Diario Veneziano/La valigia pesante
Venerdi, 16 giugno
I viaggi, ti spiegano, cominciano dalla valigia. A suo tempo, ne ho scritto per Linus. Ricordo un ‘Elogio della valigia’, che non ritrovo.
Fare la valigia, per me che non facevo altro che partire, è stato sempre un ‘dramma’. Sovraccaricavo lo zaino o la valigia-zaino. In realtà usavo una sola maglietta, una sola camicia, un solo paio di scarpe. Anche in mesi di viaggio. Non mi sono mai lavato molto. Pigrizia. Portavo molti libri. Non sono mai riuscito a convincermi agli e-books. Come posso fare le ‘orecchie’ a una pagina? Non credo ai simboli che sostituiscono le tue abitudine, a me piace ‘toccare’, spiegazzare, lasciare tracce. Quindi mi porto dietro libri pesantissimi.
Ho una recidiva di ernia. ‘Non sollevare pesi’, si raccomanda la mia chirurga con i capelli azzurri (ora mi dice che li ha bianchi: per acquistare ‘autorevolezza’, mi ha spiegato). Bene, quanto pesa la mia valigia zaino? Mi accompagna da trent’anni. Ho deciso che questo sarà il suo ultimo andare. Il pasticcio, per me, è sempre comprare: se solo ci fosse una sola scelta…come faccio a ri/comprare uno zaino-valigia?
Sollevo pesi. Ma chiamo un taxi per andare da via della Chiesa alla stazione. Sedici euro e cinquanta. Taxista simpatico. Che mi spiega cosa non funziona il sistema della prenotazione dei taxi: ‘Non avrà mai la garanzia che la macchina sia puntuale’. E io ricordo quando prenotavamo un taxi chiedendo a una voce gentile e sbrigativa: ‘Alle quattro e trenta del mattino? Milano 223’.
Sono in anticipo di un’ora. Mi capita sempre. Mi tranquillizza arrivare in anticipo. E mi regala tempo: così posso guardarmi attorno, mi piace e mi sorprende la gente che viaggia. Alla stazione di Firenze, a meno di non avere tessere magiche – a caro prezzo, il mio amico PierGianni ce le ha – non ci sono luoghi dove sedersi. Per sfidare i borseggiatori, ai binari può arrivare solo chi ha un biglietto. Non è così vero: ai varchi, non mi hanno quasi mai chiesto se avessi il biglietto o meno. Una volta passai tranquillamente e fermarono il ragazzo nero dietro a me. Che era ben più elegante di me, ma aveva la pelle di un altro colore. Mi fermai a guardare sorvegliante e ragazzo, ne ascoltai la discussione. Sarei dovuto intervenire. Non mi spostai di un millimetro e l’uomo in divisa mi guardò di sbieco. Lasciò passare l’uomo.
Quando viaggiai a piedi, mi ero portato dietro, al solito, un sacco di roba. Dopo due giorni, feci un pacco e rispedii a casa libri e vestiti. Fra loro il mio ‘diario’ transizionale. Non mi sentii più leggero, ma lo ero.
Cosa si porta per un viaggio di un mese? Quante camicie? Che scarpe per Venezia – già tempo di dire che vado a Venezia – quali libri? Alla, alla fine ho dimenticato proprio ‘Favola a Venezia’. Prometto di ricomprarlo, non posso vivere senza Corto e Hugo. Ai ragazzi dei Comics chiesi se conoscevano Corto Maltese: mi guardarono con indifferenza. Non ho ancora guardato un video su Venezia che ho scaricato un mese fa. Rinvio sempre.
Riesco a trascinare lo zaino troppo pesante. Per fortuna ha una scomoda cinghia che si incrina nel tentativo di non far deragliare le rotelle. Ricordo quando portai questo sacco sul selciato di un villaggio andino. Ha davvero trent’anni, in Nicaragua si aprì e ne uscirono i vestiti. Trovai un calzolaio che me lo ricucì con una grande pezza di pelle. Un lavoro magico, guardavo il fiume mentre lui lavorava e la moglie mi offrì acqua fresca. C’era odore di cuoio nella sua bottega ai confini con il Costa Rica.
Adesso, lo zaino ha un bel buco sulla schiena.
Con uno sforzo che fa tremare il mio ombelico, salgo i gradini del treno. Affollatissimo. Trascino lo zaino fra i sedili. Un ragazzo mi dice: più avanti c’è uno spazio per la sua valigia. ‘Provo ad arrivarci’. Ci arrivo e poi mi siedo accanto a una ragazza gordita che mi cede il suo posto e non solleva la testa dal cellulare.
Ho sempre da fare, con il Mac. Ho tolto le foto, per avere un minimo di spazio e spero che mi ricorderò dove le ho messe. Devo rispondere a mail. Ho mille scadenze e impegni. In realtà sono due o tre, ma a me sembrano mille. Non ricordo il volto di nessuno dei miei compagni di viaggio. Troppo veloce, questo treno. Non fai in tempo ad aprire un libro. Anche perché io ho sempre bisogno di un’attesa e poi ci sono i social. Come fai a non leggere quello che oggi hanno scritto Gabriella o Adriano? ‘Dovresti farlo’. C’è quasi un rituale prima di cominciare a scrivere, ma lo rivelerò solo quando riapparirà ‘Cambio di stagione’ di Gianni Riotta.
Tiro fuori il piccolo Brodskij. Mi identifico (perdonatemi: anche lui venne in ‘residenza’ a Venezia. Fino a esserci sepolto). Da anni posseggo ‘Fondamenta degli incurabili’, ma mai l’ho letto. Ecco, ho bisogno di auto-coinvolgimento.
Mi preparo per tempo per scendere a Padova. Mal me ne incolse: il treno è iperveloce e io traballo, la gamba mi spaventa, mi aggrappo a un maniglione e spero che il femore resista agli sbandamenti. Guardo il volto devastato di un uomo delle pulizie.
A Padova, sono il primo a scendere e una donna anziana, con una stampella, mi vede in difficoltà e mi aiuta a sollevare lo zaino. Atterro sulla banchina. Cerco l’ascensore. Ricordo la prima volta che venni a Padova: c’erano Ciccio e Giancarlo ad aspettarmi, con i loro sorrisi a prendermi in giro.
Ora c’è PierGianni che, tanto per rendermi facile la vita, mi chiama tre volte mentre sono in equilibrio con lo zaino. Non immagina che qualcuno possa viaggiare su ‘Italo’. Chissà perché? Si fa trovare davanti alla porta dell’ascensore. E comincia a comandare. Ci litighiamo lo zaino: lo vuole portare lui (che è più vecchio) di me, io glielo impedisco. Ci strattoniamo il peso, lui si impossessa dello zaino ‘piccolo’ e ugualmente pesantissimo.
PierGianni ha le chiavi di un garage a due passi dalla stazione. Nella strada dei migranti, dei nigeriani, dei cinesi, degli sgangherati. Noi, anime belle e benpesanti, crediamo che sia una via malfamata, i suoi frequentatori non fanno niente per smentire, i ragazzi siedono per terra con bottiglie di birra attorno e si passano spinelli vari. E tu pensi: anche qualcos’altro. Qui ha sede Banca Etica (ce lo vedreste Unicredit aprire una filiale in questa casbah non troppo allegra? Perché uso il termine casbah: questo rettangolo di strada assomiglia a una periferia) e la mensa per i senza fissa dimora: le Cucine Economiche Popolari. Ho scritto su entrambi questi luoghi, ho scritto su questa strada, l’ho visitata con un ragazzo nigeriano, sono stato fra le suore delle Cucine Popolari, vi ho persino visto un bello spettacolo teatrale di un gruppo pugliese: oddio ho dimenticato. Ecco, ricordo: scelsi di andare a vedere ‘Filottete dimenticato’. Ho davvero dimenticato, ma scavando nei labirinti, mi torna in mente l’arciere che possedeva l’arco di Ercole (l’ho letto su wikipedia). Ne ho un bel ricordo. Gli attori erano di Barletta, mi ripromisi di andare a conoscerli. Non è accaduto. Sono il Teatro dei Borgia.
Avevo chiesto a PierGianni di portarmi a cena. Come se non sapessi come andava a finire. Sprenota, senza imbarazzo, un ristorante e entra in un altro che incontriamo lungo la strada. Scelta infelice, un passo da Duomo, non ne ricordo nemmeno il nome. Luogo piccolo, che sarebbe piacevole se fossimo in tre, ma siamo in quaranta e le voci sono il rombo di un aereo in atterraggio. Insopportabile. PierGianni insiste che beva. Mezzo litro di prosecco dopo mesi senza bere. Mi perdo. Troppo caro questo posto, quarantasei euro.
A notte, barcollante per il vino, mi appare il Duomo, con un cielo da commovente ‘ora blu’. E’ appena piovuto
PierGianni vuole portarmi fino a casa di Daniela, vuole salire, io difendo la mia fatica dello zaino. Sono sempre folli le ore con il mio amico. Questa volta ancor di più. Ne esco stremato. Forse felice. Forse.
Comincia così ‘MaterVenezia’.
(non ho nemmeno scattato foto)





