La penisola di Premantura/That’s the end

That’s the end. Non è improvvisa, sapevamo che doveva finire. Non vi aspetterete mica un tramonto sul mare, il fulgore delle stelle e una vela bianca proprio sulla linea dell’orizzonte? No, non è degno di voi, le storie finiscono, come sono cominciate, anche se le gambe vorrebbero continuare all’infinito, temono già le sedie e i pochi passi quotidiani. Mi è venuto in mente: ‘ottanta voglia di raccontare’. Come suona se dico ‘settanta voglia di camminare’?

Non ho mai portato in fondo un cammino. In realtà non ho mai finito proprio niente. L’ultimo passo non lo voglio compiere (e quasi sempre salto il primo o esito a lungo prima di farlo). Non è (quasi) mai accaduto: ricordate Tiziano che sale su un aereo dopo un anno passato a piedi per dare retta a un indovino? Ecco, se lascia qualcosa di incompiuto, ci sarà un momento in cui forse ritornerai. Forse. Un momento in cui ti riappropri del tuo destino e sei tu a decidere. E ‘se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito’. Insomma, quest’ultima tappa del cammino istriano è un po’ così: bella, certamente, ma senza l’attesa e l’asprezza del Carso. Una sua bellezza stucchevole, un po’ melensa, una Ferragni-Biancaneve, insomma. Ma dietro il volto angelico potrebbe nascondersi qualcosa di interessante. Va beh, andiamo. Pigramente. Carla non cambia passo, io se potessi avanzerei a passettini di un centimetro.

Scendiamo verso Premantura. Strano nome, paese di ottocento abitanti, chi lo ha fondato amava il mare e la campagna. E si intrigava per la sua singolarità. Commise un errore: non aveva pensato che un posto simile avrebbe sempre attirato ambizioni, mire, avidità, invidie. Solo nel secolo scorso, questa terra ha cambiato nazionalità ben sei volte. Destino delle terre di confine. E, infatti, anche i nostri passi vengono fermati, da un soldatino gentile, con il mitra attaccata al petto: ‘Dober Dan’ e con il dito indice della mano destra a indicare che da lì non si passa. Provo: ‘Voglio vedere quelle vacche’. Avevo letto delle vacche istriane. Il ragazzo sorride e insiste con il suo dito. L’altro è poggiato sul mitra. ‘Ok, buon lavoro’, volto la schiena al mitra. Ci sono manovre militare croate proprio sulla punta della penisola di Kamenjak, aerei passano a bassa quota lasciando un rombo di inquietudine. Pensi: qui nel 1908, si preparavano a una guerra che poi avrebbe travolto l’Europa, segnando il destino di sangue dell’Istria. Non è che adesso stiamo facendo lo stesso? La guerra ‘lontana’ non è mai stata così vicina.
Lasciamo Banjole con calma paciosa, seguiamo strada e piste ciclabili, parchi per bambini e corteo di statue scolpite con la pietra delle cave romane. Insomma, una passeggiata tranquilla, un po’ noiosa, aria da Riccione o Forte dei Marmi nei mesi dell’autunno. Cielo per la prima volta che esita a mostrarsi.

Cammino da domenica pomeriggio in un bosco piacevole. Famiglia con bambini in bicicletta e la più piccola cade davanti a me. Si rialza, si spolvera, si guarda attorno, arriva il padre: ‘Brava, brava…’. Lei capisce che può frignare un po’, con un lacrimone. Rimonta in bici. C’è un uomo grande e grosso strizzato in una maglietta nera che va in cerca di asparagi e un altro ciclista che affronta la strada con piglio da supercampione di mountain-bike. Andiamo in cerca di fossili e di bunker. Troviamo il bunker. Girelliamo, insomma.

C’è la grotta scavata per proteggere uno ‘specchio riflettente’. Un riflettore autro-ungarico puntato verso il cielo per ingannare gli arei italiani. Insomma, voleva nascondere Pola alle incursioni italiane accendendo finte luci. Gli abitanti di Premontura si arrabbiarono non poco, correvano loro il rischio di essere bombardati. A Pola c’era la marina austro-ungarica.
La grotta nasconde anche i fossili dei rudiste, bivalvi che vissero stagioni di gloria all’epoca del Cretaceo per poi estinguersi in santa pace, lasciando tracce nelle rocce.

Un cimitero annuncia di nuovo la strada asfaltata. Siamo a Premantura. Supermercato, birra, bar. Niente ufficio postale, l’ultima speranza di trovare francobolli è svanita. Un vecchio, la mia età, ci saluta: come molti indossa un grembiule azzurro intenso. Un altro vecchio si appoggia a una stampella e cammina con un giglio in mano.

Entriamo nel parco di Kamenjak. Il cartello in croato e inglese ci dice delle manovre militari. Si scusano del ‘disagio’. Nessuno ci ferma. Andiamo, cammino centrale, un po’ spostato verso ovest. Abbiamo tempo. Ci facciamo distrarre e accalappiare dai dinosauri. Meglio da una freccia che ci dice: per là, e troverete le tracce dei dinosauri. Dai, scendiamo. Parco giocoso e ci conduce al mare, a lastre-scoglio in cui godersi il sole, che ha deciso di mostrarsi. Dicono che ci sono impronte di dinosauri. Dicono…
Sull’orizzonte il faro di Porer, scopro che ci si può dormire (70 euro, fuori stagione, minimo tre notti). Costruito nella seconda metà dell’800. Mi fa sorridere la descrizione di chi vuole affittare gli appartamenti sotto il faro: un minuto per percorre l’isola da capo a capo. Ma è un cerchio…va beh, la sfida è, rimanere a Porer per un mese e ogni giorno tenere un diario di quel che accade.
Adesso è davvero finita. È bellissima la piccola baia di Polje. Casette-magazzino di pescatori, una famiglia alle prese con un fuoco e salsicce da grigliare, un cane che saltella, turisti del giorno su una bella barca in legno con tanto di cuoco e bella guida. C’è la fattoria Istriaska, un ragazzo cingalese, una eccitante coltivazione di cipolle (grandi, buonissime) e belle bietole. Chiusa. Questo è il confine militare, qui c’è il soldatino con il mitra e vacche accucciate.
That’s the end.
Un’ora e mezzo dopo, mentre camminiamo a risalire la penisola di Kamenjak, arriva Alessandro. È sceso da Trieste per riprenderci.
Meno di due ore per risalire il triangolo istriano. Avevamo impiegato otto giorni a ridiscenderlo.
That’s the end.


