Andrea Semplici
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Lisetta Carmi, perdonami, non sono venuto a trovarti

 

Volevo andare a trovare Lisetta. Sapevo dove abitava nell’ultima delle sue cinque vita. Non bisogna mai esitare o rinviare. Non sono andato a Cisternino. Mi sarebbe bastato vederla. Non è accaduto. Lei a 98 anni, nel 2018, se ne è andata. Dicono che non mi avrebbe mai ‘ricevuto’. Ma credo semplicemente di non aver avuto il coraggio.

Conosco le sue foto. A volte credo di conoscerle da sempre. Ma non sapevo delle sue foto a colori e mai le avevo viste. Alla fine, grazie a Lorenza che mi ha convinto ad andare a villa Bardini, splendida costruzione verso il Forte Belvedere, panorama perfetto su Firenze, ultimo rifugio della mostra delle fotografie di Lisetta Carmi che da alcuni anni viaggia per l’Italia. Giornata di pioggia, pochissimi visitatori, lascio lo zaino con la sciarpetta del Napoli dietro il bancone della biglietteria. Non paghiamo l’ingresso: tesserino dei giornalisti, bollino del 2023 (privilegio superstite e immeritato).

Ho la macchina fotografica. E non la uso. Pigrizia, mi rifugio nel cellulare? No, non so quale sia la ragione.

Posso pubblicare le foto delle foto di Lisetta? Non so nemmeno questo, a furia di avvertimenti, sono diventato pauroso e allora rintraccio una formula. Questa: Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941. Leggo la data della legge: 1941. Possiamo cambiarla? Siate clementi se commetto qualche ingiustizia. Mi piace sbagliare.

Cosa mi intriga di Lisetta? Ho solo l’immagine di lei quasi centenaria, nella mostra ne trovo altra, pubblicata qui sopra. Non credo che fosse una donna fragile. E poi le vite, le vite alle quali si è abbandonata. Scrivo senza saperne nulla e a distanza di giorni dal mio passaggio per Villa Bardini. Passo al ‘tu’, parlo con lei.

Non sono riuscito a trovare una tua immagine giovanile. Famiglia agiata, famiglia genovese, profonde radici ebraiche. Non posso farlo, Lisetta è stata costretta all’esilio dal fascismo.

Fra i tuoi maestri, Franco Fortini. Le lezioni di piano di Alfredo They. Il pianoforte. Gli anni da pianista.

Non vorrei seguire wikipedia, ma sono obbligato a farlo. Raccontano che nel 1960 volevi andare in piazza contro i fascisti che stavano per tornare al governo dell’Italia. Il tuo maestro non volle saperne: non potevi rischiare le tue mani negli scontri che ci sarebbero stati in piazza De Ferrari. Dicono che gli replicasti che se le tue mani erano più importanti del resto dell’umanità avresti smesso di suonare il pianoforte. Leo Levi, musicologo affascinato dalle sonorità ebraiche, ti chiese di seguirlo in Puglia e nell’accettare il suo invito ti comprasti una Agfa Sillette e nove rullini fotografici. Il Dio della fotografia ti osservò incuriosito e ti seguì in quel viaggio. Hai spiegato: ‘Se sai suonare uno strumento puoi fare qualunque cosa nella vista. Perché la musica ti dà un’anima’. E tu, Lisetta, sei rinata a una nuova vita nella fotografia’. 

E dai, smettila di copiare da testi sempre uguali. Cosa ti ha colpito in questa mostra?

Ho smarrito gli appunti.

 

Non conoscevo le sue foto dell’alluvione fiorentina del 1966. Immagini che, in questi giorni, sono tornate vive e riapparse davanti gli occhi. Io ricordo l’acqua che tentava di scavalcare la salitella finale di Borgo Pinti per raggiungere i viali. La nostra casa si salvò per trecento metri. E Lisetta mi mostra le mele intrise di fango che galleggiano nella melma. Una macchina rovesciata dalla potenza dell’onda: leggo la sua targa FI 265045. A chi apparteneva? Un tramviere con lo sguardo da tramviere e un uomo con un fiasco (un fiasco con la paglia) che raccoglie acqua potabile. Foto scorrette, capaci di raccontare i dettagli di una vita quotidiana sommersa.

 

 

E poi: le immagini della metropolitana di Parigi nel 1965. I volti di donne, ragazzi, uomini su vagoni. Penso che oggi noi non possiamo pubblicare queste foto. Lisetta non immaginava che ci sarebbe bisogno di una liberatoria. La privacy assomiglia a una censura, a un tappo davanti all’obiettivo. Come rendere la realtà della vita quotidiana se non puoi vedere gli sguardi e le rughe dell’umanità.

La musica, la prima vita di Lisetta. Avevi abbandonato il pianoforte. Avevi scelto una sua libertà, Lisetta. Ma non si smette di essere una pianista se non fai più concerti. ‘La musica è la forza divina che ha sempre guidato la mia vita’, hai scritto. Adesso sei una fotografa. Un ultimo omaggio a Luigi Dallapiccola. Il quaderno musicale del maestro, scritto come dodecafonia, scritto arrampicandosi in una salita impervia, diventa una grande prova fotografica. Avresti dovuto mostrarlo a Ezra Pound, Lisetta. Vai a trovarlo, vai a trovare il suo genio, talmente immenso da smarrirsi, e lui non ti dice una parola, rimane lì per il tempo di venti scatti. Lui è altrove e non so dove tu trovi il coraggio di fotografarlo. Lo afferri attraverso una lente capace di arrivare nel suo altrove.

 

 

E poi ci sono i sei anni di Via del Campo, ‘quella’ via del Campo. Fabrizio ha visto i tuoi scatti? Sì, entrambi conoscevate bene ‘la Morena’. ‘Massaia, nutrice, padrona di casa, con una serva (uomo) al suo servizio, desiderosa di farsi monaca’. Era quella che il vecchio professore andava cercando? Sì, è lei. E’ lui, ne sono certo. Sei anni con i travestiti, sei anni da quella festa per il capodanno del 1965. Fu un’amicizia fra la fotografa dalle radici ebraiche e il mondo folle dei vicoli di Genova. I travestiti (fino ad allora visibili solo davanti ai portoni delle loro camere) divennero ‘visibili’. Il mondo borghese non volle vedere lo stesso e cercò in tutti i modi di impedire che le tue foto diventassero pubbliche. Le tremila copie stampate vennero vendute nel giro degli amici. Eppure, eccole qui: in una mostra che sta portando i travestiti in mezza Italia e ora, a sera, escono dalle foto e si godono il panorama fiorentino dai terrazzi di Villa Bardini. Hai scritto: ‘I travestiti mi hanno aiutato ad accettarmi per quel che sono: una persona senza ruolo’. Ciò che è maschile può essere anche femminile e viceversa.

Il panorama di Firenze da Valli Bardini

Che strano sapere che una parte di queste foto appartengono oggi alla collezione di Banca Intesa. Che questa mostra è finanziata da una banca. Come avrebbe reagito il suo direttore se Lisetta si fosse presentata da lui nel 1969.

Un cartellino raccomanda di un aprire le persiane. Per la luce? O per la paura che la bellezza di Firenze potesse distrarci?

E poi c’è ‘il lavoro’. Anzi, i lavoratori. I camalli del porto, i leggendari camalli, uomini della fatica. Gli operai dell’Italsider nel loro inferno di fuoco. Gli uomini (e per la prima volta, le donne) che lavorano il sughero in Sardegna. Il lavoro, maledetto lavoro. La polvere che rovina i polmoni, il fuoco che corrode la tua pelle, le mani graffiate con violenza. I lavoro e tu, alta un metro e cinquanta, in mezzo a loro con la macchina fotografica. Aveva ragione Mario Dondero, quando diceva: ‘Le foto vanno scattate ad altezza delle margherite’. Mi impressiona la foto di un operaio dell’Italsider in mezzo a una eruzione di scintille incandescenti, ma ancor di più quella di un camallo appoggiato a una pala, affranto dalla fatica, in una nuvola di polvere di granaglie. Penso anche che tutti quelli raffigurati sono morti.

Fra le foto che ho scattato (con il cellulare) c’è una scritta: Passeranno i mattini/passeranno le angosce/non sarà così sempre/ritroverai qualcosa. Controllo: è Pavese. In realtà è:

Passeranno i mattini,
passeranno le angosce,
altri sassi e sudore
ti morderanno il sangue
– non sarà cosí sempre.
Ritroverai qualcosa.

Poi le foto delle donne. C’è sempre qualcosa di imperfetto nella foto di Lisetta. In questo sì, mi ricorda Dondero. Sono ‘inesatte’, scartavetrano le regole della fotografia. Non c’è estetica. C’è la bellezza reale, quella che, nei tuoi giorni, ti passa davanti agli occhi. C’è empatia. E questo si vede. Salgado, per esempio, non è così: lui è perfetto, perfino quando un cavatore d’oro si ribella a un soldato, c’è una estetica perfetta. Lisetta e Mario Dondero sbagliano, perché la vita è un errore. Ed eri tu a comandare la macchina, non il contrario.

 

Sono stato diverse volte al cimitero genovese di Staglieno. Per De Andrè, per Carlo Giuliani, perché mi piacciono i cimiteri. Non avevo capito ciò che ora Lisetta mi mostra: questo è l’autoritratto per l’eternità di uomini alteri, dai baffi a manubrio che, nell’al di à, voglio abbracciare giovani corpi di donne nude. Lisetta ha intitolato queste foto: ‘Erotismo e autoritarismo’.

Troppo facile finire con foto che non avevo mai visto (censura? Ma non non conoscevo nemmeno le foto a colori dei travestiti). In una piccola stanzetta, uno spazio un po’ trapezoidale, ci sono le foto del parto di una giovane donna. Un lavoro commissionato sugli ospedali. I medici, eccezionalmente gentili, donano a Lisetta una visuale frontale, completa delle fasi della nascita del bambino. Lisetta, che non ha avuto figli (credo), si mette davanti alle gambe aperte della donna, non cambia mai posizione e segue l’uscita del bambino dall’utero della donna. Nelle foto si vede, come mai si è visto, la fatica della donna e quella del bambino. Si vede quanto è duro il voler vivere. È come un alpinista stremato che, ancora un metro, deve tirarsi su per raggiungere la vetta. Non è un momento di felicità, è un travaglio: fai quello che deve essere fatto senza pensarci. Vorresti solo lasciarti andare e invece nasci. Vuoi nascere. E tu, madre, vuoi che nasca.

 

Entra una ragazza, ventiquattro anni (?) e ha un moto di disgusto, di spavento, giurerei che sta stringendo le sue cosce. Come non volesse sapere di avere un organo genitale sotto i pantaloni. Come se avvertisse ora una paura futura. La guardo, non so cosa dico perché si volti verso di me, perché si distragga, perché trovi una lievità. Non so nemmeno cosa ci diciamo, ma nessuna banalità. Adesso lei è ipnotizzata non riesce a staccare gli occhi da quella testa che si fa largo, come un palombaro fra le cosce di sua madre. Fra le tue cosce. Non ci metto molto a scoprire che sei del Sud, che studi a Firenze, che sei di Altamura e che almeno un amico in comune ce lo abbiamo. Che stolto, non ti chiedo come ti chiami e non so come ritrovarti. Però sono felice di averti incontrato.

Fine.

 

Manca la quarta vita, anche la quinta. Se ho ben fatto i conti, manca il cammino spirituale, mi ostino a pensare che una donna dalla forte identità ebraica (e per questo vicina alla lotta dei palestinesi per la loro libertà) tutte queste vita le abbraccia con la musica e la fotografia. Il maestro indiano Babaji le ha aperto le porte di una nuova vita e lei entrata nel suo ashram con tutta se stessa. La spiritualità è nelle sue foto, non ho mai sentito suonare Lisetta (‘Suonare Forte’, si chiama la sua mostra), ma ne intuisco l’incanto divino. Lo stesso che scorgo nelle sue fotografie così concrete (gli operai, i travestiti, la partoriente…). Negli ultimi anni, Lisetta ha vissuto a Cisternino, fuori dall’ashram che aveva creato, dedicandosi alla calligrafia cinese e acconsentendo che le sue foto fossero mostrate a chi ne veniva incuriosito.

La mostra ‘Lisetta Carmi. Suonare Forte’ è aperta a Villa Bardini fino all’8 di ottobre a Firenze. E’ curata da Giovanni Battista Marini, che ha in cura l’archivio di Lisetta. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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