Andrea Semplici
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Questo 25 aprile, una kefiah, mio padre, Israele, la bellezza del Vallo di Diano

Accade.

25 aprile. Liberazione.

Il 25 aprile i nazisti e i fascisti furono costretti a ritirarsi da Torino e da Milano, i partigiani lanciarono l’insurrezione generale e stavano per prendere il controllo delle due città. La Liberazione. Un anno dopo il 22 aprile del 1946, il governo provvisorio italiano, il primo guidato da Alcide De Gasperi (con Pietro Nenni e Palmiro Togliatti ministri) e l’ultimo del regno d’Italia, stabilì la data come ‘festa nazionale’

Quest’ultimo 25 aprile ero in un piccolo paese, ai confini fra Campania e Lucania: qui la Liberazione si festeggia accendendo i forni abbandonati delle case antiche. È un giorno felice, arrivano i ragazzi e i panificatori, i musicisti e i fornai. E dalle città lontane arrivano buone notizie: manifestazioni affollate, tanta gente nei cortei. Giovani.

Ho lavorato nelle redazioni dei giornali e so come funzionavano e, credo, funzionino ancora così, anche nell’epoca del digitale: la notizia per la prima pagina non sono le centinaia di migliaia di donne e uomini nelle piazze italiane, ma gli episodi che accadono. Soprattutto se sono ‘brutte storie’. Giusto, non vanno ignorati o nascosti. Sono episodi circoscritti, ma gravi, molto gravi, segno che l’Italia non ha mai fatto i conti definitivi con la sua storia. Spari di pallini a Roma contro una coppia che portava al collo fazzoletti dell’Associazione Nazionale Partigiani. Baruffa a Milano al momento in cui la Brigata Ebraica cerca di entrare nel corteo. Parole avvelenate. A Varese, una ventina di neonazisti si muove per cimiteri alzando il braccio teso davanti alle tombe dei repubblichini di Salò. Brutti segnali, rituali osceni. Che prendono lo spazio dei giornali e delle rassegne stampa. Va così. Si scrivono meglio le brutte notizie, che le buone.

Il cielo

Voglio dire di me.

Mio padre ha combattuto con i fascisti di Salò. Non so molto. Questo è quello che so: quando ha dovuto scegliere da che parte stare, prigioniero dei nazisti in Germania, mio padre scelse Salò. Forse lo fece per evitare di essere fucilato, ma non credo, era un fascista. Nemmeno io ho mai fatto i conti con questa storia. Mio padre è morto quando ero troppo giovane. Uno degli ultimi ricordi che ho di lui è un corteo di qualche protesta studentesca che passò sotto il palazzo che ospitava l’ufficio dove lui lavorava. Io alzai la testa, sapevo quale era la sua finestra e lui era lì, a vederci passare, le braccia conserte, il volto controsole. E lui sapeva che io ero in mezzo a quei ragazzi. Non ne parlammo mai, quando ci ritrovammo a casa fece una battuta. Non ho ancora aperto la scatola con dentro le sue lettere a mia madre. Dalle guerre: dall’Africa ai Balcani, dalla prigionia in Germania al carcere in Italia. È passato più di mezzo secolo dalla sua morte e quella scatola è ancora chiusa. Ho letto il suo stato militare. Per questo so della sua cattura, avvenuta, dopo l’8 settembre, nei Balcani. Lui era un tenente dell’esercito italiano, venne deportato in Germania. Non ho fatto in tempo a chiedere, forse non avrei mai chiesto. Non ho mai nemmeno provato a studiare quanto accadde nei Balcani dopo l’8 settembre. Quanti soldati italiani furono uccisi, quanti furono deportati in Germania. Quanti, nei campi di prigionia, scelsero di non andare a Salò e quanti si rifiutarono. Non so nemmeno cosa accadde ai destini di tutti questi uomini. Un panno nero su questa storia che pur mi riguarda: io sono nato nel 1953 e, nel gioco dei destini, devo la mia nascita alla scelta di mio padre. Cosa avrei fatto io al suo posto?

Da mesi giro con una kefiah al collo. Una kefiah comprata qualche decennio fa in Palestina. Non avevo alcuna intenzione di togliermela. Era un mio ‘segno’, la mia personale protesta contro il genocidio dei palestinesi. La Palestina è stato un pezzo della mia vita: ho scritto la tesi di laurea su ‘La nascita di Israele e l’autodeterminazione dei palestinesi’. Un gran lavoro che riscattò gli stanchi e inutili anni di giurisprudenza. Non trovo più quella tesi, sarà, spero, in qualche scatolone. Uno dei professori che volle seguirmi era israeliano, una bella persona, brusca, tosta, simpatica. L’altro, quello che guidò davvero i miei passi, era un docente straordinario, figlio di un ambasciatore italiano negli Stati Uniti. Aveva una voce dolcissima. Non mi fece innamorare del diritto, ma del lavoro attorno alla tesi, sì, ci riuscì. Alla fine, il giorno dopo la laurea, mi disse: ‘Non so se questa è la tua strada, ma puoi provarci’. E propose la mia candidatura a una università europea. Un’estate andai a trovare quel professore in Inghilterra, credo per dirgli che aveva ragione: ‘Non era la mia strada’. Ma quella tesi è stata un’emozione, gli sono grato.

Ho perso la kefiah il 23 di aprile. Non la trovo più, è scomparsa. Spero che riappaia. Ho girato per tutti i negozi e per tutte le case in cui sono stato in quel giorno, ma non ne ho trovato traccia. Magari è in macchina.

 

Siamo arrivati alla casa dove avevamo riservato una camera, un b&b al paese della festa per il 25 aprile. Mi incuriosisce subito il nome della donna che lo gestisce. Una buona accoglienza, buona colazione. Tutto secondo le buone educazioni, io sono sempre a disagio nei rapporti fra chi affitta e i suoi ospiti, ho sempre pensato ‘a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità’. Non funziona così, forse non può funzionare così.

Entriamo nelle case ci sono brevi scritte per me indecifrabili, simili ad altre targhette presenti in ogni casa. Ma queste sono in ebraico. La donna è israeliana, ora capisco il suo nome.

Ecco la mia ferita. Il mio imbarazzo. La mia paura. Anni fa camminavo da solo nel Sud del Portogallo. Erano le ultime tappe della Rota Vicentina, ero rimasto solo. In una grande radura incontro tre ragazzi, ecco cosa accadde allora.

Dal racconto di quel giorno, un autunno di pochi anni fa:

‘Ci sono tre ragazzi, al riparo di un furgoncino, una vecchia casa colma di murales, di fronte quello che sembra uno strano ‘camping’. Un ragazzo suona. Potrei fermarmi. Invece, saluto e vado avanti. Un ragazzo si accorge di me. ‘Todo bein?’, lo rassicuro. Vado avanti, perché non voglio fermarmi? Il ragazzo si alza, allora faccio passi indietro. È bello come il sole. Occhi chiari, barba da giovane, giaccone di velluto, la chitarra in mano, un sorriso da innamorarsene. ‘Todo bein?’, ripete. Si chiama Nyer, almeno così ho capito. Ho cercato il suo nome e non l’ho trovato. ‘Soy israelita, mi esposa es portoguesa’. Lo guardo, negli occhi chiari. Credo che voglia dire: israeliano e non israelita. Posso rischiare? Sono a disagio. Penso subito a Gaza, a quello che sta per accadere. Poi penso che se Nyer fosse stato nel suo paese, sarebbe stato al rave party di Re’in. Penso che sarebbe morto. Ucciso da Hamas. Penso a Gaza. Agli ostaggi, alle bombe, alla gente di quella striscia di terra chiusa dai carri armati. Penso che voglio andarmene. Cosa mi sta accadendo? Penso che sono stato, assieme a Mario, un ostaggio, uno scudo umano. Una notte a Nablus e chi aveva fatto irruzione nella casa dove stavamo dormendo erano soldati dell’esercito israeliano. Eravamo ostaggi? Eravamo prigionieri? Fuori si combatteva, loro combattevano. Penso che, quando se ne sono andati, dopo una notte, si sono protetti dietro a me. Erano tutti ragazzi: c’eri anche tu Nyer con loro? Eri tu a cui ho stretto la mano prima di uscire con il pensiero che là fuori c’era qualcuno con un fucile? Avrai fatto il militare, no? Avrai impedito il passaggio di un palestinese al check-point? Avrai sparato? Non mi piace quello che penso. A sera, leggerò (c’è un fb del campeggio che ho sfiorato, è tutto scritto in ebraico) che quello che sembra esserne stato il fondatore è stato ufficiale di marina e che fa il terapista. Voglio andarmene. Mi rassicuri: ‘Ancora dieci chilometri’. Gli do la mano. Me ne vado, quasi sfuggo a Nyer. Mi piace il tuo sorriso, la tua chitarra, ma me ne vado. Ti prego: invita i palestinesi a passare del tempo in questo tuo campeggio, parlatevi, giocate a calcio, suonate la chitarra. Non puoi farlo, vero? Me ne vado, andate via pensieri’.

 

Mi accade lo stesso qui. In un luminoso b&b con panorama magnifico sul Vallo di Diano. Una donna israeliana e sua figlia. Un’ottima colazione. Ancora una volta non mi piace quello che penso. Ancora una volta penso che voglio andarmene da qui. Questa volta non lo faccio. Ma fisso il profilo delle montagne lontane e il cielo perfetto. Mi rifugio in un silenzio, in risposte a monosillabi. Mi chiedo come lei avrebbe reagito se fossi sceso dalla macchina con la kefiah al collo. Posso considerare una donna di cui niente so colpevole di complicità con il suo governo razzista e responsabile della morte di migliaia e migliaia di palestinesi? No, non è giusto. Come vorrei essere qui con la mia kefiah e indossarla senza problemi. Come vorrei che per lei fosse normale. Parliamo di cucina e di Matera. Niente altro. Parliamo di humus e lei dice che lo sa preparare molto bene. Anche l’humus è diventato territorio di un conflitto. Un cibo arabo che gli israeliani amano molto e del quale vogliono impossessarsi. Non credo sia venuta alla festa, ci sono le bandiere palestinesi. Se qualcuno avesse appeso una bandiera israeliana? Andate via pensieri. Sono sempre gli stessi: avrai fatto il militare anche tu, vero? E avrai visto gli occhi di un palestinese al check point 300, la barriera di Bethlemme, un palestinese dietro un’inferriata che sta aspettando da ore che tu faccia passare l’ambulanza in cui suo figlio sta morendo? Lo sai che questo accade nel tuo paese? Andate via pensieri.

A Milano, leggo, in un piccolo frammento del corteo vi erano le donne e gli uomini del ‘laboratorio ebraico antirazzista’. Non so niente di loro. Ma guardo i loro striscioni: “ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo #nopuliziaetnica“, e “cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”. Scrivono di aver ricevuto applausi e saluti dal corteo e che il senso della Resistenza è ‘una lotta per la pace, per i diritti di tutte e tutti, per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo e suprematismo’. In Italia ‘e altrove’.

Le due notti, 24 e 25 aprile, passano in fretta. Ci racconti che vengono ospiti da Israele. E ospiti dalla Palestina? Non è possibile, vero? Mi sento spezzato. Non mi piace quello che sta rotolando nella mia testa. Avevo 18 anni, perché non ho parlato con mio padre? Perché non gli ho chiesto del suo fascismo? Perché non chiedo a questa donna del suo pensiero su Israele? E ascolto…

Alla fine le do la mano, la saluto. Non tornerò. In un’altra mattina, anni fa, a Nablus, detti la mano anche a quel soldato israeliano, giovane e più spaventato di me, che, con un fucile su di me, mi impose di uscire dalla casa dove ci avevano tenuti in ostaggio. Il suo inglese era più zoppicante del mio. Ma era chiaro: dovevo proteggere la loro ritirata dopo una notte di guerra. Se fuori ci fosse stato qualcuno armato, io avrei dovuto prendermi la pallottola. Non trovai niente altro da fare che dargli la mano. Ne fu sorpreso, quasi imbarazzato. La sua mano era sudata, molliccia, lo vidi così giovane. Per tutta la notte aveva guidato, dalle nostre finestre, un’operazione militare in un campo profughi palestinese. E noi, giornalisti italiani, eravamo loro prigionieri. Aprii la porta senza un solo pensiero in testa. Uscii, nessuno sparò, la mia lentezza mi risparmiò di essere il loro scudo anche lungo le scale, il soldatino mi spinse di lato e lui e i suoi compagni scomparvero. Ora, il giorno dopo il 25 aprile, sto salutando una donna israeliana. E non mi riesce togliermi dalla testa pensieri che non voglio condividere.

Forse sono ancora in tempo per aprire quella scatola con le lettere di mio padre. Non so se lo farò.

Un’ultima cosa: quando ci ritrovammo da soli, io e Mario, in quella casa di Nablus, ci assalì un’altra paura. La palazzina in cui avevamo passato qualche giorno era a quattro piani, avevamo vicini, palestinesi. Pensammo: adesso crederanno che noi siamo stati complici degli israeliani. Ci sbagliavamo, si aprì la porta di un appartamento sul nostro stesso pianerottolo. Un uomo ci guardò e sorrise. Non so nemmeno in che lingua parlò, ci invitò a fare colazione con loro. È stata una delle colazioni più belle della nostra vita. Caffè nero, humus, pane, olio, qualche dolcetto, acqua.

Una donna ci disse: ‘Ecco, ora sapete cosa significa essere palestinesi’.

 

 

 

 

 

 

 

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