Andrea Semplici
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I cammini istriani.6/Bale/Valle – Fazana, al mare, al mare…

Il bar delle ‘Pietre Narranti’

C’è allegria, questa mattina. Buonumore. Deve essere la bellezza pura e vera di Bale/Valle. Sono arrivati i turisti, è vero, hanno cambiato molto, troppo, il turismo è industria pesante, ma Valle si è difesa. O meglio: ha continuato la sua vita. Almeno fuori dai mesi dell’estate. Davor mi dice: ‘Se hai fretta, per favore non venire’. Ho conosciuto Davor nel bar Kamene priće, che più o meno suona: le pietre raccontano una storia. Le pietre narranti? Lui traduce ‘Stone Tails’. Mi ero accorto di quattro uomini e una donna tranquillamente seduti in una piazzetta al centro del paese. Mi sono avvicinato e ho scoperto il bar. Magnifico. Colmo di colori, quadri, armature, disegni, poltrone e musica jazz. Scopro che ogni anno organizzano un festival jazz in agosto. Davor è qui da cinque anni. E sembra godersela. Unica pecca: il caffè costa un euro e settanta. L’Istria e la Croazia non è terra per poveri.

Il colori delle ‘Pietre Narranti’

Un gemellaggio fra ‘Le pietre narranti’ e il ‘Rosetta Jazz Club’ materano?

Nella piccola piazzetta del bar c’è anche la sede della Comunità Italiana?

Sul selciato della strada principale di Bale/Vale un antico graffito ricorda anni lontani: falce, martello, la stella rossa. E, perfino, Stalin. Cosa darei per vedere volto e mani dell’uomo che lo ha scolpito. Ha lasciato le sue iniziali? P.M.

 

La pietra comunista

Adesso il cammino è un placido piano inclinato. Se non fosse per lo zaino tornato sulle mie spalle. Strada bianca, ghiaino, campi e prati attorno. Terra rossa, come dice Paolo. I fiori si aprono, la stagione dei tulipani sta già per finire. Questa è la primavera, la bellezza è per forza così breve, così poca, così luminosa?

Un cagnetto nero mi osserva con attenzione nella solitudine di un vico.

Bale/Valle

Alla fine del campo di calcio di Bale/Valle, si lascia l’asfalto e si segue un cartello che indica ‘Valencano’, azienda che produce olio. Già, l’olio, dimentico sempre che questa è chiamata ‘la strada degli olivi’.

Cambio di vegetazione. Eravamo partiti dal Carso e ora siamo in un paesaggio mediterraneo. I mondi in una terra piccola.

Cisto, lentisco, mirto. Qualche pino, a volte una grande quercia. Il grido dei gabbiani, il mare è qua attorno, ancora non lo vedo, ma so che è qui. Ne assaporo l’aria fresca.

Barake

Spunta una grande casa, dall’aria abbandonata. C’è una roulotte parcheggiata. Sedie allineate davanti alla porta. Questo casolare si chiama barake. Panni tesi, alcune voci dietro una tenda che nasconde una porta. Non esce nessuno. Dietro un angolo, come se fossero appollaiate, un piccolo gruppo di capre con i capretti. Sono come sorprese dalla nostra apparizione. Ci guardano stupite. Non capiscono chi siamo. Ci lasciano andare non perdendoci d’occhio.

Le capre di Barake

Giuro, ho visto il mare, laggiù davanti a noi, una striscia fra l’orizzonte e un’altra terra. Azzurro chiaro e riflettente.

Scenetta. Sfioriamo un ciclista. Uno di quelli con la biciclettona dalle ruote colossali. Ha l’aria fra il depresso e l’arrabbiato. Testa china sul manubrio. Cinquanta metri più indietro, una donna sovrappeso, decisamente grassa, spinge a mano un’altra bicicletta. Cammina lentamente, si ferma a raccogliere un paio di asparagi, si avvicina all’uomo, ora è a un metro. Non lo saluta prosegue. Il ciclista si china ancor più sul manubrio, la guarda andare via, poi monta in sella e le va dietro. Dai, che storia c’è fra i due?

Appare un ‘trullo’. Che ci fa qui? Non è un trullo, è una ‘casita’, la tecnica di costruzione deve essere la stessa. Pianta rotonda, mura in pietra, tetto a cono con lastre di pietra sovrammesse una sopra l’altra. Una sorta di pietra-tappo-antenna sulla punta. Credo che bisogna essere molto bravi per costruirne uno. Era il rifugio dei pastori, nelle ore più calde e nei giorni di pioggia. Giro attorno alla ‘casita’ ai lati della strada. L’apertura è bassa, si intravede una sgabello in legno.

La ‘casita’

Qui dovrete seguire le vostre tracce, io non riesco a aiutarvi, wikiloc perde di continuo la connessione, vedi a non aver con sé, una mappa. Paolo perdonami. A un certo punto si abbandona la direzione di ‘Valencano’ e si continua verso Sud. GoogleMaps può aiutarvi dandovi consigli, ma non è vangelo, lasciatevi guidare, al mare ci finirete lo stesso. Asfalto e tratturi. Mi piace il paesaggio mediterraneo. Si scollina all’altezza di un bellissimo oliveto ben coltivato. Il prato della casa è cintato. Siamo a un passo da un gruppo di case chiamato Mednjanz: qui producono un buon miele.

Si cammina fra muretti a secco, sapientemente costruiti e ben tenuti.

I muretti a secco

Ora i paesi sono per lo più sparpagliati, case che si allontanano e si avvicinano, a volte con una chiesa, sono una dopo l’altra. I cartelli gialli con il nome si salutano, stanno uno di fronte all’altro. Ci sono anche cappelle isolate e, credo, una geografia di eremi. Siamo su uno dei tanti percorsi attraverso i quali si può raggiungere Santiago, c’è, a sorpresa, il simbolo della conchiglia. Ecco il paese di Fonda Colomba, mi piace molto il nome croato: Golubovo, simbolo due colombe. E qualcuno ha costruito un muro degno di Gaudì, irregolare come un onda di profilo e portali come un gioco di bambini. Tempo del pranzo, di lato a una quercia. Carla va avanti, noi ci sediamo su una pietra. Burek, mela, fichi secchi, frutta secca, banane. I miei passi rallentano. Siamo a Batvači, in italiano Val Madorso.

Il sole mi brucia la pelle, Daniela mi medica la spalla. Risbuchiamo nel grande paese di Peroj. Voglio una birra. Voglio una birra. Ieri ho interrotto l’astinenza. Delusione: mi portano una Stella Artois, tutta questa fatica per una Stella Artois. Un grosso pizzaiolo sta imbandendo due pizze super. Due uomini entrano, uno di loro è cieco, si muove con abilità, se non fosse per il bastone bianco non me ne sarei accorto. Saluta con voce di tuono la cameriera-ostessa. Un altro uomo ordina un caffè, ma lo vuole in strada, mentre fuma una sigaretta e cammina in cerchio. Chiede anche un bicchier d’acqua. Si gode il sole e il caffè.

L’uomo gira il caffè

Adesso davvero il mare è a un passo. Ogni casa un b&b o casa-vacanze. Tre euro per una birra piccola.

Si mostra, oltre la siepe. Una barca al vela al centro dell’apparizione. Rimango impigliato nei suoi riflessi.

Il mare, il mare

 

Quaranta minuti alla casa. Gli appartamenti di Maria. Questa volta è stata una tappa breve, e quasi tutta in lieve discesa. Ho voglia di cacciar via la fatica. Maria parla solo croato. Ci sono dieci apartment uno dietro l’altro. Mi siedo sul terrazzino, mi guardo l’ombelico che cercavo di ignorare dall’operazione di dicembre. Daniela cambia la medicazione alla spalla, conto le vesciche: ora sono cinque. Un’unghia si è tutta annerita, ma era così dai tempi del cammino portoghese. Giornata tranquilla. Troppo.

Il molo di Fazana

 

A notte, a Fazana, la ricompensa. Il mare improvviso. Il piccolo molo delle barche per Brioni, l’isola di Tito. Il mare mette addosso allegria vera, la luce è un meraviglia, il lungomare. La giovane cameriera timida, il ristorante rimane aperto per noi. Čevapi, non ci posso credere, patatine fritte, calamari, zuppa istriana. Penso a quanto lavorerà questa estate questa ragazzina. Arrivano brividi di freddo. Guardo il mare e vorrei addormentarmi con lui.

 

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