Andrea Semplici
EritreaRacconti di viaggio

Antiche storie/Eritrea, un tempo Massawa…

Non andava volentieri a quel mercato. E poi, tutte le domeniche. Greta era infastidita dalla gente. Sua madre correva da una bancarella all’altra. E lei non vedeva altro che le gambe delle persone. Ma anche Greta, alla fine, trovò una ragione per quel tormento domenicale. Un piccolo motivo, ma sufficiente per un briciolo di felicità: la locomotiva. Al ritorno dal mercato, Greta e la madre camminavano lentamente per viale Trastevere. E si fermavano sempre davanti a quella vecchia locomotiva. La bambina guardava trasognata quel ferro nero, quelle ruote rosse, quella piccola campana dorata. La madre raccontava di un viaggio: ‘Sono stata, sai, su un treno trainato da una locomotiva come questa. Anzi, forse era proprio questa’. Greta confondeva le parole della madre con i rumori della strada. Anche la madre si perdeva nei suoi ricordi.

Qui è bello. Fa caldo. Anche troppo. Ma che cielo stupendo! Perché sono qui? Dovevo prendere un treno. Scappare dall’Italia. Qui é passata la mia famiglia. Dov’è la stazione?

Greta si sentiva una fanciulla, una bambina. Non riusciva a mettere insieme un pensiero appena più complicato. La sua testa, ubriaca di piacevole stanchezza, era capace solo di provare ondate di confusa felicità.

Ricordo: camminavo lungo le banchine del porto di Massawa. Adesso si poteva viaggiare liberamente per l’Eritrea. La guerra era finita. Era tempo di fare quel viaggio. Roma era diventata insopportabile. Come sempre, del resto. E quel treno continuava a correre nella mia memoria. Ma qui non c’è più niente, dove sono i binari? Devo salire su quel treno. È lo stesso di mia madre. Devo salirci sopra. Ma sui binari, oggi, si vendono sacchi di sale e sulle traversine sono distesi pesci a essiccare. I commercianti devono stare nascosti nelle baracche sbiadite dal sole accecante. Non si vede nessuno. Non si muove niente a Massawa. È un’ora balorda per girare. Ma non posso stare ferma, sono appena arrivata. Quanto tempo? Per quanto tempo ho sognato questo giorno, questo momento, questo viaggio. La stazione dei treni è marcita. Corrosa dalle piogge e dagli uragani. Dalla guerra. Dagli anni. I vagoni ci sono ancora. A decine. Ancorati a pezzi di binario. Oppure rovesciati sulla terra rossa. Le travi delle pareti di ogni scompartimento sono state usate per costruire baracche. Rimangono scheletri di ferro arrugginiti. Com’era diverso anni fa. Ma io voglio comprare quel biglietto. Viaggiare per l’altopiano in prima classe. E arrivare in quella città. Qualcuno potrebbe aiutarmi. Ci saranno ancora italiani in questa città distrutta?

La stazione era ancora in piedi. Non si poteva entrare. Un uomo armato era seduto davanti al cancello. Centro metri più in là, si apriva la striscia di mare della baia di Massawa, il bacino del porto e poi di nuovo la terra, le capanne di Edaga Berai, la città della miseria. Il tetto della stazione era crollato, le pareti sforacchiate dai proiettili, corvi volavano attraverso le finestre senza imposte. È come se il fuoco delle bombe divorasse ancora questo edificio sbassato. Lingue nere erano come ombre proiettate sullo schermo di quelle rovine. Camminai davanti alla cancellata della stazione. Andavo avanti e indietro. Non c’era nessuno per lo stradone principale di Taulud, l’isola ‘lunga’ di Massawa. Faceva troppo caldo e i colori avevano solo i riflessi di un pallore impazzito. L’aria pesante e i raggi del sole si trasformavano in una nebbiolina iridescente. La locomotiva era ancora lì: come sospesa su un piedistallo invisibile, come un cavallo imbalsamato. Una cattiva imbalsamazione: stava andando in pezzi, corrosa dalle piogge dell’inverno del mar Rosso, sfaldata dalle giornate roventi dell’estate. Da quanto non ruggiva più? Com’era più fortunata la locomotiva di Trastevere. Ma nemmeno la ruggine e il ferro marcito potevano cancellare quell’aureola che risplendeva attorno al camino della vaporiera abbandonata. Attorno a lei, ancora vagoni, vecchi carri merci che nessuno toccava più da anni. Erano stati riparo contro le pallottole, trincee, scudo di guerriglieri e difesa della gente di Massawa nelle giornate in cui si era combattuto dietro ogni casa della città. La voragine di una bomba rompeva il convoglio di quel treno fantasma che non era riuscito a lasciare mai più il porto di Massawa per arrampicarsi verso i cieli di cristallo dell’altopiano. La stazione era la prima cosa che volevo vedere in questa città. Forse l’unica. Girai la schiena a quel mio desiderio e, con fatica, attraversai la strada. Raggiunsi l’altra banchina di Taulud. Da qui si ammiravano le case della città turca, la vera isola di Massawa, la ‘perla del Mar Rosso’. Più in là sbucava dal mare, il punto verde dell’isolotto delle mangrovie a poca distanza dalla città. Qualcuno mi aveva consigliato quell’isola se volevo fare un bagno in santa pace.

Entrai all’hotel Luna. Un altro suggerimento di amici preoccupati per questo mio viaggio improvviso. Improvviso, un corno: tutto mi portava fino a lì, pensavo. Come se la mia vita, fino ad allora non fosse stata altro che il tentativo di approdare davanti a quella stazione fantasma. C’era una stanza libera. Stranamente. Mi aveva detto che il Luna era sempre pieno di cooperanti o uomini di affari. Non sembrava un grande albergo. Pareti celesti, odore di sugo per la sala da pranzo, un divanetto in pelle rossa con gli inevitabili buchi dai quali esplodeva gommapiuma corrosa. Dovevo passare solo una notte a Massawa. E, guardando le pale del ventilatore che giravano mollemente senza riuscire a intaccare la cappa del caldo torrido, mi ricordai di Filippo. Ero nella mia stanza. Greta si stese sul letto senza spogliarsi, la luce violava perfino le tende abbassate. Aspettava il passaggio delle pale del ventilatore per chiudere gli occhi e godersi il fremito dell’aria in movimento. La felicità pura non era ancora passata. Lasciò che tutto si impossessasse di lei.

Filippo è italiano. Per lo meno ha un passaporto italiano. Lui potrebbe fare qualcosa per me? Può far rivivere un desiderio? Ma cosa sto dicendo? Io sono qua per scrivere articoli, lavorare, produrre. Aspettano i miei articoli. Colore africano. L’antica colonia. Cosa vuoi di più? Ti mandano in un paese dove volevi venire e poi ti scopri senza il coraggio di partire. Ti hanno fornito ogni alibi possibile. Nessun sentimento, questo è un lavoro. Da fare. E in fretta. Per ritagliarsi qualche giorno di vacanza alla faccia del giornale. Non posso farmi avvolgere dai ricordi di una bambina. Ma da Filippo ci vado. Avrà conosciuto mia madre? L’età dovrebbe essere quella giusta.

Screenshot

 

Filippo. Come l’aveva descritto quella giornalista famosa? Un gigante nero. Un colosso sdentato sempre al lavoro dentro un antro da fabbro. Brava, brava. Ad effetto. Per questo lei è celebre. Per gli aggettivi. Ne metto anch’io. Filippo, lo trovo, è accucciato su una poltrona di plastica. Di quelle con i nastri. Che lasciano i segni sulle gambe nude. Entrai in casa sua. Avevo attraversato una lunga piazza buia. Cammina accanto al mare, aveva detto il cameriere del Luna. Pochi passi dopo, ecco il circolo dove i ragazzi di Massawa si raggruppano attorno a un vecchio biliardo italiano dal panno strappato. Il suono di una televisione rimbombava fin nella strada. La luce di una lampadina da pochi watt illuminava quel tavolo. Il mare, nero e invisibile, si intravedeva, oltre la sala del circolo. L’odore salmastro aggrediva con dolcezza. Nessuno sembrava degnarmi di uno sguardo mentre attraversavo la sala per fermarmi davanti al mare. Una bella immagine da Africa. L’attacco di un pezzo? Smetti di fare la giornalista. Stai cercando Filippo. Lui fa parte di te. Tornai indietro e uscii dal circolo. Filippo deve abitare oltre la piazza. Devo aver paura? Una piazza buia, una città di mare, un porto, una donna bianca. Via, sembro mia madre. L’ultima porta. È aperta, basta spingere. Non cigola. Un cortile. Forme di metallo. Un deposito di rottami. Frigoriferi. Una distesa di condizionatori, ventilatori, pale spezzate, casse sventrate, bossoli di bombe e, dietro a questa barricata di rottami, il riflesso azzurro di una televisione. ‘Scusi’

Ancora un passo, solo un passo. Poi me ne vado. Filippo dormirà.

‘C’è qualcuno?’

Che idiozia! Ecco l’uomo. La sua testa oscilla. Non dorme, ma la televisione rantola inutilmente. In inglese. Un bambino, bello come cucciolo di Dio, sguscia via. Mi guarda con occhi enormi. Filippo si gira con fatica.

‘Sono un’amica’

‘Aspetta che chiudo la televisione…’

‘Ma no…’

‘E’ una cazzata’

Si alza. Pigia un bottone. Tira via una cassetta dall’apparecchio. La mette in mano al bambino che corre verso l’interno della capanna. Stiamo parlando in italiano. Scema, cosa pensavi? Questo vecchio, nero, con una grande pancia, parla in italiano. È italiano. E io non mi stupisco. E lui non si stupisce di me.

‘Giornalista?’

Bene. Colpita e affondata. Sto zitta. Cosa fanno: lo scrivono in fronte il mestiere che facciamo. Mi guardo: pantaloni di tela, scarpe da ginnastica basse, una maglietta rossa. Come sarà stata vestita la giornalista famosa? Vengono solo giornalisti da Filippo.

‘Roma?’

‘No. Firenze’

‘Io non mi sono mai mosso da Massawa. Mai. Solo quando morì mio padre decisero di fare un funerale. Novanta macchine fino ad Asmara, ci andai anch’io. Ma venni via subito. Una birra?”

E andò in cucina. Io lo seguii. Tirò fuori dal frigorifero una lattina azzurra. La stappò e me la passò. Poi si mise a sedere. In mezzo alla cucina. Un tavolo di formica verde. Come quello della cucina di mia madre. La solita lampadina appesa al soffitto. Ehi, nessuna zanzara.

‘Non ti provare a fare domande. Sono passati di qui in mille. Tutti idioti. Per chi mi hanno preso? La guerra, la guerra, la guerra. Sai che ti dico? Era meglio la guerra che questa invasione di bianchi che non sanno che cazzo fare e vogliono raccontare a me come è andata. Anche tu vuoi fare lo stesso. Ma non ci riuscirai. Non me ne frega nulla della guerra. È finita. Sono più povero di prima. Questi sparavano. Io volevo solo scopare. E questi sparavano. Ma non avevano meglio da fare? E poi quando si rompeva un motore, un frigorifero non funzionava giù al porto o il colonnello soffocava dal caldo, da chi venivano? Da Filippo. Bravi. Bravi anche quegli altri. Facevano lo stesso. E io a sgobbare. E loro a sparare. E i soldi sono volati. Il mare si è anche portato via un pezzo di casa. Per fortuna ci sono questi bambini’. Filippo si alzò in piedi, è davvero un gigante. Un collo da toro, si tirò su i pantaloni corti, la pancia fece uno strano sussulto. Dalla fronte scendevano, due gocce di sudore grandi come una coccinella.

‘Portaci delle birre’, gridò nell’aria.

Ma non attese risposte. Entrò nella baracca. Io non avevo nulla da dire. Sentii che mi metteva in mano una lattina gelida.

 

 

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