Andrea Semplici
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Madame Kiki era mia madre…

Il buffet d’Awash

 

Madame Kiki è arrivata ad Aouache nel 1949. Le guerre erano passate come un tornado sull’Europa. In questa Africa erano finite da un pezzo, l’arrogante impero italiano si era squagliato in appena sette mesi. Erano già passati otto anni da quando, in groppa a un cavallo bianco, Hailè Selassié, il re dei re, era rientrato ad Addis Abeba. Tu sei figlia dell’Egeo. Isole poverissime allora. I tuoi nonni, Kiki, erano fuggiti dalla miseria ai primi del ‘900. Scappavano da una terra che non dava speranza al futuro. Centinaia e centinaia di contadini greci talmente poveri da non poter affrontare nemmeno il viaggio verso le Americhe, furono trasportati fino agli altopiani dell’Etiopia. Migranti verso l’Africa nel girotondo della storia. Erano necessarie braccia per costruire la ferrovia fra Addis Abeba e Gibuti. Come si sbagliano i poveri. Chi ha avuto ragione, Kiki? Chi è rimasto su quegli scogli mediterranei a zappare fra i sassi o chi, nave dopo nave, convoglio dopo convoglio, strappo dopo strappo, è arrivato fin nel cuore dell’Africa? Non hai mai visto l’isola delle tue origini, Kiki. Non hai mai visto cosa sono oggi quelle terre. Com’era Aouache nel 1949?

E’ bene sapere che lungo i binari della ferrovia Addis Abeba-Gibuti si parla ancor oggi francese. Awash diventa Aouache. Se telefonate alla stazione di Addis, vi risponderanno con un gentile e tintinnante bon jour. Furono i francesi, in un’epopea di intrighi e di avidità coloniali, a costruire la ferrovia fra la capitale dell’Etiopia e le lontanissime coste del mar Rosso. I treni arrivarono ad Addis Abeba solo nel 1917, venti anni dopo la posa della prima pietra a Gibuti: fu una storia immane, i binari dovevano scorrere nei deserti fra i più inospitali della Terra e le locomotive a vapore scalare montagne. La ferrovia non poteva che seguire il grande corridoio del Rift. E’ dai tempi di Lucy, il primo ominide, che la Rift Valley disegna i cammini di chi si avventura in questo oriente africano. (Già, i cinesi recidono i legami con la preistoria: la loro ferrovia ripercorrerà, sì, la Rift Valley, ma affronterà le montagne, le perforerà, le taglierà. I cinesi cambiano l’immutabile).

Madame Kiki

Un secolo fa (appena un secolo fa), imbrogli diplomatici, guerre di nervi e guerre reali, imboscate politiche e azzardi finanziari costellarono l’avanzata della ferrovia africana. Alla fine, l’impossibile divenne realtà: traversine di ferro, capaci di resistere alle termiti, consentirono l’arrampicata dei treni lungo la scarpata delle montagne etiopiche. 785 chilometri, 22 tunnel, 34 stazioni, un unico binario. E, oltre un secolo di vita colma di glorie e decadenze. Infiniti sono stati gli agguati dei banditi: come resistere alla tentazione di assalire un treno? Basta un masso sui binari per fermare il Treno dei Negus. Una vacca può farlo deragliare. Grande storia. La lingua francese è rimasta, fino ai nostri giorni, come un sigillo della potenza coloniale che finanziò l’impresa. Per decenni, chi voleva diventare un ferroviere doveva saper parlare il francese.

Ad Aouache, frontiera dei territori afar, passaggio obbligato dei binari, sorse una vera città ferroviaria. Un avamposto da Far West. Una terra senza legge. Oltre era solo il deserto, i climi torridi, la ferocia dei paesaggi. Banditi e disperati, contadini senza terra e avventurieri dell’Africa, operai e pastori kereyou avevano bisogno di un saloon dove annegare le loro ore: per questo, la Compagnie de Chemin de Fer favorì la costruzione di un buffet. Nel 1904, questo locale già esisteva. E qui, nel 1928, si fermò Ludovico Nesbitt, il primo esploratore ad attraversare (e a scrivere della sua impresa) la Dancalia da Sud a Nord: Aouache fu la prima, comoda tappa di quel viaggio straordinario.

Madame Kiki

Qui si fermavano i treni, c’era acqua per le caldaie delle locomotive e cibo per i macchinisti, per gli operai e per i passeggeri. ‘C’era una volta l’Etiopia’, insomma. Nel 1949, un greco coraggioso, Yanis, vi approdò dopo una battuta di caccia. Si guardò attorno. Intuì l’affare. Adocchiò i terreni a ridosso della ferrovia, seppe dei pozzi d’acqua. Quella savana gli piaceva, era la sua Africa. Pochi mesi dopo tornò ad Aouache con la sua bellissima e giovane moglie. Il passaggio della donna non  lasciò indifferenti: si racconta che i kereyou e gli afar ebbero un’altra ragione di sfide e duelli; ogni sera, dopo essersi bagnati nelle acque calde di Filowha, si rileccavano con burro rancido fra i capelli pur di essere splendenti ed apparire, all’alba, di fronte a quella donna bianca. Si sparavano addosso pur di essere i primi a poter ammirare il profilo di quella giovane che sembrava bearsi del paesaggio di savane attorno a lei. A notte, feriti e malconci di tanto combattersi, ripensavano in silenzio a quella donna. Cominciò così il regno di madame Kiki, la Signora della Ferrovia, la donna greca del Rift.

Yanis divenne un cacciatore celebre. Uno scout conteso dai ras di Addis Abeba. Ingaggiò sfide personali con i leoni che ancora si spingevano in queste terre. Era un uomo brusco e intelligente. Lasciò che Kiki si occupasse del buffet. E lei ne fece un giardino di rigoglio tropicale, piantò alberi, costruì verande, progettò sale da pranzo dal sapore di antica locanda, arredò camere spartane e nobiliari. Trasformò un locale da ultima frontiera in un rifugio di pace. Perfino i banditi rispettarono questa complessa casa in legno che sembrava crescere giorno dopo giorno.

Dovete immaginarlo questo posto: la città è cresciuta sgangherata attorno a quei binari, il buffet è sulla banchina. Oltre le sue mura, vi era solo la savana. Quando arrivavano i treni, un formicolio di persone si risvegliava e affollava il marciapiede di fronte al buffet. Madame Kiki lasciava otri colme d’acqua per la gente. Grandi serbatoi aerei rifornivano la locomotiva. Oggi sono carcasse arrugginite. Sacchetti di plastica laceri volano ovunque. Anche le acacie della savana sono svanite, la terra è diventata polvere. La gente di Aouache non ha fatto altro che tagliare legna qua attorno. Ma l’oasi del buffet è ancora un miracolo. Luogo di resistenze e malinconie. Un sollievo per i viandanti come noi e per i più vecchi fra i pastori kereyou che ancora ricordano gli anni della bellezza.

Kiki insegnò ai cuochi i segreti della cucina greca e italiana. Il buffet d’Aouache divenne una leggenda. All’alba i treni partivano da Addis Abeba, madame Kiki telegrafava il menù al capoconvoglio, venivano raccolte le ordinazioni e i passeggeri cominciavano a sognarsi i piatti non appena i vagoni si mettevano in cammino verso il Rift. All’ora di pranzo, il treno si fermava davanti al buffet. La gente della prima classe scendeva, allegra e impolverata, verso le tavole imbandite. Gli altri, avvolti in shamma ingrigiti dal fumo, si sfamavano nelle baracchette che erano sorte attorno alla stazione. Si dissetavano dalle otri di argilla.

Amo questo posto. Mi accerchia con la sua dolcezza. Mi impigrisce. La prima volta che vi arrivai non riuscivo a staccare le mani dai legni consumati del bancone del bar. Ero solo. L’autista volle andare in cerca di donne e mi lasciò nella veranda. Madame Kiki apparve silenziosa e mi guidò  verso una camera speciale. ‘Qui dormiva sempre Hailè Selassié quando si fermava da noi’, mi disse mentre apriva la porta. La stanza aveva una veranda privata, era rialzata rispetto al giardino, il letto era diventato una specie di amaca, la vasca da bagno aveva piedini da leone, ma non c’era acqua. La luce del comodino si rifletteva su un telo rossastro. Fu una bella notte. Senza sogni. Kiki andò a letto presto. Fu uno dei suoi ragazzi a raccontarmi la sua storia. Credo che non ne sapesse davvero niente, usò le stesse parole che avevo sentito ad Addis Abeba, forse erano solo travisamenti, ma fu piacevole ascoltare il suo racconto.

Sì, madame Kiki è ancora qui. E qui volevo davvero arrivare. Ho dimenticato la Dancalia. E’ lei che ora appare sul confine di una porta. Osserva le sue piante. Indossa una sorta di tunica verde. Ha le mani conserte. Ne riconosco il profilo tagliato con nettezza. Gli occhi sono truccati. E’ senza tempo.  Sono certo che sta ascoltando il canto degli uccelli. Madame Kiki è apparsa mentre noi finivamo il nostro pranzo. La cucina è meno attenta, le cotolette sono gommose, ma, nella mia testa, conservano il sapore della Grecia diventata Africa. Kiki ha la pelle di pergamena di chi ha passato gli anni al sole di queste savane. Ha gli occhi di chi ha visto molto e molto, forse, vorrebbe dimenticare. O, all’opposto, vorrebbe ricordare ogni ora passata in questa terra. Yanis è morto da molti anni. Il figlio continua ad andare a caccia di facoceri, ha costruito un lodge nella savana. Lei, ora, è dolcemente appoggiata allo stipite di una porta. Saluta con un cenno, piega la testa, dice il suo buon giorno in un italiano felice. Non si muove. Guarda oltre la veranda. Perfino l’ingegnere sembra in difficoltà di fronte a lei. Si siede e smette di fare i suoi conteggi. Anche lui, apprezza le patate fritte. E se gli facessero cambiare idea? Io faccio una cosa strana. Forse non è strana. Mi alzo, passo davanti a Kiki, inchino leggermente la testa. Per un attimo incrocio i suoi occhi. Lei porta la mano al cuore’.

 

3 pensieri riguardo “Madame Kiki era mia madre…

  • Magnifico racconto come magnifica è ancora oggi la più bella Guida sull’editoria, di Andrea Semplici

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    • Andrea SempliciAutore articolo

      Grazie, Carlo. Tempi lontani. A gennaio provo a tornare in Etiopia…

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