Andrea Semplici
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Addis Abeba/Cera e oro

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I palazzi storti sono una meraviglia

 

Cammino per tutta la mattina. Da Sidist Kilo a Churchill Road. Cammino badando a non incrociare sguardi. Cammino come un abitante di questa città. Passi lunghi, senza esitazioni, si va a dritto, si scansa chi viene in senso contrario, non ci si guarda negli occhi. Cammino e scopro quanto non si vede stando seduti in una macchina. Faccio per la prima volta il cavalcavia pedonale di Arat Kilo. Gente dorme per terra avvolta nei loro scialli luridi. Cammino per un’ora. E nessuno si accorge di me. Forse ho lasciato indietro la mia pelle bianca. Cammino ancora. Arrivo a Meskel Square, soppeso ancora una volta i viadotti della nuova ferrovia urbana. Non ho la macchina fotografica, devo andare in troppi uffici e ogni volta sono storie. Qui, in questa spianata, un tempo luogo delle adunate e delle parate militari, si incrociano le strade aeree del futuro treno di Addis Abeba: i binari sono ad altezza delle finestre del terzo piano. Con una strana prospettiva sembra che piombino addosso a un grattacielo. Chi vive lì, ogni giorno, vedrà un vagone venirgli addosso.

Caterpillar
Caterpillar

Questa volta prendo un minibus. Gioco facile, la Bole Road è uno stradone a sei e passa corsie che se ne va dritto fino all’aeroporto. Io so che devo scendere a Fantu, un edificio dalle finestre rosse. Solo che mi incastro nell’ultimo sedile e non vedo un bel nulla. Conto: siamo in sedici qua dentro. E non conto i due seduti davanti. Tre birr. Il ragazzo si sporge dal finestrino e cerca nuovi clienti. Riesco a scendere al volo.

Poi ancora a piedi. Un’altra mezz’ora. Sono tentato di comprare un biglietto della lotteria. Nuovo incrocio. Altro minibus. Per Kazanchis. Casa. Ma questa volta sbaglio, non capisco il grido del ragazzo oppure lui mi inganna. Ma è puntuale nel resto. Fino al centesimo. Però il pulmino a un certo punto devia e mi porta da un’altra parte. Batto sulla spalla al ragazzo e mi fa scendere senza dire una parola. Cammino. Fino al distributore della Total, punto di riferimento. Sento le gambe indurirsi. Ho in mano spiccioli per i mendicanti, gli unici che stanno immobili al loro posto di lavoro.

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Vendo la porta della casa abbattuta per fare una rotonda

Cera e oro. Gold and wax. Un celebre antropologo, Davide Levine, anni fa raccontò dei contadini amhara e ne descrisse le tecniche per ingannare i potenti. La lingua amarica è complessa e tintinnante. Inganna. Può ingannare. La stessa parola può essere ‘cera’ e ‘oro’. Sem na work. ‘Non tutto è come sembra’, mi spiega una donna. Gli orafi nascondono l’oro sotto uno stampo di cera. I poeti, i cantastorie, gli azmari vagavano (e vagano ancora) per le strade irridendo, con giochi di parole, i padroni del mondo. Tutto diventa irraggiungibile. Gli etiopici amano la penombra. Ci sediamo in caffè bui, le tende sono sempre tirate, le luci basse, fioche, non si riconosco i volti, le chiese sono avvolte nel fumo degli incensi. ‘Attento – mi avverte un amico smarrito con felicità in questo mistero – E’ vero: i poeti usano il qene per nascondere quanto vogliono dire. Se hai orecchi allenati, puoi capire. Ma è altrettanto vero che queste parole sono anche un modo per chiarire, per illuminare, ti suggeriscono una strada. La chiesa ortodossa parla per analogie, il qene è uno strumento: ti guida attraverso il mistero. O l’indicibile’.

Il mercato di Shola
Il mercato di Shola

Mi guardo attorno. Un bus ha graffiato la fiancata di un minibus. Il traffico si paralizza, si accartoccia su se stesso, tutto diventa immobile in nuvole nerastre di smog. I due autisti discuteranno per ore, impassibili di fronte alla paralisi che hanno provocato. Le altre macchine tentano manovre da autoscontro. Ma nessuno sembra prendersela più di tanto. Il futuro è il presente e allora tanto vale starsene tranquilli. Cera e oro anche qui?

Il viadotto della ferrovia 'leggera' in Meskel Square
Il viadotto della ferrovia ‘leggera’ in Meskel Square

Sono a casa. Prato ben curato. Un orto con finocchi e insalate. Guardiano. Mamitè. Un piccolo cane. Via acciottolata, traversa di una strada più grande, l’Addis che non si vede. In un labirinto di vicoli di baracche (legno, lamiera, cicca, sterco, fango, paglia) vi è il mercato del berberè. Nuvole di farine e polvere piccante. Qui le donne vengono per comprare le dodici spezie che dovranno essere mischiate per preparare il berberè. Luogo nascosto. ‘Ho vissuto qui accanto per sei anni e non mi ero mai accorto di questo mercato specializzato’, dice un amico.

'Vendo carte telefoniche'
‘Vendo carte telefoniche’

Leggo un articolo ancora non pubblicato. Ci sono le parole di una canzone etiopica: ‘Non c’è una soluzione, tutto è diventato confuso. Il mio cuore ha cercato, ma alla fine è caduto in un buco profondo’.

Al crocicchio dell’incidente fra bus e pulmino gli autisti stanno ancora discutendo.

 

 

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