Ho scritto una guida a Barcellona?

Accade sempre che apra gli occhi (e mi chieda: dove sono?) prima che la sveglia suoni. Guardo i numeretti sul display, penso di poter dormire ancora un po’, non lo faccio, non guardo più il soffitto, guardo di lato. Questa volta c’è una finestra aperta, la luce di un lampione, il cielo nero. Devo ricordarmi di chiudere le porte e le finestre. Lascio sul tavolo di marmo (un tempo era alto) il panino che A. mi aveva preparato ieri sera. Le lascio un biglietto: ‘Grazie, non lo avrei mangiato, serve più a te’. So che l’attendono sette, otto ore di bus.
Il Vico mi fa paura. Il primo passo mi fa sempre paura. Ho sbagliato a comprare questo zaino (in realtà un regalo di D.), ma chi pensava che gli spallacci avessero un sostegno in metallo e che questo si piegasse verso l’esterno piantandosi nella mia schiena. Spero che, se non altro, passi i controlli delle ragazze alla rampa. È fuori misura. Di poco, ma lo è. Affronto il Vico.

Sono le quattro del mattino.
Sei machos vestiti da banda criminale (pantaloni bianchi, gilet nero, camicie larghe, l’aria strafatta dalla notte). ‘You need drink water’, urla uno a un amico barcollante che se ne sta andando. Potrebbero appartenere alle gang di Al Capone.
Quattro ragazzi parlano seduti sulla panchina di piazza San Francesco. I tre ragazzi stanno appiccicati uno all’altro. La ragazza è distante, tre metri lontana da loro. Passano due uomini slavi, con le loro voci da caverna.

Un ragazzo nero, altissimo, atletico, cammina a passo da marciatore. In alto, all’ultimo piano, del palazzo della piazza, uno striscione bianco: ‘Si vende’. E una consumata bandiera palestinese.
Alle quattro e quaranta sono alla fermata del bus. Non posso sbagliarmi. Ci sono già alcune persone. Tutti giovani, tutti stranieri. Una coppia anziana mi appare spaesata, controllano di continuo i fogli che hanno in mano.

La musica sul bus è troppo alta. Una play list tipo dance, inopportuna, per cullare i viaggiatori. L’autista è ben sveglio, controlla il display: ‘Mancano in cinque’. Poi guarda meglio: ‘No, salgono ad Altamura’. Vero, ma dovremo aspettare una ragazza che arriverà con l’aria di chi si è presa un affanno, ha svegliato il fratello e gli ha imposto di accompagnarla che aveva fatto tardi. Gli amici la consolano. L’autista: ‘Andiamo’.

Poi i gesti diventano automatici. Meccanici. Privi di ogni pensiero. Aeroporto in fibrillazione, molti aerei decollano all’alba, la luce schiarita filtra dalle vetrate. Doganiera (non è la parola che definisce il suo lavoro, ma ci siamo capiti) gentile e ben sveglia. Anche la mia bottiglietta con medicina ‘naturale’ passa indenne. Con qualche imbarazzo la mostro alla guardia, sopra c’è scritto ‘Eros’, ma tant’è. Vediamo se funziona. Lei fa un cenno: ‘Nessun problema’ e non fa in tempo a leggere l’etichetta. Credo.
Cerco il mio solito posto in fondo allo stretto corridoio delle attese. Non lo hanno ancora sistemato per la giornata. Mi siedo in mezzo agli altri passeggeri. Una coppia francese sonnecchia di fronte a me. Un ragazzo con piglio da ‘ho le idee chiare’ attacca discorso con una coppia di baresi. Loro vanno in qualche isola asiatica., lui deve raggiungere un gruppo di amici. Il ragazzo dice (non so se qualcuno glielo abbia chiesto) che vuole fare il manager. ‘Voglio avere responsabilità, decidere e viaggiare. Mettere a posto un’azienda a Parigi e la settimana dopo a Pechino’. Sussulto un po’. E penso che alla sua età sognavo solo di poter giocare nel quintetto base della mia squadra di basket (lo so, ho sbagliato sport, ma ero bravo, piccolo, troppo piccolo, ma bravo). Il ragazzo fa il cameriere, ‘ho ambizioni grandi’. Tocca all’uomo rispondere:’ Bravo, io ho ‘un’attività’’ Quando dicono così mi sento o ‘figo’ a non averla, oppure un ‘buono a nulla’. Da un po’ di tempo, penso di sentirmi ‘un fallito’. Ha un b&b, affitta auto, sta nel turismo. ‘Voglio aprire un bar, un ristorante’. La sua compagna lo stringe. Incontri di aeroporto.

C’è una turba di ragazzi, sui diciotto anni. Uno indossa una maglietta: ‘Non sono diverso, sono omosessuale’. Sa di far colpo. Gli altri sono mascherati: hanno occhiali subacquei sugli occhi, gonne di tulle, berretti di lana, molti hanno guance verniciate, pantaloni da clown, nasi rossi. Abbigliamento da viaggio? Posso venire con voi?

Il bus per Barcellona. Estaciòn Norte. Il cellulare non si connette più. E ora? Non so la strada per la casa di Lucio y Gladys. So che non è lontana. Mezz’ora a piedi. Ma non ho il coraggio di chiedere dove sia la strada dove mi stanno aspettando. Come si fa quando un cellulare ti abbandona? Come trovi un luogo? E il biglietto d’aereo? E quando hai la carta di credito là dentro? E a chi telefoni? Quanti numeri ricordi a memoria? Il gioco del cervello: ricordo il numero fisso della casa di mia sorella, settanta anni fa. Non ricordo il numero di mia figlia, nemmeno quello di D. Li scrivo, assieme ad altri, su un quadernetto. Taxi, io che prendo un taxi, non ci posso credere. Mostro l’indirizzo che Lucio mi aveva mandato giorni fa. Strada piccola, a senso unico, nel quartiere Eixample, il barrio modernista, oggi conosciuto come il quartiere gay di Barcelona. Qui c’è l’hotel Axel, il primo (se ho ben capito) albergo gay-friendly del mondo. Controllo su booking: perbenisti, dicono che è riservato solo agli ‘adulti’, comunque: oltre 400 euro a notte. Due preservativi lubrificati come dono. E l’albero rivendica di essere ‘etero’. Mi piace tutto questo. Qui c’è casa Battló, la Sacrada Familla, case splendide e folli. Turisti.

Lucio y Gladys avevano preparato i gamberi. Non posso, non posso. Pomodorini, formaggio, prosciutto serrano, pane, insalata, frammenti di tortilla, butifarra. Una meraviglia. Cuentos, cuentos, cuentos. Gratitudine al tempo scivolato fra di noi. Vino rosso. ‘No, niente ghiaccio’.
Un letto per riprendersi. Mi lasciano dormire per un’ora e mezza. Usciamo io e Lucio. Vuelta por el centro. Estamos en centro. Ecco las ramblas, plaza catalunya, l’hotel Axel, casa Batllò, casa Amatler, la Diagonal, El cortes ingles, el barrio Gotico, Picasso, la Cattedrale, ci perdiamo, ci ritroviamo.
In plaza Catalunya ricordo all’improvviso: io ho scritto una guida a Barcelona. Chiedo a Marina: che anno era? 1985. Nel 1985 ho scritto una guida a Barcelona. Assieme a Sergio, che faceva le foto. Sergio era venuto qualche giorno prima di me. Gli avevo dato, credo, l’indirizzo di Ricardo, amico colombiano passato da PoggioSecco, faceva parte della colonia colombiana che ha popolato, per anni e per la nostra felicità, la casa. Era bellissimo Ricardo, colto, gay, affascinante. Marina mi diceva che aveva un novio, Antonio. Anche Marina era lì, entro pochi giorni sarebbe tornata in Mexico. Anni prima, 1980, avevo conosciuto sua sorella più piccola, Julia, poco più che adolescente, io già nei miei 27 anni, ci eravamo amati, con locura, in un albergo dello zocalo di Oaxaca. Che bellezza. Poi non ricordo come Marina arrivò in Italia. Non so come arrivò a PoggioSecco. Fu inevitabile, nessuno voleva evitarlo, baciarsi, amarsi, dar vuelta in moto per la Toscana, un verano speciale, confuso, da miraggio, è accaduto davvero, sì, è accaduto davvero. Nemmeno Sergio, a Barcelona, si fece sfuggire la bellezza di Marina. Si amarono, nell’attesa che arrivassi. Marina era in pensiero: ‘Mira, Andrea esta llegando…’. ‘Ma ora non c’è’, rispondeva Sergio. Mi ero accorto che a PoggioSecco (già, Sergio era l’abitante rupestre della nostra casa) guardava Marina con meraviglia e gli sfiorò un capezzolo. Ricordi selettivi i miei. A Barcelona avevano una solitudine per loro. Un’occasione. Inevitabile, e loro non volevano evitarlo. Si amarono. Io arrivavo, io sono arrivato, non potevo sapere, forse immaginare avrei dovuto, stolto a favorire il loro incontro. Sergio svanì dalla camera. Forse Marina mi raccontò subito. Lei dovette raccontarmi. Io e Sergio dovevamo lavorare assieme. Accadde. Io e Marina vivemmo le ultime notti del nostro amore leggero e separato da un oceano. Perduto. Io e Sergio lavorammo bene alla guida. Non ne venne fuori un granchè, ma lavorammo assieme. Senza accennare a Marina. Sergio si incupì, io ero felice di ritrovare quella ragazza così bella. Non avevo pensieri, non mi importava che avessero scopato. Quelle notti, un materasso per terra, furono un dono. Sapevo che se ne sarebbe andata. Lei ha mai raccontato la nostra storia alla sorella? Non credo, non era importante. Ho reincontrato Marina altre volte. In Italia, venne a San Casciano con la madre. Ci amammo ancora. Ricordo le sue parole: ‘Que bonito, que bonito…’. La madre mi lasciò una preziosa Bibbia con custodia in pelle. E le sue iniziali incise. Anni dopo, Marina mi scrisse che la sorella di sua madre stava morendo e aveva un desiderio: riavere indietro quella Bibbia. Sono riuscito a fargliela avere, l’avevo conservata come un talismano, ho la foto mentre le arriva e vedo nei suoi occhi una piccola, breve felicità.
Arriva Cèsar. Por suerte scartiamo il progetto di una visita en coche alla Sagrada Famillia. Come fanno a parcheggiare da queste parti? Si vende un posto macchina a 19mila euro. Ci sono molti ragazzi con i cani, esausti dal caldo, ci sono molti ragazzi prostrati a terra, nelle mani un lurido bicchiere di cartone e cinque centesimi dentro. Hanno piccoli tatuaggi sulle braccia e i capelli sporchi di settimane. Immobili, il volto invisibile, i segni della fatica di vivere ovunque, nessuno li guarda, non vedo monetine nel loro bicchiere. Raccontatemi.
Mi addormento nel breve viaggio per Castelldefes. Saliamo sulla collina, sosta doverosa davanti alla casa che Leo Messi sta ristrutturando. Poi ci sono le case di Pedro e di Suarez, quello che morse il collo a Chiellini in Sudafrica. Brividino nel sapere che dormo accanto alle stanze dove si muove Leo Messi.
La casa di Moreno è un magnifico puzzle, un mosaico che cerca di essere domato, ma ama sentirsi libero. Infiniti rifugi dove sedersi a ‘pensare’. Piante grasse, piante cannibali, una piccola pozzanghera dove si affollano le rane, scale e discese, la piscina, voci in sottofondo, terrazza magica, intimità sotto gli occhi di tutti e da tutti rispettate. Casette in legno per Lucio y Gladys. Dettagli di personalità. Ringhiere. Un luogo vero, spinoso come la vita, meraviglioso come la vita. Il mare sull’orizzonte, il volo degli aeroplani, le luci delle barche. La luna dipinge di bianco il Mediterraneo, ne fa palcoscenico, regalo per i nostri occhi, per i nostri sensi, il tavolinetto preferito di Lucio. Vino bianco, lo finiamo subito. Si chiama Cecile, la vicina. Che accorre con un’altra bottiglia. Vino buonissimo, dal gusto tosto. César cucina costine di maiale con salsa di miele e tabasco. Affascinante. Mio nonno mi perdonerà: salsa sulla rosticciana, dai assaggia, ci avrebbe guardato con disprezzo…Patate arrosto. Pomodori. E la luna, la luna nel cielo, in mare. Vento leggero. E questo disordine che ti dice: ‘casa, sei a casa’. Cuentos, cuentos, cuentos. De Matera, de Cura Brochero, dell’Ai, del lavoro di traduttore che non c’è più, della storia di questo posto. ‘Mio fratello aveva un amorcito qui. Si comprò un piccolo terreno. L’amorcito scomparve, rimase il terreno, mi convinse a comprarglielo. C’era una casita piccola. Sono arrivato qui nel 1997’. Come Cecile, la vicina: dirige scuole di lingua a Lima (a Lima?), ogni due mesi viaggia a Perù, una figlia a Istambul. Dove sono arrivato, in un mondo di gente che ha costruito doni e bellezza per i loro anni grandi. Ha costruito. Penso: io cosa ho costruito? Ho fuggito la felicità, amori, il denaro, il lavoro, ogni volta che erano possibili me ne andavo, gettavo via, lasciavo lì. Ho lasciato andar via ogni donna. E valevano il tempo e i brividi. Ora rimane la paura.
Bevo e mangio come non accadeva da anni. Sublimi le costine di maiale, davvero dovrei indignarmi per la salsa, ma è buonissima. E la raccolgo con il pane quanto ne rimane sul piatto. Macedonia, gelato, mezzanotte. La stanchezza è la sola padrona. Ho una piccola casa, scelgo il letto più grande.

