Andrea Semplici
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I limoni di Genova

 

No, il maalox non è adatto. Vado ancora a limoni. Solo che mi ero letto tutte le istruzioni contenute nel kit del giornalista: e c’era scritto chiaramente che era rischioso avere con sé dei coltellini. Consiglio saggio: chi si trovava dentro la scuola Diaz (ma lo sapete che Armando Diaz è stato ministro della guerra nel primo governo Mussolini? Che vi sembra un tipo a cui dedicare una scuola?) si è trovato con addosso, oltre le manganellate, una denuncia per ‘associazione a delinquere’ per colpa di un Opinel.

Ma avete provato a tagliuzzare un limone senza coltello mentre quei poliziotti travestiti da ninjas sparano lacrimogeni su lacrimogeni? Alla fine l’ho morsicato e me lo sono spruzzato sugli occhi: è servito a poco. I limoni di un tempo erano migliori: grandi, succosi, eccellenti per gli occhi e gustosamente dolci e allappanti. Noi, prima delle manifestazioni, andavamo a comprarli da un fruttivendolo di San Frediano: ce ne dava a cassettate e, se non erano serviti, ci facevamo una grande insalata similsiciliana. A Genova ho fatto fuori tutti i limoni che avevo. Ne ho prestati alcuni anche a un coraggioso cameramen della Rai che gridava: ‘Meglio la Bosnia, meglio la Bosnia’.

Già, gli agrumi, dopo Genova, meriterebbero pagine speciali delle guide slow-food. Come, e qui non ci crederete, lo meriterebbero i ristoranti-mense messi assieme dai fratelli del Genoa Social Forum. Già, perché nessuno parla di quei tendoni-tavola da pranzo di piazzale Kennedy? Anche questa è stata Genova: mica solo botte, manganelli, pistole, dolore atroce, rabbia che resterà perenne, paura da morirne. Con poco più di diecimila lire si mangiava uno spettacolare fritto di paranza. Forse un po’ unto, è vero, ma ce lo vedete Vissani a cucinare per migliaia e migliaia di persone sotto i lacrimogeni?

La solidarietà con Giorgio, splendido missionario comboniano di cento e passa chili, era nata in Corso Italia, a pochi metri da quei tendoni: l’ho visto correre come un leprotto colossale, proteggere dalla furia feroce e cattiva di un poliziotto esili ragazzi dalle mani colorate di bianco, scartare di lato per evitare il fendente di un manganello. La pancia lo ha difeso come gommapiuma. Poi è stato lui ad aver bisogno di aiuto: sembrava affranto, costernato, incapace di capire, lui prete abituato a battagliare la camorra (la sua ‘parrocchia’ sta a Castelvolturno) stava seduto per terra con le mani davanti agli occhi. Non voleva far vedere che stava piangendo. Gli ho dato una mano e non ci siamo detti niente. Siamo stati in silenzio. Così uno accanto all’altro. E ho capito che Giorgio non era un prete-predicatore, non un profeta in cerca di redenzioni: era un uomo normale, che voleva solo stare in mezzo ai ragazzi. Non parlategli di digiuno da testimonianza a lui: sa gustarsi, vuole gustarsi come un bambino i pochi piaceri che la vita offre. Il buon cibo, innanzitutto. Sapete di cosa abbiamo parlato in quei minuti di paura e dolore acuto? Di certe trattorie che lui conosce nascoste fra le case deturpate della costa campane. Posti clandestini, che i severi e snob censori dello slow-food non conosceranno mai, ma che regalano pesce di sogno agli amici degli amici.

Devo, dirti, caro Giorgio che, sul quel lungomare macchiato di sangue, assieme a quei ragazzi straordinari che d’ora in poi saranno conosciuti come ‘i ragazzi di Genova’, mi hai salvato la vita, le hai ridato quel senso che le scelleratezze della polizia avevano appena cancellato. Tu, i limoni più efficaci del maalox (questi agrumi sono da inserire fra i ‘prodotti tipici’ da proteggere: la chimica non può sostituirli. Avete mai provato a spalmarvi maalox sugli occhi?), i cuochi del Genoa Social Forum che cucinano sotto piogge di candelotti (naturalmente con Giorgio, poi, ci siamo fatti quella splendida frittura), i ragazzi di don Andrea Gallo che distribuivano, dai banconi del bar Clandestino, panini gratis ai ragazzi saliti fino a Genova da Foggia e rimasti senza una lira, siete stati (sarete ancora e sempre di più) il miglior anticorpo contro il virus del fascismo che ci riprova a fare a pezzi l’Italia, questa Italia. Cibo contro gli spettri di chi detesta i sogni e non sa ascoltare i ragazzi che faranno migliore questo paese.

P.s. Dimenticavo: Carlo Giuliani riposa a Staglieno, nello stesso cimitero in cui ha trovato rifugio Fabrizio De Andrè. Che, almeno, si possano cantare l’un l’altro belle canzoni. Per dimenticare, senza dimenticare, le ore della follia.

 

 

 

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