Andrea Semplici
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Che cosa si fa al mare?

Da quanto tempo non vedo il mare?

Oppure: da quanto tempo non vengo al mare? Cosa si fa al mare?

Il mare come il sesso, probabilmente.

Leggo Pietro Grossi (una sorta di leggera invidia, quasi ‘erotica’, direbbe lui, per la sua ‘alta competenza’ e per la sua biografia), scrive di mare, ha un quarto di secolo meno di me. Il mare, lui scrive, ‘elimina i pensieri inutili’. Ma Pietro ha in mente i mari groenlandesi, i confini artici, non mi sembra che parli dei ‘Quaranta ruggenti’, lo farà altrove, non nell’articolo che ho letto. La sua non è filosofia, ma un’idea concreta, fisica. E’ certo: noi non discendiamo dalle scimmie, ma siamo nati in acqua. Non potevamo tenerci le pinne?

Mia madre detestava il mare, quindici giorni a settembre, perché così consigliava il medico. Controvoglia, mi traslocavano in Versilia. Pensione Paolina, che magari c’è ancora. Due strade lontane dalle spiaggia. Bagno La Pia. Viareggio. Io facevo dispetti ai tavoli. Ci sono solo le foto che cercano di dimostrare che mia madre mi portava al mare. Non è stata un’educazione anfibia, la mia. Non è stata un’educazione. Mia madre, alla piscina Costoli, litigò di brutto con l’istruttore di nuoto perché mi maltrattava. Tra me e l’acqua ci sono questi anni. Piccoli, indelebili traumi. Irrilevanti, tutto sommato.

Mi piace quanto spiega Pietro: l’acqua è libera di muoversi, non è costretta a una forma prefissata, ma allo stesso tempo le sue molecole, libere, si sentono, vogliono, essere legate fra di loro. Deve essere bello sentirsi legati e, comunque, liberi.

 

Certo, qui, Marina di Montenero di Bisaccia, solo a scriverlo su una cartolina ci vuole uno spazio: questo non-paese è nato per la transumanza di chi fa le vacanze. Non trovo la piazza, hanno dovuto farci una chiesa, isolata fra le canne, dalle architetture sghimbesce,  c’è un lungomare con le palme, finisce contro una muraglia di pietra. Al mare c’è la brezza (e il bar ‘brezza di mare’, come a Tangeri, come a Gibuti, manca Corto Maltese e la bettola dancala). Qui non ci sono i tramonti, se domattina mi sveglio presto, ci sarà l’alba. Lei ci sarà sempre, anche se non mi sveglio. Stasera c’era una scheggia di Luna e Giove al suo traino. Dalla pizzeria uscivano armati di cellulare per fotografare la luce nel pastello di un cielo arrossato e il profilo degli alberi della barca.  Mettevano in posa la figlia bambina. Mentre l’uomo del ristorante cercava di convincere, con sorrisi e inviti, i passanti a offrirsi una cena. Due camerieri vestiti di nero percorrevano chilometri, il pizzaiolo, con pancia rituale e baffi, cercava di arginare, con esperienza, i fogliettini delle comande che si moltiplicavano attorno a lui.

Vorrei essere stato al posto delle due ragazze che guardano la notte. La foto non rende giustizia, erano in un’ombra. Troppa sensibilità dell’Iphone. Il mio non sapere.

Che cosa si fa al mare? Ci si stende su una sdraio, alcuni la portano da casa. Ho visto una ragazza affondare nella sabbia una sorta di trapano per scavare il buco dove infilare l’ombrellone. Al mare si sta in piedi con l’acqua ai ginocchi e le braccia conserte. Carni antiche, molli, dimenticate, bianche. E si chiacchiera. Stamattina ce l’avevano con il presidente che rivendicava a sé il diritto di concedere o meno la grazia al gioielliere che ha sparato a un rapinatore in fuga. Devo pensare che serva a questo la pistola che il premier turco ha regalato ai leader europei una settimana fa. Che c’entra tutto questo con il mare? Apprendo: sei milioni di italiani hanno dato un’occhiata al reel del gioielliere. Il perdono ha bisogno di un pentimento, credo. Si può perdonare a sé stessi?

Nella notte mi viene voglia di giocare a biliardino. Il biliardino resiste alle tecnologie. Credo che sia una buona notizia. Bisogna essere in due. E questa notte non c’è nessuno qui attorno. Il biliardino è un invito. Un presidio. Nel lungomare. Qui finisce il viale alberato. Ruoto la manopola.

Mezzanotte. C’è sempre una musica di sottofondo. Proviene da piscine aperte fino alle una e trenta. Arriva dai bar. Ragazzi seduti sulle panchine. Qualche gruppetto di adolescenti, specializzati in male parole: cazzo, vaffanculo…male parole? Nella bocca della ragazzina hanno il sapore di una strafottenza di un affacciarsi alla vita che si pensa adulta. Ripete di continuo: ‘Ma che cazzo vuoi, tu?’. ‘Non mi importa una cazzo’. ‘Dove cazzo stiamo andando?’.

Mattina. Comincia il lavoro. La vecchia maglietta dell’Inter: dove l’hai trovato, ragazzo? Parlano arabo, parole che raschiano nella gola, graffiano la pelle. Mi piacerebbe capirle. Ho il timore che non ce la farò. Mi piace la maglietta nerazzurra di Adriano. Quanti secoli fa, Adriano giocò in Italia? Il padre tira il carretto, la madre cerca di tenere in equilibrio i sacchi celesti. Stanno andando a montare una bancarella?

C’è sempre una medusa che non ce l’ha fatta

E ci sono le impronte.

Un campo di pallavolo usato.I segni effimeri sulla sabbia, le orme dei piedi, la medusa spiaggiata che si liquefa al sole, creatura di gelatina. I passi del piccolo uccello. Microcosmo. Un mondo ai margini, lascia solo impronte. O, forse, abbandona nell’aria anche quanto è avvenuto. Ci sono ancora i ragazzi che giocano a pallavolo, la medusa è sensuale nel suo mare, l’uccelletto andava in cerca di qualche insetto. E l’insetto? Le sue tracce sono impercettibili.

La coppia all’alba. Al mattino le coppie antiche, prima che arrivi il caldo profondo, passeggiano sul bagnoasciuga. Costumi a contenere un corpo vecchio. I sandali in. mano. Sfiorarsi. Aggiustarsi i costumi di una preistoria vissuta con tranquillità. L’idea della vacanza. Invecchiare assieme. È bello, no?

E’ andata bene, vero ragazzi? Come è andata? L’amore in spiaggia, di lato a un patino, già quasi nudi, pantaloncini corti, maglietta che lascia scoperta la pancia, le mani, morbido, e tu, Samuele, hai un preservativo in tasca. Oppure, ancora più bello, vi siete fermati alla farmacia. In silenzio. Come comprare le sigarette. Meno pericoloso. Frugarsi nei costumi, pelle di sale, i peli, l’emozione di sfiorarli, davvero posso?, la curiosità, la pulsione, non capisci bene cosa sta accadendo, il corpo si modifica, diventa umido, duro, beato te, ragazzo, le sue mani, beata lei, con l’esperienza delle prime volte, per questo ami l’estate, la spiaggia, il rivelarsi senza nascondersi troppo, attenti ai rumori, ai passi, ai fruscii, la sabbia sulle cosce, tirarsi su le mutande, sentirsi appiccicosi, per il sudore, per l’emozione, per lo sperma sempre così inatteso. Non fatevi la doccia prima di andare a letto. Guardatevi allo specchio. Sei diventato bravo ad aprire la confezione di Durex.

In viaggio in. autostop per la Cornovaglia, cercavamo un preservativo. Come si dice in inglese? Non mi viene in mente nemmeno oggi. Fosti tu a trovare la parola: ‘Durex, si dice Durex’. E c’era questo sorriso privo di ogni timidezza e pudore.

Forse dovrei raccoglierlo e gettarlo nel contenitore della plastica.

Già in acqua alle sette del mattino. Tre ragazze. Due davanti, l’altra qualche passo indietro. In acqua. Ma qui il mare non scende, cammini per minuti e minuti e ancora l’acqua non raggiunge il tuo culo. I vestiti lasciati in bilico sulle aste degli ombrelloni. Le racchettine, dal mare guardate i vostri vestiti: c’è sempre il timore che ci sia un piccolo furto. Dove avete nascosto il borsellino? Una bella mattina, siatene consapevoli.

In attesa. L’ombrellone è abbastanza fedele. Aspetta. Non c’è stato vento, nessuno si è portato via la vecchia sdraio, la tela è stata ripiegata e imbustata. E’ paziente l’ombrellone, si prende una notte di riposo prima di allargare le sue ali protettrici. Questo è il tuo posto fisso? Vieni sempre qui?

In attesa. E poi l’attesa collettiva, le sentinelle degli ombrelloni hanno già aperto le loro cupole. Pronti ad accogliere i bagnanti. Hanno lasciato ciambelle, materassini, giocattoli, sacchettini. Avete combinato qualcosa stanotte? Aria immobile e bella. Prima che si apra la porta del teatro balneare. Vedo che i ragazzi al lavoro per preparare la scenografia della spiaggia sono africani. I bianchi esperti stanno sui trattorini che trasformano la sabbia in tavolo liscio. La sensazione di lasciare per primo la forma del piede. Dove hanno dormito i ragazzi dell’Africa? Il mare, alla fine, li ha portati su una spiaggia. Paradossi.

Perché? Vuol dire che è un confine? Fra un padrone e l’altro? Oppure avverte: se spostate, si apre una voragine e la sabbia scompare in una fossa. No, deve essere un cippo che indica un proprio territorio e lo distingue da un’altro terreno di influenza.

L’antico patino. Mi ricorda Viareggio. E’ parcheggiato qui perché ‘non si sa mai’. Oppure è solo vintage che, anche in questa modernità, ci ‘sta bene’. Ricordo come il patino volava sulle onde per un soccorso. I bagnino in piedi che controllava i remi e i balzi.

Che cosa si fa al mare? ‘L’estasi della prima volta’.

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