Andrea Semplici
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G8/I frati nella foresta di Sherwood

 

 

Giorgio e Franco, al lunedì, hanno ripreso il treno verso il Sud. Verso il loro Sud, verso le stazioni di Castelvolturno e Villa Literno: dieci ore di viaggio. Dovreste vederli, Giorgio e Franco: sono bellissimi, oltre 220 chili in due. In ascensore non ci possono entrare assieme. Uno è alto quasi due metri (forse esagero) e poco meno di cinquant’anni alle spalle, l’altro ne ha sessanta di anni, ma sembra aver fatto un patto con il diavolo (o forse, per correttezza, dovrei dire con Dio). Corre come un ragazzino. Soprattutto quando è inseguito dalla polizia. Giorgio e Franco, credeteci, sono due missionari. Comboniani, naturalmente. 220 chili di fede e irriverenza, gioia di vivere e consapevolezza dell’ingiustizia, vita dura e nessuna remora a godere dei (pochi, ma gustosi) piaceri che offre (il cibo, per esempio). Non hanno ambizioni da profeta, né da predicatori: a loro basta stare in mezzo alla gente: ‘Come si faceva a non essere a Genova? Non si può sempre stare da parte. Qualche volta sporchiamoci le mani e pure la tonaca che non portiamo’, mi dicono in un soffio di confidenza, davanti a una spettacolare frittura di pesce di paranza spazzolata nei ristoranti targati Genoa Social Forum. Mi raccontano che, nel loro Sud, missione in terra italiana, parrocchia quasi ‘abusiva’, tollerata da vescovi campani e gerarchie vaticane, quando vanno in ‘pineta’, vera ‘zona rossa’ di spacciatori e tossici, vigilata da servizi d’ordine artigianali (ma più efficienti e duttili della guardia del corpo di Berlusconi), un ‘guardiano’ grida: ‘Ci sono i padri’ e le maglie della sorveglianza si sciolgono, si aprono al passaggio di questi preti che vanno a fare due chiacchiere con ragazzi lacerati e perduti.

Dovreste vederli, Giorgio e Franco: alla domenica, prima di quel viaggio di ritorno, hanno chiesto ai fratelli francescani (dormivano su un colle di Genova, santuario di Nostra Signore del Monte: perché non lo avete perquisito, eravamo in tanti contro il G8 a passare le notti di Genova là dentro?) un ostensorio di metallo dorato e di poco prezzo, due stole rappezzate, un cantuccio di pane e un po’ di vino. Hanno messo tutto in una busta di cartone e se ne sono andati verso la spianata devastata di piazzale Kennedy, laggiù dove, per due giorni, era stata battaglia, guerra aperta, affossamento di democrazia e di libertà. I due comboniani, grandi e grossi, abituati alle intemperie e alla buona tavola, volevano dir messa in quello sfracello, mischiarsi in mezzo ai ragazzi, confondere parole di religione e fede con manifesti di Che Guevara e frasi di Shakespeare (‘Nati per calpestare i re’) diventate slogan dei No-Global. Sarebbero piaciuti a Cammilleri, questi due preti degni eredi del frate della foresta di Sherwood.

Avreste dovuto vederli quella domenica, sedere come scolaretti spaventati e impauriti, troppo immensi per le sedie di compensato, nei corridoi della scuola Armando Diaz (ma lo sapete che, tra l’altro, il generale Diaz fu il ministro della guerra nel primo governo Mussolini: chi ha deciso di dedicargli una scuola?): guardavano anche loro il sangue che non voleva rapprendersi sulle pareti. Più tardi, sempre seduti uno accanto all’altro, quasi fossero Gianni e Pinotto, spiccavano, come giraffe corpulente, fra la folla che seguiva, con tensione, le assemblee senza fine del Genoa Social Forum nella fornace dei tendoni di Punta Vagno.

Avreste dovuto vederli, al sabato: sembravano canguri da come correvano lungo Corso Italia, saltavano i cespugli, sbandavano, tentavano di proteggere ragazzini esili e fragili che cercavano scampo dalle scelleratezza della polizia. Alla fine, nella fuga, si sono anche persi: più abituati a pacificare risse fra prostitute o a sfidare a viso aperto la camorra che non a stare nelle piazze aggredite. Alla sera ci sono stati anche ore di apprensione: Franco non si trovava ed era circolata la voce che fosse finito in ospedale. Notizia non vera: se n’era semplicemente tornato al convento scalando le alture di Genova. Abbiamo festeggiato con una grande coppa di gelato lo scampato pericolo: Franco se n’è divorata una da un chilo. Posso giurarlo.

Strani preti in quel finesettimana di orrori e di forza di popolo: per dieci minuti buoni ho sorriso assieme a un serissimo frate francescano che mi spiegava di aver chiesto il permesso al suo superiore per andare a manifestare con tanto di saio: permesso accordato senza nemmeno tanto pensarci. Anche il provinciale, in fondo, stava lì, in mezzo al corteo. E il fratello che, mitemente, voleva rispettare le regole del suo ordine, era nelle prime file. Con l’aria da uccello ferito e il disorientamento negli occhi. Con le mani che martoriavano il cordone attorno alla tonaca marrone. Con un pensiero assurdo per la testa: come si fa a scappare con i sandali ai piedi. Non erano meglio le scarpe da ginnastica?

Genova è lontana. Oltre l’estate. Oltre un agosto irreale e surreale per chi ha vissuto, subito, trasformato in pensieri e carne quanto è successo in quei giorni terribili di luglio. Genova è lontana in questi giorni di quasi autunno nei quali gli studenti della scuola Diaz, violata dalla polizia, tornano in quelle aule dove decine e decine di ragazzi hanno lasciato sangue e sogni, verginità politiche e speranze di utopie. Genova è lontana, ma così vicina, così Italia, così già parte della nostra storia. Se dovessi scegliere, metterei a fuoco un simbolo: arco di Porta di Vacca, via del Campo, quella in cui, tanti anni fa, c’era ‘una graziosa’. Era sbarrata da una inferriata-graticola di cinque metri di altezza: e la serranda nel negozio di dischi di Gianni Tassio era abbassata. Non una sola nota di Fabrizio volava  nell’aria del deserto della ‘zona rossa’: solo il manifesto strappato di De Andrè oscillava, come monito inscalfibile, in quell’angolo della Genova vecchia. Già, come diceva una delle canzoni meno riuscite di Fabrizio? ‘Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio…’.

E’ qui, nello spiazzo fra via del Campo e via di Prè, che incontro un altro prete: lui si chiama Giovanni, giovane, stempiato (lo vedi che è un prete, veste da prete). E’ un gesuita e chiama i suoi fratelli ‘compagni’. Drizzo le orecchie e poi collego: ‘Già, Compagnia di Gesù’. Passi per i comboniani (che con questa storia di Zanotelli, la fama di ribelli se la portano dietro come un secondo abito), ma adesso anche i gesuiti erano in piazza a Genova? Orco, se sì. Giovanni ha, perfino, voluto che i ‘compagni’ più anziani lasciassero le porte spalancate della loro chiesa: ‘Mica potevamo sbarrarci dentro anche noi’. Giovanni lavora con i Senza Fissa Dimora, relitti della storia per i carruggi di Genova. I Grandi della Terra, ansiosi di combattere la povertà, avevano, per prima cosa, sfrattato i poveri dai loro territori genovesi. Che andassero a insozzare e morire da altre parti. Chiusi perfino i dormitori organizzati di San Marcellino, l’associazione nella quale lavora Giovanni. Che non ha mai voluto dirmi dove ha portato i suoi senzatetto nei giorni della ‘zona rossa’. ‘In montagna – dice quasi con distrazione – ma ho spiegato che non si illudessero, non era una vacanza. Lì si sono sorbiti lezioni e riflessioni sui G8. Tanto per capire che anche loro sono il frutto di un’economia che poco ha a che vedere con la giustizia’. Mica male, per essere un gesuita. Dove gliele insegnano queste cose: al seminario di Madrid? Sotto il ritratto di Ignazio da Loyola?

Ma perché racconto solo di preti? Perché mi viene così, forse li frequento troppo. Ma don Andrea Gallo, 73 anni, anche lui, chi lo può dimenticare? Va a letto alle sei del mattino, si sveglia tardissimo, i suoi ragazzi (il migliore ha un bel po’ di anni di galera alle spalle) lo adorano e lo chiamano ‘il Don’. Lui fuma il sigaro e aggrotta rughe su rughe. Sa parlare ai giovani, si è divertito un mucchio a far finta di conversare con i ‘cinque subcomandanti della disubbidienza civile’ schierati dai ragazzi dei centri sociali. Ma ha negli occhi malinconie di chi ne ha viste troppe. Insiste: ‘Stare con i giovani, stare con questi giovani. Non si può fare altro’. Certo, Baget-Bozzo, cappellano militare, detesta questi ‘colleghi’. Peccato che non ci fosse in corso Torino a sentire un carabiniere urlare ai suoi compagni di schieramento: ‘Spaccategli il culo, porco il loro Dio’. Forse avrebbe potuto avere qualche dubbio in più. Un consiglio: invece di tenerli nelle caserme, questi ragazzi nerboruti e dai nervi fragili mandateli a ramazzare in qualche convento. Chissà magari saprebbero garantire meglio l’ordine pubblico.

Mandateli alle Piagge, quartiere-periferia di Firenze, a lavorare con Ale Santoro. Prete anche lui. Anche lui a Genova: potevano fare un conclave fra i carruggi se almeno si fossero organizzati questi sacerdoti. Lui, crocifisso di legno al collo, maglietta batik colorata da qualche donna keniana, senza cellulare, non ha parole: rimane muto, i suoi occhi sono lampi di severità (e pensare che poco prima lo avevo perfino visto sorridere, lui sempre così serio, davanti ai ragazzini dei cortei), si aggira fra nugoli di carabinieri che, come marziani, lo sovrastano e lo nascondono. Lui, così ricco di parole, si trova senza voce, senza invettive, senza vangeli in mezzo a questa Genova ferita: ma i suoi sguardi davvero sono lampi, lampi, lampi che sanno di valori profondi, di qualcosa di cocciutamente etico. A me dicono più delle parole. A chi lo minaccia, non so.

L’estate sta finendo, Genova è lontana, le abbronzature del sole di Corso Italia (che almeno questa sia una prova che quasi tutti fra noi non avevamo fazzoletti sulla faccia) stanno scolorendo. Giorgio e Franco hanno ripreso la loro quotidianità fra puttane nigeriane e torvi protettori camorristi, fra albanesi carne da macello per i cantieri edili della costa campana e spacciatori intossicati; Andrea Gallo si siederà sul terrazzino fiorito del suo centro di accoglienza (da lì, nei giorni di Genova si aveva una bella vista sulla nave dei Grandi della Terra) e parlerà, con voce arrochita da età e troppi sigari, a ragazzi appena usciti di galera con la speranza di essere ascoltato (chi altro osa farlo questo tentativo disperato?); Ale Santoro continuerà a fare il rompiscatole in una sopita Firenze schierandosi a fianco di rom e rumeni che tutti detestano; il gesuita Giovanni raccatterà dal selciato dei carruggi il nuovo senzatetto sbattuto ai margini della storia e della vita da una rovina improvvisa, da uno sfratto, da una malattia, da un semplice e impotente: ‘Non ce la faccio più’, in un mondo che non prevede questa possibilità. Ma non preoccupatevi, questi preti sono gente che sa anche ridere, che vuole felicità, che se passate dalle loro parti vi fa mangiare da Dio (è proprio il caso di dirlo: Giorgio e Franco conoscono trattorie di pesce nascoste fra i caseggiati deturpati delle cose campane che se lo vengono a sapere quelli dello slow-food rifanno le classifiche delle loro guide gastronomiche) e vi tengono su la notte con i loro racconti irreali e straordinari. Non vi preoccupate, questa non è una semplice storia di preti. Per fortuna non ci sono solo loro in questa Italia. La terribile estate di Genova ha visto nascere una nuova generazione di ragazzi. Che non sarà facile ingabbiare in partiti e ideologie, che non seguiranno pseudorivoluzionari da strapazzo, residuati bellici di guerre sempre perse. Questi ragazzi, i ragazzi di Genova, sono una bellezza. Fa bene al cuore vederli. Sanno distinguere fra giustizia e ingiustizia. Davvero, lasciamo in mano ‘questo movimento’ a chi ha vent’anni, non nasconde il volto dietro a una benda nera ed è ‘gentile e pungente’ come una rosa. Sarà una bella storia da raccontare in questo autunno, in questa Italia.

 

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