Andrea Semplici
In evidenzaItaliaRaccontiRacconti di viaggioSenza categoria

G8/É stato a Genova…

 

 

Strana gente per i carruggi genovesi: chi è, cosa vuole,  cosa è il popolo che, questa estate,  passerà un turbinoso finesettimana nel capoluogo ligure. Una vacanza estiva per urlare ai G8 che non sono i padroni del mondo. Radiografia imperfetta e sfuocata di un movimento del nuovo millennio. Fra ragazzi con ‘la voglia di fare’ e ‘vecchi’ che vi  arrancano dietro. E questo accade nella nuova Italia di Berlusconi.

 Un tavolo dal ripiano giallo. Risalta ancor di più nella grande sala di un ostello di Marina di Massa. Nessuno vi siede dietro. Implacabilmente vuote le sedie di plastica verde. Ostinatamente spento il microfono. Ma attorno vi è un centinaio di persone: sono i ‘nodi’ della rete di Lilliput, piccolo e straordinario movimento di associazioni, popolo di boicottatori dei prodotti delle multinazionali, eco-pacifisti, scout, ragazzi normali che hanno la timida ambizione di ‘cambiare il mondo’ (e che nel loro modo di vivere, a volte, ci provano sul serio). Ma nessuno si azzarda ad avvicinarsi al microfono, al tavolo, alle sedie. Lilliput non vuole leader, capi, rappresentanti, comizianti. Per mezz’ora i lillipuziani si guardano con qualche imbarazzo. Prima che qualcuno, ovviamente di lato al tavolo, non prenda coraggio e dica (senza microfono): ‘Va beh, comincio io’. Ma quel tavolo giallo, per l’intera mattinata, rimane vuoto. ‘Felicemente’ vuoto. Per la dannazione dell’importuno cronista che non ha delegati, segretari o presidenti da intervistare. Ma qui, nell’isola di Lilliput (centinaia di gruppi locali assieme a grandi associazioni, da Mani Tese al Wwf, dalle campagne contro il debito estero a quelle per la riforma della Banca Mondiale, dalle riviste missionarie e cattoliche – Nigrizia, Pax Christi – al mensile Altreconomia), i capi proprio non esistono. Tantomeno i ‘comitati centrali’. Al massimo i ‘segretari tecnici’.  Sempre riottosi a prendere la parola. E’ l’identikit precario dei lillipuziani è chiaro: il 70% di chi vi lavora, non fa parte (e non ha mai fatto parte) di un partito o di un’associazione.

Sulla banchina del porticciolo di Boccadasse, sagrato della chiesa Sant’Antonio, uno dei tanti cuori marinari di Genova, una suora aborigena è arrivata dall’Australia come una ‘principessa disadorna’. Nel silenzio assoluto di una moltitudine di preti e suore missionarie soffia in una grande conchiglia, pescata nei suoi lontanissimi oceani. Nelle sue terre all’altro capo del mondo, questo è il suono del richiamo, del saluto, dell’accoglienza. Per un attimo è più forte delle sirene delle navi dei potenti del mondo ormeggiate sotto la Lanterna. Il canto insistente del corno-conchiglia segnerà l’invito al digiuno dei ‘credenti e dei non credenti’ nei giorni del vertice dei G8, contro la superbia degli otto ‘signori della Terra’.

‘Mi sai dire dove va un ragazzo di 15 anni se vuole fare un minimo di politica?’, chiede Matteo Jade del centro sociale genovese Zapata. Già dove va? ‘Da nessuna parte. Non ci sono più le case del popolo, i circoli Arci, nemmeno le parrocchie. Nelle periferie romane o milanesi, se non vuoi finire nei bar o nelle discoteche, non puoi che venire ai centri sociali: giochi a calcetto, ascolti musica, ti fai due canne e, magari, sfiori una riunione dei ragazzi che lavorano alla McDonald’s o un’assemblea di qualche casa occupata. Insomma, cominci a capire cos’è la politica’. Già, perfino Le Monde ha definito i centri sociali (150 edifici occupati in tutta Italia) ‘il gioiello della cultura italiana’. Esagerano gli inviati del giornale francese? Naomi Klein, l’autrice del prezioso NoLogo, libro-manifesto contro il mondo ‘della merce’ e della ‘pubblicità’, è rimasta stupita dei centri sociali italiani: ‘Sono finestre, non solo verso un modo diverso di vivere, ma anche verso un nuovo coinvolgimento politico. Sono qualcosa di bello’. E i centri sociali, negli anni di Berlusconi, sono sbarcati anche nei consigli comunali, eleggendo i propri candidati a Roma, a Milano, a Venezia.

Messaggio imbucato, in inglese, in una delle mille mail-list che popolano il fronte anti-G8 virtuale: ‘I want to figth against the pigs. Can you suggest me a good hotel in Genoa?’.

E poi ci sono gli ‘antimperialisti’: linguaggio da ragnatele sugli specchi, da mobilio pieno di polvere, parole orecchiate qualche decennio fa nei tristi corridoi dei politburo. Niente suggestioni, niente comandante Marcos e il suo ‘esercito di sognatori’. Duri e puri, questi ‘antimperialisti’: riferimenti a ‘concezioni leniniste della militanza rivoluzionaria’. Dove ho già sentito queste parole?

Una sintesi? E ora come faccio a spiegare alla mia mamma chi è e che cosa è questo Popolo di Genova che sta organizzando i fuochi d’artificio nella prima estate dell’era berlusconiana? Questo Popolo di Genova che, attratto dal summit dei Grandi della Terra, sta programmando un turbinoso fine settimana fra i gloriosi carruggi di via Del Campo (quella via Del Campo) e di via di Prè, fra la storica piazza De Ferrari (epicentro della rivolta contro il governo Tambroni nel 1960) e la Calata alla Sanità dei camalli del porto?

Andiamo con ordine. Non è vero che tutto nacque a Seattle dove, nel tardo autunno del 1999, le folle per le strade (centomila persone) fecero fallire, a sorpresa, il vertice del Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (fu un successo tale che il prossimo incontro i ‘signori degli affari’ se lo fanno nel rifugio, sicuro e blindato, del Qatar’): ‘Nessuno allora parlava di Seattle; le gente normale, nel 1999, non ne sapeva niente – ricorda Ugo Biggeri, di Mani Tese – ma vi erano militanti, ambientalisti, associazioni che conoscevano bene che cosa si sarebbe dovuto firmare in quella città. E decisero che non era giusto. Mandarono a monte il vertice. E fu un bel risultato. Ma la gente che si ritrovò a Seattle lavorava già da anni, giorno dopo giorno, sulle questioni ambientali, sul commercio equo e solidale, sugli affidi familiari, su un nuovo modo di vivere. Non erano spuntati dal nulla’.

Già, il Popolo di Seattle non apparve per caso nella città della Microsoft. E da allora si mise ad inseguire le rotte dei Grandi della Terra: da Praga a Davos, da Quebec City a Napoli. E ora Genova. E questa volta giornali e televisioni ne parlano. Eccome, se ne parlano. Ne straparlano. Ma nessuno che risponda a una domanda essenziale e banale: ‘Ma cosa ci fa suor Patrizia Pasini, missionaria della Consolata, assieme a Luca Casarini, portavoce dei centri sociali del Nord-Est ed anima delle celebri Tute Bianche? Cosa ci fa Gianfranco Bologna, mite portavoce del Wwf, assieme ai duri del centro sociale Asktasuna di Torino? Cosa c’entra il digiuno dei missionari al porticciolo di Boccadasse con la volontà delle Tute Bianche di ‘invadere’ la zona proibita di Genova?’. E cosa ha messo assieme nel Genoa Social Forum oltre 500 associazioni decise ad andare a urlare il loro dissenso in faccia ai potenti della terra?

‘Ci unisce la consapevolezza che i G8 non sono i rappresentanti del mondo – dice, con decisione, suor Patrizia Pasini, coordinatrice delle commissioni Giustizia e Pace delle grandi congregazioni missionarie del mondo – Quei capi di stato non hanno alcuna legittimità: parlano a nome di una ristrettissima minoranza di ricchi. Non hanno rispetto per la Terra, per il clima, per il futuro degli esseri umani. E noi missionari lo sappiamo bene: in Africa, in Asia, in America Latina vediamo, ogni giorno, cosa provocano le decisioni di quei signori. Non sono necessari libri di economia per vedere la povertà e il dolore’. ‘ Uscite dai conventi, venite a Genova’, è l’appello della rivista dei missionari comboniani, Nigrizia. ‘Il collante è l’idealità, la speranza, il bisogno di futuro – spiega, con voce arrochita da troppe riunioni, Luca Casarini – Preti e suore hanno fatto scelte radicali di vita, hanno scelto di vivere le loro idee. E noi scegliamo di rischiare di essere picchiati, di andare in galera pur di affermare la nostra voglia di cambiare il mondo. Sbaglia chi ci definisce violenti: non lo siamo, non attacchiamo, ma non vogliamo arretrare, vogliamo solo difenderci. Le nostre armi sono i nostri corpi. Ci sono molte affinità con i missionari”. ‘Ci rende vicini il sentimento di star subendo una prevaricazione – dice ancora Carlo Schenone, ‘cane sciolto’, ma ‘ufficio stampa’ del Genoa Social Forum – I G8 pensano di essere i padroni di tutto, fanno proclami altisonanti di giustizia e poi stracciano i patti da loro stessi firmati’. Poetico, quasi lirico, Vittorio Agnoletto, portavoce (per una volta sola, si affretta a precisare), del Genoa Social Forum, presidente della Lila, la Lega italiana lotta all’Aids: ‘E’ come se vi fossero centinaia di torrenti che corrono per conto loro e che alla fine si ritrovano in un unico fiume. Chi combatte contro l’Aids sa che il 95% dei malati sono nel Sud del mondo e conosce le ingiustizie che subiscono. Sono le stesse contro cui sbatte chi si occupa di ambiente, di pacifismo, di salute’.  ‘Non mi riconosco affatto nelle etichette di chi ci vuole dividere in buoni, meno buoni, cattivi, cattivissimi – scatta Chiara Malagoli, verde genovese, ex-assessrice all’ambiente, donna di Lilliput – Questo movimento non ama i rappresentanti e nessuno, fra noi, è sdolcinato. Genova è solo un appuntamento di un percorso più lungo’. ‘Chi spezzerà una sola vetrina a Genova, farà una bella cazzata politica’, azzarda Luca Casarini. ‘Ma perché nessun giornalista mi chiede qualcosa su debito estero o sugli accordi di Kyoto? I giornalisti mi domandano solo se sfileremo nudi o se isoleremo la violenza  – sbotta Gianfranco Bologna – Non si accorgono che in giro vi è disagio, dissenso forte? Non è più tollerabile questa economia vecchia che pensa solo alla libera circolazione del denaro e delle merci e non a garantire il diritto alla salute. Stiamo assieme perché tutti crediamo nella possibilità di un’economia che sia allo stesso tempo giusta e sostenibile. Ma io il G8 avrei preferito lasciarlo da solo e sarei andato da un’altra parte. Io voglio convincere le casalinghe di Voghera, non fare a botte con la polizia’.

Gigi Sullo, direttore (ma il suo nome è volutamente confuso fra quello dei redattori) di Carta, prezioso settimanale di riferimento per una buona parte del Popolo di Genova, è un ‘vecchio’ politico. Anni e anni di Manifesto alle spalle. Ma riesce ad avere ancora occhi scintillanti quando guarda le sale piene di gente delle assemblee anti-globalizzazione, quando ascolta i ragazzi di quindici anni cantare La locomotiva di Guccini e si lascia prendere dall’entusiasmo: ‘La confusione è grandissima, quindi la situazione è eccellente’. Ho capito, ma al di là di Mao? ‘Vuol dire che vi è una fortissima scomposizione di identità. Vi è deideologizzazione in giro. E questo è un bene: fa tabula rasa di linguaggi e metodi. E ricostruisce un altro movimento: che tiene assieme il subcomandante Marcos e la giornalista Naomi Klein che tutto è fuorché un rudere bolscevico’. Ho capito ancora, ma cosa li tiene assieme? ‘Troppe cose hanno toccato ognuno di noi. Ci hanno tolto la bistecca con l’osso e la gente si è accorta che questa è la conseguenza di un mondo che pensava solo a fare profitti disinteressandosi della salute dei cittadini. Non solo: c’è qualcosa che non va in questo sistema occidentale opulento. In Lombardia, l’80% delle famiglie ha almeno una ragione di disagio sociale: ha uno sfratto, ha un figlio che non trova lavoro, sa che non potrà affrontare le spese di un eventuale malattia. Ha timori se guarda al futuro. Vi sono inquietudini profonde e sotterranee. Questo sta lasciando il segno e sta dando vita a una sorta di disgelo sociale’.  ‘E’ un brodo primordiale – avverte Miriam Giovanzana, direttrice di Altreconomia – In questo movimento si ritrovano persone con storie diversissime: i giovani pubblicitari anticonsumisti assieme ai lavoratori precari della Mc Donalds, chi soffre di allergie per l’inquinamento delle nostre città con gli economisti raffinati che stanno ribaltando consolidate teorie sullo sviluppo’.

Proviamo a mettere dei punti fermi? Questo strano movimento è giovane, giovanissimo. Vero, ma fino a un certo punto: ci sono gli ultraquarantenni, con sforamenti fra i cinquantenni. Sono i reduci, un po’ ammaccati, ma tenaci, di altre ribellioni. Guardano con qualche invidia ‘i ragazzi’: una legione di quindicenni, di ventenni, massimo venticinquenni che ‘hanno voglia di fare’. Manca quasi del tutto la generazione dei post-trentenni: vittime degli anni ’80, naufragati sugli scogli da sirena dell’edonismo reganiano? I ragazzi invece ‘le cose’ le fanno sul serio: attivi nel volontariato di ogni tipo, sensibili ai grandi problemi internazionali, ambientalisti convinti. Ma lontani anni-luce dal linguaggio astruso  e irreale della politica dei partiti. Se i Grandi della Terra si inventano sigle degno di un esoterismo da film di spionaggio (G8, FMI, WB, WTO, NAFTA – manca solo la Spectre), la replica è in un linguaggio da intellettuali raffinati, magari un po’ snob: a Genova molte manifestazioni saranno ‘azioni dirette per gruppi di affinità’. E cosa vuol dire? In altre parole, i ‘gruppi di affinità’ sono gente che si conosce bene e che ha deciso di fare assieme cose (pacifiche) nei giorni di Genova. Ogni gruppo ha uno ‘speaker’, mica un rappresentante. Le Tute Bianche, dal canto loro, chiedono, con un referendum telematico, se è giusto disubbidire ‘con l’invasione dei corpi oltre le zone off-limits’. E questo come lo traduciamo? Bisogna prenderci la mano con questo linguaggio. I lillipuziani, da parte loro, si affannano a studiare questioni come la Tobin Tax (una tassa sui movimenti finanziari mondiali) o l’impronta ecologica (le tracce sempre più invadenti dell’azione dell’uomo sugli equilibri del pianeta). Lilliput di Roma organizza proteste e colpi di teatro di fronte alla Sace. E che cos’è la Sace? E’ la società che assicura, con soldi pubblici, i crediti italiani all’estero. Come dire: un obiettivo facile e comprensibile! Chi lo avrebbe mai fatto venti anni fa? Il Popolo di Genova comincia ad essere bravo anche con i media, ne ha capito l’importanza nella società dell’informazione, ha davvero preso lezioni da Marcos: le Tute Bianche sono il passamontagna del Chiapas, è una divisa ‘difensiva’ che li rende immediatamente visibili, che non li confonde con chi sfascia vetrine.

Punti di riferimento del Popolo di Genova? Miti di oggi? Alcuni sicuramente sempreverdi: come Ernesto ‘Che’ Guevara, icona onnipresente  e romantica generazione dopo generazione. Poi una triade singolare, dirompente, quasi spassosa: il subcomandante Marcos e la sua pipa, il missionario rompiscatole Alex Zanotelli e le sue camicie fiorite dipinte da donne africane, e, ultima arrivata, la giornalista radicale Naomi Klein e la sua forza vitale da nordamericana figlia di un disertore del Viet-nam. Bel terzetto. Un melting-pot di un mondo che non si vede, ma c’è. Eccome, se c’è.

Per capire altri frammenti devo parlare con Monica Lanfranco (come la definisco? Femminista storica a Genova?). Lei (ed altre) fanno una rivista che si chiama Marea. ‘Le donne portano nel Popolo di Genova contaminazioni salutari. E sentimenti. Cercano di capire e di spiegare come la globalizzazione ti cambia dentro. E sanno benissimo che la globalizzazione è come la pornografia: prende solo una parte e te la spaccia per il tutto. Se ti va bene sei un consumatore, se ti va male sei una merce’. A metà giugno le donne hanno accerchiato il centro di Genova con un’immensa ragnatela: su nastri, stracci, fasce di stoffa, pezzi di cartone hanno scritto i loro sogni, le loro accuse, le loro testimonianze, le loro visioni.

E alla fine vado a Lucca, città-gioiello della Toscana. Gli slogan non mi bastano. Cosa vuol dire essere antiglobalizzazione in una piccola e piacevole città di provincia. ‘Lo scorso anno, nelle fabbrichette e nei cantieri qua attorno, sono morte 15 persone sul lavoro. Era gente che lavorava per cooperative che avevano avuto subappalti. Il lavoro oggi è questo: precario, insicuro, incerto. E ancora: una cartiera della piana è stata comprata da una multinazionale svedese e sta succhiando acqua dalla falda, mettendo in crisi irrimediabilmente equilibri idrogeologici e la stabilità di alcune case. Quando la multinazionale avrà troppi problemi, se ne andrà. Lasciandoci nei guai. La globalizzazione non risparmia nemmeno Lucca’ Chi racconta queste cose è Fabio Lucchesi, maestro e libraio precario (e ‘segretario tecnico’ di Lilliput). E il nodo lucchese è nato dai ragazzi di Mani Tese affascinati dagli zapatisti. Ne hanno cominciato a parlare. Poi sono arrivati altri ragazzi del Wwf. Quelli che tengono in piedi le oasi naturalistiche del parco di Massaciuccoli. E poi ragazzi sparsi. Tutti fra i 18 e i 20 anni.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.