Andrea Semplici
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Un anno di scuola/Muli sulla banchina di Barcola

Non so se posso ‘prendere’ questa foto. Appartiene, per quel che ne so, a Lucky Red, casa di produzione. Ma è bellissima, posso dormire con voi?

 

Deve essere un destino, la prima volta che ho visto un tuo film era un pomeriggio, quasi solo in sala. Cinema Lux. A Padova. Una grande sala. Perché sono venuto a vedere ‘Piccolo corpo’? Cosa ne sapevo? Ora so che non dimenticherò questo film bello come una preghiera, ostinato come una speranza.

E ora: sono quasi certo che Francesco abbia messo in programma ‘Un anno di scuola’ solo per me. Non è così, però io gli avevo detto che volevo vedere questo film e pochi giorni dopo appariva sugli schermi di Matera. E Francesco, personalmente, mi invitava a venire al Comunale/Guerrieri. È che io me ne sono andato il giorno prima, scusami Francesco.

Cerco il film a Firenze, e lo afferro alle cinque del pomeriggio, le poltroncine nere del cinema Alfieri mi ricordano una foto di una donna solitaria, la sala di anni giovanili, si assemblee e film. Ricordo perfino un festival del cinema porno, sdoganato, file di spettatori liberati dai sensi di colpa.  Aveva le sedie in legno? Quartiere di Santa Croce, strade della politica, quanti film. Non ho mai pomiciato al cinema. Forse una volta, quasi. Che stolto.

Laura Samani, la regista, un anno meno di mia figlia, mannaggia…friulana…credo che si sia molto divertita nel realizzare questo film, che sia stato un gioco, serissimo, ma un gioco, meraviglioso come un gioco. Immagino le birre, i bar, gli spritz là dove hanno storia e significato. Le cene nelle osmiza. Mesi in giro per i luoghi dei teen, dei ragazzi, per le aule, le palestre, i bar, le notti, gli sballi, fino a incontrare tutto il cast. Esordienti, liberi, sbruffoni, impauriti, sorpresi, forti di energie inesauribili. Il copione è un alibi, conta l’empatia, quella cosa che il vicepresidente Vance detesta e non sa cosa si perde.

E ora mi accorgo che il film è parlato in cinque lingue.

 

Divago. Io mi commuovo: quando lei, ragazza che guarda alla vita con curiosità e forza, si infila nel letto dove già dormono i suoi tre amici dell’ultimo anno di scuola, prima che i destini si separino. Posso sdraiami con voi? ‘Un anno di scuola’, un racconto di Giani Stuparich nei primi anni del ‘900 a Trieste. Posso solo immaginare quella terra, quella città asburgica sul mare, ancora in un impero che stava per dissolversi. Laura compie, fa compiere, un balzo del tempo. I ragazzi e la ragazza di un liceo classico di quegli anni si trasformano negli adolescenti, con ormoni che, incontenibili, escono da ogni capello, del 2007. Un anno che certo non è un caso: venne finalmente abbattuta la frontiera con la Slovenia, chiusi ad arrugginire i gabbiotti della polizia di confine, cancellate le linee della divisione. Il liceo diventa una quinta di un istituto tecnico industriale. E tu, Fred, sei l’unica ragazza là dentro. Arrivata in un settembre di luce, come solo Trieste e il suo vento sa donare. Per di più arrivi dalla Svezia. Le ‘svedesi’ della mia adolescenza, andiamo a guardare ‘le svedesi’ a Rosignano (era Rosignano?), dicono che hanno le tette al sole. Andiamo? Ce l’hai un binocolo? Per questo hai scelto la Svezia, Laura? E tu, Fred, sei bella, bellissima, ma non era così che immaginavamo le svedesi, le volevamo più ‘grandi’, grandi e grosse. I maschi si mangiano gli occhi nel buco di una serratura per uno spiraglio di Fred, esplorano il suo culo con cura entomologica (i miei complimenti agli operatori dietro la telecamera), non ti perdono d’occhio, hanno desideri primitivi, lo intuiscono più che saperlo. E sono machos, ‘mia’, ‘mia’, e ancora mia’. La sai quella del pompino fatto da una svedese? ‘Sto colma’. Tu sei l’unica donna di quella classe. Vittima sacrificale di ogni scherzo, e tu non sei il tipo che si fa umiliare, colpo su colpo, birra su birra, droga su droga. Il quartetto, Pasini, Antero, Mitis e tu, diventa un ‘ciao, banda’. E tu, ragazza, al pari dei maschi, puoi dire bugie e siccome non c’è una madre, non hai il ‘coprifire’. Puoi dormire fuori.

Tirano su il bandone della ‘trappola’, tana segreta di un’antica tipografia. Qui si può mangiare, fumare, drogarsi, bere, giocare, scopare. Che meraviglia quella prima scopata, con le mutande nere e bianche che con gesti goffi e allegri vi sfilate con maldestra maestria. Ricordi C.? Ma non bisogna far sapere agli altri. L’amore incrina le complicità e Pasini, il più fragile, il più ferito, il più dolcemente insopportabile, aspetta solo che l’auto lo travolga. Antero ha gioco facile con la sua bellezza, i suoi libri, il suo sguardo. E Trieste, con le sue pietre e il suo mare, Barcola e il Carso è più che complice, è protagonista.

Ti rubano i vestiti e tu sei capace di dribblare i custodi e i professori (possibile non ce ne fosse nemmeno uno in giro, chi se ne frega dell’improbabilità) e sfilare, severa come una sfinge, fra gli sguardi dei tuoi compagni. E poi c’è il mestiere di tuo padre: è colpa tua, per contratto deve licenziare, ma può giocare con te travestito da panda ed ‘esserci’. E allora perché non reggi alla scritta blu: ‘Fred troia’? Fred, che sei, in questo credo che tuo padre abbia ragione, l’etilene che, fuoriuscendo dalle mele, fa maturare i kiwi (i tempi cambiano, noi l’usavamo per i diosperi, che in toscana si chiamano cachi). No, non sono un gas, sono una troia. Non sapremo chi ha scritto sul muro. Non ci sono colpevoli, in questa storia. Non ci sono i cattivi. Si cresce assieme. Che nessuno resti indietro.

E quell’amore, che unisce, che divide, che ti porta in un cielo, amore inevitabile. E non poteva essere che Antero, superbello, affilato, paraculto, con occhi che si allungano e un libro sempre in mano. Antero, che nemmeno può immaginare. E devi baciare un vetro perché lui trovi il coraggio. Un’esca. Ricordo il primo bacio, non ricordo più il secondo, ricordo il bacio in una discoteca, improvviso e senza preavviso, con gli amici (anche io dunque) che rimasero a occhi spalancati e increduli, perché non ricordo il secondo bacio? da quanti anni non bacio più nessuna, nessuno. Riconosco quel sorriso felice, allegro, incontenibile, bellissimo dopo esservi baciati, quella voglia di ridere, di toccarsi, di esplorare la pelle, di non lasciarsi mai e poi mai. Ricordi: sbocciavano le viole. Peccato non saperne nulla di musica, nulla, altrimenti mi sarei accorto di Elisa che appare con i Prozac+: che cavolo, ho frequentato Pordenone con insistenza e non mi sono accorto di nulla? Ho girato per i Friuli, innamorato perso solo di Elisa che a Sanremo danza a piedi scalzi e canta Zucchero, e non ho scoperto i Provac+, Arnoux, i Tre Allegri Ragazzi Morti. Ma che cazzo, dov’ero?

Io ho sempre letture diverse. Colonna sonora (credo quasi tutta friulana): Sei così cinica, oramai / Che neanche ti ricordi / Non ti dimenticheremo mai / Le confidenze tra di noi / Forse son state niente / E non c’è niente più tra noi / Non c’è niente tra noi. Sai che non credo che sia così? Nove mesi di scuola (un anno, insomma, l’ultimo), avete fatto danni, la vita è una gioia colma di dolori. Il tempo non è passato invano, statene certi, è stato vissuto. Dunque gratitudine. Quell’amore nella ‘trappola’ c’è stato, è stato vissuto. È stata la quarta volta nella quale scopavi, Fred. Già, dimenticavo, la prima non contava (non è vero, la mia prima volta, inavvertita e arrivata così senza annunciarsi, è una cicatrice magnifica nella mia vita). La terza, allora. Niente male, no. Bella, no? E quindi c’è il sole, è una magnifica giornata, e il tuo sorriso è una meraviglia.

Antero andrà a Bologna, il suo gradino è stato capace di non tradire la letteratura, non si è arreso. Non so niente del futuro di Mitis e non ricordo quello di Pasini. E quanto a Fred, lei verrà a Firenze. Magari la conoscerò.

 

 

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