davvero che sto crollando. A chi posso chiedere di venire a prendermi? Non ci sono gli amici di un’altra vita che non c’è più, un’altra amica non guida, penso anche a chi vive con me: non risponde, è giusto: io non rispondo a lei, lei non risponde a me. E poi non verrebbe mai a prendermi. Rimane un’altra amica. Che, per sfortuna sua, è a casa. Lei non chiede, non sa chiedere, ma io chiedo, chiedo sempre, a chiunque, senza ‘gli altri’ non mi sarei mai mosso di un metro. Mi viene in mente che sono uguale a mia madre, lei chiedeva sempre a mio padre, perché quei due hanno passato la vita assieme? Non imparo, non voglio imparare. Chiedo. Chiedo sempre. ‘Comprami lo yogurt’. ‘Come si fa la prenotazione di un volo aereo?’. ‘Cucini tu stasera?’, senza ricordare che lei cucina sempre, ‘Non ho più mutande’, modo subdolo per dire: ‘Me le compri?’. ‘Paghi tu?’, non è per i soldi (anche), ma soprattutto perché non voglio affrontare chi è alla cassa. ‘Vieni a montare la mia libreria?’. Il mio lavoro è sempre stato ‘rapinare’ le storie di altri. Alla fine è diventata la mia vita. Ora capisco perché non si vuole confondere il tempo del lavoro dal tempo ‘libero’: io non l’ho mai capito e mi sorprendo a pensare che abbiano ragione ‘loro’.Non ho compassione di me (bravissimo a pretenderla), ma disprezzo. Ho davvero pensato tutto questo mentre aspetto il bus della 17.45. Sono al delirio. Per una volta nella vita trovo insopportabile anche il caldo.

Arriva il bus, silenzioso, posto 12, pochi viaggiatori. Salgo, mi addormento. Corsa veloce. Mi scopro a trovare insopportabile il paesaggio pugliese, non voglio vedere i muretti a secco, né gli olivi. Non tollero l’idea che sto andando a Matera. La città, la regione, che, un tempo, ho scritto, ho ‘scelto’. ‘La Lucania è la mia terra. Perché l’ho scelta’. Quindici anni dopo…

L’amica arriva cinque minuti dopo che il bus mi ha lasciato in Sturzo. Cerca di calpestare le mie macchine fotografiche maldestramente poggiate in strada, e ho pensiero immediato: ‘Che Dio volesse!’. Cosa me le porto dietro a fare, non funzionano nemmeno più. Penso alla stronzata che mi è passata per la testa. Resa, nemmeno invincibile. Si è tagliata i capelli, non deve essere andata molto al mare Ha la sua allegria. Un po’ tirata, ma c’è. Mi porta a casa sua. Un popone tigrato dolcissimo e una birra raffo. Gratitudine.

E io avevo promesso di non bere più birra. Un’amica mi sfiora per strada e non si ferma. Non le chiedo aiuto, mi sale qualcosa che devo ricacciare indietro. Non mi piaccio. Penso davvero di essere uno stronzo. Dimentico i pantaloni, scivolano a terra di fronte alla porta di casa.

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