Diario Veneziano.2/ Sono arrivato a Venezia
Devo dormire.
Una volta mi spiegarono uno dei trucchi di un professore universitario, diventato poi leader politico. Riusciva a essere sempre reattivo grazie ai ‘cat nap’: il sonnellino di venti minuti, sufficiente a riprendere forze, necessario per evitare di cadere in un sonno profondo. In altre parole, dormire con i sensi all’erta.

Ho già saltato il diario ‘intermedio’. Ne salterò molti, a sera vengo avvolto dalla fatica e la televisione mi avvolge. Per fortuna (?) qui, a San Giacomo (devo ancora imparare il numero della casa, come funzionano i numeri a Venezia?), Rai5 non si prende e così niente film al lunedì e martedì. Niente musica a tarda notte, fino all’alba. Niente Who o Queen. Niente Propaganda al venerdì (no, senza Propaganda non si può vivere).

Ecco, sono arrivato a Venezia. E non sono Yosif, nessuna visione di una donna notturna.
Con una valigia troppo pesante, senza più la cinghia per tirarsela dietro. L’ultimo viaggio di questo zaino-valigia che è stato compagno felice per oltre trent’anni. Sempre pesante. Impossibile da portare in spalla. La lascerò libera, quando finiranno i giorni veneziani (finiranno?). Come molte altre cose, all’alba dei settant’anni, si tratterà di rinnovare per l’ultima volta: un nuovo mac, una nuova macchina fotografica, un nuovo telefono. Pagati dalla frattura della mia gamba. Anche un nuovo zaino-valigia. E scarpe per camminare. Il problema non sono i soldi (ci sono i soldi del risarcimento), ma la mia difficoltà (quasi sensi di colpa) nel comprare.
Tappe di avvicinamento: sabato sono a un seminario per i ‘crediti’ giornalistici. Nonostante la pensione, insisto a frequentarli. Non mi oriento nella piattaforma, un’amica riesca a iscrivermi a questo corso. Penso che dovrebbero essere davvero formazione e non solo uno strumento per conservare la tessera di giornalista (che come pensionato, a quanto ho capito, non dovrebbe essere in discussione. Ci tengo al mio tesserino, è questione di identità. Quest’anno mi hanno dato anche una targa per quaranta anni di appartenenza).
Sto tirandola in lungo.
A pranzo, fra pochi intimi, conosco un fisico che sa di teologia, un fiorentino che abita a Venezia, ma non la ama. Devo andare a trovarlo. Poi vi è una ragazza che già dice di volermi introdurre nel mondo della ‘voga’. Mi chiede: ‘Sai nuotare?’. Oddio, credo di no, forse a galla ci rimango. ‘È per riprenderti, se cadi in acqua’. Ecco…penso al titanio che tiene in piedi la mia gamba. E infine il vecchio giornalista, elegante e affascinante. 84 anni, in anni giovanili ha lavorato a Comunità, il fantastico gruppo che lavorava attorno a Olivetti. Ha un cognome ligure, ma si pensa veneziano.doc (‘Perché in questa città, siamo tutti venuti da fuori’). Annoto i loro telefoni.
Questo è stato il mio mestiere per tre decenni. Andare in un luogo (Mostar, Managua, la frontiera fra Dominicana e Haiti, i paesi più vivibili d’Italia, la Carnia, la Garfagnana, Asmara, Murzuq, Nablus, il lavoro si è interrotto a Montevideo…) per raccontarlo. Incontrare mille persone e poi riuscire a ricavarne un racconto. Mi riusciva bene. Mi appassionavo. Chissà perché mi viene in mente Varese Ligure, Ventotene e Vancouver? Ma quanto ho scritto? E dove sono finite tutte queste parole?

Saluto Orsucci, con una pizza alla cipolla alle undici di notte. E con una chiacchiera attorno a Marco Bellocchio. Orsucci, sempre chino con la testa dentro al forno, mi commuove. E non mi sono ancora deciso a scriverci. Quasi una timidezza. Orsucci ha origini ad Altopascio, ma da un secolo sforna pizze all’imbocco di via Vittorio Emanuele a Padova. Amatissimo. Una ‘istituzione’ vera. Sei posti in inverno, che arriva a dieci/quindici quando mette panchetti e tre tavolini fuori. Niente piatti, niente forchette o coltelli. La pizza tagliata in sei spicchi. Se sei nuovo di Orsucci, fioccano le scommesse: devi portarti al tavolo (se sei riuscito a sederti) con un gioco di equilibrio: trasportare la pizza sospesa su una carta unta. Si scommette che ce la farai oppure che la pizza cadrà a terra.
Come fai ad andare a vedere Bellocchio, Orsucci? Se sei notti su sette da millenni sei qui davanti allo stesso forno.
Fatico, come sempre, a chiudere lo zaino-valigia. Ho tolto molti pesi. A solito, disperdo tracce biologiche.
Non voglio aiuti, mi trascino dietro il peso, arrivo fino alla tranvia, cerco di comprare un biglietto, ma il cinese, mi risponde seccamente che non ne vende. Salgo a bordo, cerco di pagare con la carta di credito, ma mi attorciglio attorno alla macchinetta e penso che tutti borseggiatori del vagone mi stiano guardando. Rinuncio a pagare e viaggio con il batticuore. Salgono tre ragazze dall’aria pulp e la pelle scura, con loro un ragazzo tetro con un monopattino che si incastra nel mio zaino.
All’altro lato, c’è una ragazza alta, ‘perfetta’, con un sorriso che strappa un’emozione. Canotta celeste e pantaloncini neri. Con un ragazzo bello come lei. Sono felici. Mi prende il magone, talmente è la bellezza della ragazza giovanissima.
Una delle ragazze pulp, strizzata in canottiera e pantaloncini neri, rinfaccia al ragazzo: ‘Stavo in comunità e tu parlavi con quella’. Lui sbuffa, guarda altrove, vorrebbe essere altrove. ‘Non le parlavo, le scrivevo’, replica perdente. Ha un sopracciglio diviso in due, bello. Lei: ‘Tu non immagini nemmeno come stavo’, rabbiosa. Ha un viso da topo incattivito e uno sguardo che ti prende a pugni. Silenzio. Scendono tutti alla stazione: le tre ragazze davanti, lui a un metro di distanza. Cupo. Scendo anche io. E lancio un’occhiata al sedere della ragazza.
Scende anche una donna che spinge una carrozzina, si volta verso di me: ‘Il mondo sta per finire’. Non mi sorprendo: ‘Speriamo di no’. ‘E invece sì’. E se ne va.
Sono arrivato un’ora prima, mi piace essere in anticipo. Mi tranquillizza. Poi spesso rischio di perdere ogni treno perché mi distraggo nel guardare chi aspetta un treno. Non faccio in tempo, mi siedo accanto a un ragazzo supergrasso e superfelice, con una barbetta da quindicenne e compulsivo sul telefono. Ha l’aria allegra sopra una pancia debordante. Arriva PierGianni, che, al solito, mi telefona: ‘Dove sei?’. ‘Di fronte all’edicola’. Mi trova, siede e non ricordo di cosa abbiamo parlato. Dell’idea di passare qualche giorno in Sardegna. Sarebbe la prima volta che, oltre le chiacchiere, potremmo fare qualcosa. La mia estate è un slalom sanitario e io non ho molte forze per viaggiare di continuo. Né soldi.

Treno per Venezia. Regionale veloce. Quattro euro e settanta. Non so dove mettere lo zaino-valigia. Lo incastro fra le ruote di una bicicletta. Trovo un posto e, miracolo, di fronte a me, tre ragazzi leggono libri. Credo che siano anni che non mi capitava. Il ragazzo con capelli nerissimi e lunghi, un tatuaggio sull’avambraccio (una foca che si specchia…), un piercing fra le narici e l’aria pallida e bella, baffi appena ricurvi a manubrio. Legge un bel tomo di cinquecento pagine. Decritto il nome dello scrittore: Mo Yan. Un altro ragazzo legge con intensità (prima di addormentarsi) ‘La storia di Giovanni Falcone’ di Francesco La Licata. Alla fine anche il terzo, tira fuori un libro. Intravedo solo: ‘Jared’. Ma deve essere Jared Diamond, dalla copertina deduco che dovrebbe essere ‘Collasso’, ma non ne sono sicuro. Insomma, fiducia nell’umanità.
Ecco, stazione di Venezia. Binari ai confini. Penso ai borseggiatori. Il critico musicale mi aveva mostrato un faisbuc di un’associazione ‘Cittadini non distratti’. Girano con telecamere per inseguire giovani borseggiatrici. Adesso me ne vorrete…anzi non lo scrivo, per timore e pavidità. Dovrò capire questa storia dei ladri. Una volta intervistai un sociologo che passava il suo tempo osservando la fila per entrare all’Accademia del David di Michelangelo a Firenze e raccontava degli abili borseggi: allora funzionava bene il trucco del cartone. Chissà se ci sono ancora borseggi all’ombra del David? Il sociologo non tifava, prendeva atto.
A Venezia sembra di sì, che ci siano i borseggiatori. Piazzale Roma e Rialto, epicentri del furto con destrezza, secondo i non distratti cittadini. Cosa ho pensato a quando mi rubarono le macchine fotografiche alla stazione di Firenze, my town.
In treno, l’altra volta, una coppia di americani mi consigliò prudenza (chissà cosa vuol dire: io sono sempre impaurito), erano stati borseggiati e ora stavano tornando a Venezia perché il loro portafoglio era stato ritrovato con dentro i documenti. Una seconda possibilità per vedere la città. Non mi sono sembrati né arrabbiati, né troppo infelici.
Arrivo a Venezia, alle 18.20. Luca mi aspetta in fondo al binario. Camicia azzurra, stazzonata, aria d’estate, è appena tornato da un microviaggio spagnolo. Siamo cambiati dai giorni di Tripoli? Sì. Afferra il mio zaino, cerca di domarlo, camminiamo con decisione. Tecnica di salita e discesa dei ponti con carico pesante. Dovrei prendere appunti. Andiamo a San Giacomo. La piazza più bella di Venezia. ‘Qui non ci sono piazze, solo San Marco, è Campo San Giacomo’, mi rimbrotta subito Giovanna. Io sono distratto e combino sempre un mucchio di gaffes. Mi ci vuole tempo, arrivo. Luca mi mostra un volantino che annuncia un incontro con i ragazzi di architettura che lavorano attorno alla ‘migrazione turistica’: questa volta si parla di ‘plateatici e spazio pubblico’. ‘Plateatici’? I tavolini, insomma. In realtà sono le tasse che si pagano per l’occupazione di suolo pubblico. ‘I tavolini dilagano, occupano le calli, i vigili chiudono gli occhi, ai bar conviene pagare multe, il guadagno è ben più alto’. Benvenuto a Venezia, riuscirò a uscire dalla gabbia del turismo o questa invasione (il pil italiano ha ricominciato a correre, trainato dal turismo) mi condizionerà ogni passo. Da fiorentino che abita a Matera e viene da decenni a Venezia, oramai non vedo più i turisti. ‘Noi, li vediamo’, mi dice Luca.

Sulla sedia (Ikea? Io ne avevo una identica a Matera, devono essersela ripresa Piero e Adele) hanno scritto (non è comodissima per scrivere) Hisham Matar, altri quasi Nobel, un BookPrize…non oso sedermi)
Guardo l’ortolano di San Giacomo, c’è la coop, quell’antica scritta con lo spopolamento che ho fotografato anni fa, non ci sono i bambini che giocano a pallone (ma ci saranno), c’è un’enoteca che apre quando vuole, accetto una birra (io che non bevo quasi più) e, alla fine, mi compro una focaccia e un dolce delizioso da Majer (cavolo, costano meno che a Matera). Scopro (wikipedia e un fb che si chiama Venetians) che i figli del vecchio Majer non hanno seguito le orme del padre panificatore, migrato dalle Dolomiti a Venezia. Oggi Majer è una potenza economica (panetterie, pasticcerie, ristoranti…) e appartiene a un ex-manager Benetton. 180 euro, la cena nella notte del Redentore, alla Giudecca.
Volevo uscire. Commetto l’errore di accendere la televisione. Mi ipnotizza. Smonto le valige, cerco di farmi capire dalla casa, apro la busta dei taralli, mi riprometto di non aprire le patatine, né le birre. Cerco di finire il libro che racconta della mia antica Eritrea. Dovrei scrivere un frammento sul Carro Trionfale della Festa della Bruna, non riesco a rileggere nei miei appunti. Devo chiudere le finestre e pensare solo a Venezia.
Non sono uscito, sono già le una. Devo dormire, devo dormire.
Il silenzio. Quasi il silenzio assoluto. Non c’è il sottofondo del traffico, che noi, gente di terraferma, non consideriamo più rumore. E il silenzio ti stordisce. Come dice la mia vicina di Vico Primo: ‘Un silenzio assordante’. Secondo me, lo ha letto da qualche parte, lo dice ai turisti che si fermano al suo B&B. Ma è vero: un silenzio assordante. Quasi fragoroso. Interrotto dagli strepiti improvvisi dei gabbiani e dalle risse fra gatti in amore. Lascio le finestre aperte


