Compiere cento anni a Matera
Mi trovo a raccontare la storia dell’emporio all’osteria. Massimo mi guarda con occhi fra il sorpreso e il gentile: ‘Di chi stai parlando, si chiama Michele, Michele la stoppa’. E questa volta sono io a stupire un oste di Matera: ‘Eh no, si chiama Vincenzo’. Massimo fa finta di arrendersi, chiede a Isa, alla cuoca: ‘Ma tu lo sapevi che Michele si chiama Vincenzo?’. Non è convinto, allora devo raccontare tutta la storia.
Anche io mi sono confuso, eppure avrei dovuto saperlo, anni fa ho anche scritto una sorta di tazebao per onorare il Grande Emporio Morelli e, per fortuna ( Antonio lo rilesse) lì è tutto chiaro. Questo negozio, in Inghilterra, lo avrebbero chiamato drugstore, un drugstore del Sud; esiste dal 1883. Fanno 143 anni. Adesso mi è chiara anche la sua geografia: esordio in piazza Vittorio Veneto (che non poteva chiamarsi così allora, e, a mio giudizio, nemmeno oggi dovrebbe avere questo nome), poi un breve trasloco a poca distanza: nel Corso (per ben due volte, a quanto capisco. Mi spiegano la geografia delle botteghe di allora, ma io non riesco a immaginarla, non ho vissuto qui) e, alla fine, tappa finale, la gloria di via delle Beccherie con affaccio ben in vista sulla strada nobile di Matera. Non ci si sposta mai molto in questa città.
Il negozio fu una dote. Il dono di una dote. Il fondatore, Michele Acito, marito di Maria Delizia Latorre, lasciò la bottega a sua figlia Agnese che aveva sposato Emanuele Morelli. Ho due versioni sugli anni di militare di Michele Acito: vi è chi mi dice che era guardia carceraria a Salerno e chi invece sostiene che fece là i suoi anni da soldato. Forse sono vere entrambe le cose, e tutti sono d’accordo: Michele doveva essere un tipo sveglio e con uno spirito da mercante. In quella terra campana non gli sfuggirono le donne che filavano e lavoravano la canapa, dalla quale si ricavava un prodotto più povero: la stoppa. Al momento di congedarsi, Michele si portò dietro un ballino di canapa, allora materiale sconosciuto a Matera. Le donne lucane, abituate a filare lana e cotone, si incuriosirono al nuovo materiale. Quanto aveva portato Michele da Salerno si esaurì in fretta e allora lui cominciò un commercio fortunato fra la sua città e quella terra campana. Le donne di Matera, da allora, lo conobbero come Michele, la stoppa. Soprannome che rimase aggrappato anche al nipote Vincenzo che, dopo il nonno Michele e dopo suo padre Emanuele (che aveva sposato Agnese, figlia di Michele), divenne proprietario di quell’emporio. Al sud devo sempre sbrogliare questa ragnatela di nonni e figli, padri e nipoti che si chiamano sempre con lo stesso nome. (Non c’entra niente, ma ora capisco perché mia figlia non abbia voluto svelare a nessuno il nome deciso per il suo bambino, temeva baruffe con i nonni molisani).
Il giorno in cui Michele divenne finalmente titolare della bottega me lo ricordo bene: 4 marzo 1958. Quel giorno io compivo cinque anni. Ma anche questo non c’entra nulla. Ora posso confermare all’oste e alla cuoca, senza tema di sbagliare, che Michele si chiama Vincenzo.
Pessimo giornalista: solo ora dico la ‘notizia’: Vincenzo compie cento anni. Meglio in numeri: 100. Il 19 di aprile di questo 2026. Fa impressione. Eppure non dovrebbe essere così: lo scorso anno, al primo di gennaio, i centenari italiani erano 23.548, all’80% donne. Ma rimango della mia idea: fa felicità tutta questa longevità italiana, che rende allegri i cento anni di Vincenzo.
Lo ricordo con una penna in equilibrio dietro l’orecchio. Da tempo non lo vedo più seduto in un angolo del suo negozio. E allora chiedo ai suoi figli, a Emanuele, ad Agnese. Per un paio d’anni siamo stati anche vicini di casa, nella scalinata di via dei Sette Dolori, prima discesa nel Sasso Barisano. Io e Antonio, finalmente, torniamo a lavorare assieme e decidiamo di andare a trovare Vincenzo. La casa, a un passo dai gradini di Sant’Antonio, venne comprata dal nonno (sempre Michele, immagino) a fine ‘800. Lui, Vincenzo/Michele, lo troviamo nella cucina, che è quasi un ingresso. C’è sua moglie. C’è una foto del babbo Emanuele, con il nonno, Michele. C’è sua moglie, Antonietta, 98 anni. E c’è una foto di sua moglie, appoggiata a una gloriosa Fiat 600 targata Viterbo, in via delle Beccherie. Lo sguardo mi si impiglia: è bellissima, ricorda Anna Magnani.
‘Vendevamo materiali per l’agricoltura. E ferramenta’, ci spiega Vincenzo. Penso che a Firenze un negozio così lo chiamerei ‘mesticheria’. Martelli, chiodi, tela per sacchi, corde, seghe, detergenti, cacciaviti. Il palcoscenico dell’emporio, con gli anni si amplia, arriva il materiale elettrico: prese, spine, tostapane, piccoli elettrodomestici, serie elettriche introvabili. Mi dicono che a un certo punto vendevano anche mangime per animali e biscotti per uccellini. Antonio ricorda benissimo che sua madre lo spediva a Michele-la-stoppa a comprare la soda per togliere l’amaro alle olive. Per questo, la bottega delle Beccherie era conosciuta anche come il luogo dove di compravano ‘le medicine’ e Vincenzo divenne ‘il farmacista’.
Una volta, invece che andare da Decathlon, ho preferito comprare il mio zaino Ferrino da Michele-la-stoppa. Ne sono soddisfatto.
Io vorrei sapere, domanda banale e inevitabile, quando è arrivata la prima statuetta del fantastico presepe in cui, nel tempo, si è trasformata la bottega. E allora Vincenzo, con pazienza, racconta ancora una volta: ‘Mio padre aveva la passione per il presepe. Ne costruiva sempre uno grandissimo in casa. Talmente grande che non si passava più per la sala e per raggiungere la camera dovevano chinarsi e scivolarci sotto. La gente veniva a trovarci per vedere il presepio’.
A un certo punto uno di questi pastori deve avere imboccato, con il suo gregge, la discesa dei Sette Dolori ed essersi fermato davanti alla casa del babbo di Michele. Ha chiesto di entrare ed è rimasto senza fiato. Voleva comprare una statuetta, e anche il bue e l’asino. E Vincenzo capì al volo, c’era un mercato fertile: cominciò a far arrivare da Napoli mille statuette per il presepe. Prima in terracotta, poi ne prese anche in resina. Provenivano dalla Spagna. E scoprì che c’è un mondo che ama la raffigurazione palestinese delle campagne attorno alla capanna dove è nato il Cristo. La vecchia bottega-ferramenta si popolò di pastori, di palestinesi dai piedi scalzi, di lavandaie, di greggi, di pellegrini, di re magi, di cammellieri, di contadini e falegnami, di garzoni, di viandanti diretti a Betlemme. Di astronomi che seguivano la cometa. E allora non c’era un Muro a sbarrare loro la strada per la stalla dove stava accadendo uno dei miracoli destinati a cambiare la storia del mondo. Vincenzo cominciò a mettere in fila, uno per uno, i pupi, a sistemarli per altezza (tre centimetri, sei centimetri, dieci centimetri). Poi decise di arredare anche le case di quelle campagne fra Matera e la Palestina con pentole minuscole, tavoli in miniatura, imbanditi con ogni ben di Dio, fontane motorizzate, carretti, cassette di frutta, brocche, bicchieri di coccio, filoni di pane, cesti di insalate. Nei mesi da ottobre a gennaio, l’Emporio diventava (e diventa ancora oggi) un affollato presepe. Vengono in tanti, in pellegrinaggio, dai paesi, da Altamura, da Ginosa, da Bari, da Laterza, ma anche da Firenze o da Roma a comprare statuette da ‘Michele la Stoppa’. Un giorno nel negozio entrò una donna spigolosa dai lunghi capelli: era Patty Smith. Via delle Beccherie è davvero un passaggio obbligato fra la Palestina e la Murgia. Fra Betlemme e Matera. È vero, e Vincenzo nemmeno lo immagina, ma lo intuisce, che il suo Emporio è un approdo di pace mentre quelle terre vanno a fuoco: il suo presepe, in fila sugli scaffali, è uno dei più efficaci tentativi di far tacere le armi in Terra Santa che io abbia visto. Non prendetemi per matto, Vincenzo è stato, è ancora, con i suoi figli, un ‘beato costruttore di pace’. L’ho già scritto, lo ripeto un po’ pomposamente: il Grande Emporio Morelli è un ‘antidoto contro le perversioni di una malaglobalizzazione’.
Durante la nostra conversazione, ho scoperto che Vincenzo è stato fotografo, stampava le sue foto nell’oscurità di un terrazzo. Vorrei vederle. La sua famiglia non ha mai lasciato la casa anche quando volevano che se ne andasse perché avevano deciso che i Sassi dovevano essere svuotati. Lui ha resistito. ‘Non se ne andarono tutti, qualcuno c’è sempre stato’. E, per due volte, mi ripete, con gesto imperioso del bastone: ‘Qui sono nato, qui morirò’.
Riesco anche a conoscere storie della sua vita. Vincenzo, negli ultimi anni, si è appoggiato a un bastone. Anche qui ho due versioni: la sua e quella di sua figlia. A chi credere? Vincenzo ricorda che mentre andava a scuola, una stecca tagliante della sua cartella si piantò nella sua gamba. E lui cadde a terra. Ho una seconda storia: una donna che stava facendo le pulizie in casa degli Acito si infuriò contro quel bambino che si intrufolava in ogni dove. Gli lanciò contro un paio di forbici. Che si infilarono nella sua gamba. Magari sono vere entrambe. Era davvero un brutto momento: la madre era ricoverata in ospedale e le giunsero i lamenti del figlio portato al pronto soccorso. Poco tempo dopo sua madre morì, a otto anni, Vincenzo rimase orfano.
In ospedale ricucirono la ferita del bambino, ma era necessario un intervento più specialistico. A Bologna era già aperto il miglior istituto ortopedico d’Italia, e uno zio di Vincenzo abitava a Piacenza. Riuscirono a fissare un appuntamento all’istituto Rizzoli. E il ragazzo, affidato a un capotreno, salì fino al capoluogo emiliano. Mi dicono che viaggiò da solo. Alla stazione c’era lo zio ad aspettarlo. I medici bolognesi riuscirono a rappezzare la gamba di Vincenzo. Riprese a camminare con sicurezza ma gli furono negati gli sport, solo negli ultimi anni cominciò a usare il bastone,
Vincenzo ricorda quando, soldati americani e polacchi vennero e prenderlo per portalo ad Altamura. Per ridipingere tutti gli elmetti militari di verde. Ricorda una bomba, residuato bellico, che venne trovate da due ragazzi, nascosta e poi ritirata fuori e fatta rotolare per le scale dei Sette Dolori: fu una tragedia, la bomba esplose e due ragazzi persero la vita.
Vincenzo ha sempre in mente la geografia dei ciddari, le cantine del vino dove si rifugiavano gli uomini. È stato responsabile delle associazioni della devozione a Sant’Eustacchio, patrono di Matera, e dei pellegrinaggi alla Madonna delle Vergini.
Una piccola folla ora aspetta, con emozione, i cento anni di Vincenzo. Si stanno preparando per lo spumante, per la torta, per un giorno ‘importante’. Hanno indossato gli abiti migliori e si stanno incamminando lungo le Beccherie fino alla discesa di Sant’Antonio. Variopinto corteo di pupi del presepe, figuranti del ‘Gioco dell’Oca’, idraulici, aspiranti elettricisti, e perfino quello scontroso (ma sorridente, pacioso e dondolante) di Babbo Natale, presenza allegra, nelle settimane fra dicembre e gennaio, intento a suonare il suo campanello di fronte all’Emporio. Tutti hanno preparato una bella sorpresa per il loro compagno di cento anni di vita.


