Sitges
Credo di ricordare: nel 1972, quasi alla fine del periplo in A112 e 500 del Mediterraneo Occidentale, il Maghreb arabo e le coste orientali della Spagna, approdammo a Sitges. Allora era ancora vivo Franco (‘C’era ancora Franco’, un regime in un solo uomo) e gli uomini della Guardia Civil con il loro cappello assurdo, ci incutevano timore. Possibile che dormimmo su una spiaggia? Su questa spiaggia? Sì, è stato sicuramente possibile, altrimenti perché avrei Sitges nella memoria? E questa spiaggia è riapparsa appena mi sono affacciato dalla ringhiera? Forse in realtà la mia mente crea ricordi che non sono mai accaduti. Avevamo vent’anni. Qualcuno di noi doveva pur sapere che, anche sotto Franco, questa città nascondeva desideri e avventure. Oppure, come in tutto quell’andare, fu una casualidad a decidere le nostre mappe.
Oggi anche la puntigliosa e algida wikipedia riconosce che Sitges è fra ‘le destinazioni gay e lesbiche’ più popolari dell’Europa. Sergio dice al telefono che siamo a Sitges e l’amico venezuelano lo burla. Machismo, a volte penso che Christian Raimo abbia ragione. Leggo che quasi il 40% degli abitanti di Sitges sono olandesi, inglesi, francesi, scandinavi. L’immigrazione bianca ed europea è bene accetta. Oppure, gay e lesbiche non guardano tanto al colore della pelle. Por suerte. Il ‘mercato’ si adatta, trasforma, modifica, ha il credo onnipotente dei soldi: accompagna le metamorfosi, le incoraggia. Dicono che affittare o comprare una casa a Sitges è storia di milionari. Le spiagge mi appaiono popolari. La cortina dei negozi ospita in una cerchia esterna di uffici di avvocati e commercialisti, poi i bar inevitabili e in concorrenza uno con l’altro, una giovane coppia etero esplora con attenzione ogni menù, un sex-shop, centri estetici, molta cura alle unghie. Una bellissima ragazza somala offre treccine (come a Matera) e si trova a scolpire e intrecciare i capelli di un mohicano bianco sotto gli occhi affettuosi di un compagno innamorato. Sono molto belli. Il mohicano finge indifferenza, guarda l’infinito mentre la ragazza arriccia, con un bigodino rosa, i suoi riccioli che spuntano in mezzo a una testa rasata. Dove andrai a mostrare questo capolavoro, chico dagli occhiali bianchi? Un ragazzo sovrappeso mostra un costume a dadi bianchi e neri che stringe pance e un culo orribilmente bianco. Due professionisti del beachvolley palleggiano. Hanno l’aria di chi sa. Lei ha un culo scolpito nel marmo e bagher con stile. Fascia elastica protettiva nera al ginocchio, starei per ore a guardarla.
Cammino con Sergio verso le chiese che offrono il panorama sulle spiagge. I gradini che conducono alla chiesa di Sant Bartomeu y Santa Tecla. La ricordo, la ricordo. Il chitarrista prova accordi elettrici, Santo y Jhonny, forse Santana. Una ragazza preferisce l’acustico nascosta dietro un angolo. Una vecchia decrepita, vestita di nero, ‘Soy un mujer vieja…’, lascio un euro. Mi pento di non aver offerto nulla alla ragazza. Camminiamo fino a l’Ermita. Le spiagge gay o clothing-optional. Leggo che ci sono ventidue spiagge a Sitges, tre gay-esclusive, precisa la prima guida emersa da Google. Quale algoritmo ha deciso questa classificazione? Chi mette le informazioni nei data-center? Mi sento troppo vestito, troppo curioso, troppo attratto dai corpi nudi. Troppo desideroso del bacio che stanno dandosi adesso due maschi molto belli, troppo ammirato dalle mani di un uomo che accarezza la schiena del suo innamorato (non è un amore di fine estate, lo vedo). In un angolo del mare, cinquanta maschi (le femmine sono poche, pochissime) stanno con l’acqua appena sopra la schiena e guardano l’infinito. Assomigliano, visti dall’alto, a una pattuglia di api attorno al miele. Stanno lì, in piedi, non fanno altro, come ad aspettare il canto di una sirena.
C’è un matrimonio. Cento invitati in posa sui gradini dell’Ermita. La fotografa è bassa, usa un flash, alza le braccia. Ci sono tre donne fra tutti coloro che sorridenti si schierano davanti ai suoi obiettivi. La madre di uno degli sposi è radiosa. Ricordo la bellezza dell’incontro fra i genitori e il figlio al suo matrimonio gay: una pace improvvisa e profonda nei paesi baschi, come è bello ‘Patria’ di Fernando Aramburu. A volte accade: ricordo il padre tagliaboschi di fronte al fragile figlio che ha trovato le parole per dirglielo e ora li vedo assieme a offrirsi un cappuccino. Da che storie vengo io? Mi metto alle spalle della fotografa e alzo le braccia anche io. Ridono in tanti, alla fine grido: Viva los Novios…che stolto a non sposarmi e tu che stolta a propormi un contratto. Non scrivere: ‘Avrei…’, i condizionali non esistono, esiste ciò che è accaduto. Come una notte a Sitges. Devo chiedere a Paolo, Federico, Lorenzo, Gigi, compagni di quella storia da ventenni. Sono ancora tutti vivi? Di Paolo, so. Di Gigi, forse. Degli altri due non so più nulla.
A sera rubo un pomodoro, taglio due fette dal mio pane (è ancora buono), prendo uno yogurt di capra. La mia cena. Il mio sonno. Una luna che sa di essere luna nel cielo sospesa in equilibrio della palma.
Voglio sapere cosa c’è nel backstage. Jill esta borracho, me espanta, fuggo nel sonno, dimentico il chilometro e novecento che sfugge alla mia quotidianità.






