Andrea Semplici
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Venezia/Oggi non sono andato alla Biennale

Sono le 11.13 del mattino. Un sabato. Solitario, in una casa non mia. Un mal di gola fastidioso che cerca di raggiungere altre parti del corpo. Penso che ho voglia di scrivere. Evito, con cura, ogni tentazione di farlo. ‘Ancora quindici minuti di divano’. Sono stremato, ho dolori sparsi, non riesco ad alzarmi. Non ho preso le mie medicine. Non c’è niente da mangiare. Dovrei fare un po’ di spesa, il pensiero mi stanca. Il Mac mi aiuta a distrarmi, cerco storie che leggo e dimentico subito dopo. Ho le mani percorse da un formicolio. Posso mettere un po’ di musica. Dovrei fare molte telefonate. Non le faccio. Non rispondo ai messaggi. Posso tornare sul divano? Adesso mi distraggo cercando un film per il pomeriggio.

Quando scendi dai gradini di Santa Lucia, devi renderti conto che Venezia esiste. Ed è lì davanti a te…

Vado a Venezia. Biennale di architettura. Così, senza una ragione. Un alibi. Cammino fino alla stazione di Padova, due chilometri e seicento metri. Ogni volta mi dico che non voglio sapere. Poi cedi, è troppo facile sapere.

Chiusa l’edicola della stazione. Le macchinette mi spaventano. Troppa coda alla biglietteria, nel mondo ‘senza’ non ci sono più i venditori di biglietti. Mi arrendo alla macchinetta. Lei è indifferente.

Le zattere

Giornata magnifica. Esco con lentezza dalla stazione. Voglio godermi, con lentezza, l’apparizione dei profili di Venezia e lo scintillio delle acque. Facchini bangla e pakistani accerchiano le pattuglie dei turisti. Al volo, cambio programma. Ho voglia di questa città e della sua gente. Chiamo Donatella. ‘Vaporetto cinque.due e arrivi a Castello’. Conosco il suo itinerario, uno dei più belli, aggira Venezia, sfiora San Michele, si incanta ai Tre Archi, Sant’Alvise, Fondamenta Nuove, si scende all’ospedale, le mura dell’Arsenale. San Pietro a Castello. Voglio una casa fra questi vicoli. Donatella mi aspetta in mezzo alla calle. Indossa un grembiule e una donna le chiede: ‘Hai aperto un ristorante?’. Vorrei trovare una scrittura capace di prendere al volo lo struscio di parole veneziane. La cucina di Donatella, le finestre sul giardino. Una casa lunga. Il sole illumina il tavolo. Spaghetti. Non abbiamo smarrito la voglia di batterci. Loro, qui a Castello, lo fanno. Difendere la loro antica caserma e la gente che ci vive dentro. Donatella è stanca, dice di essere stanca, ma una sola scintilla la rimette in movimento. Sardine all’olio. Arriva Paolo, con i suoi New Trolls e la sua musica. Siamo ancora qui.

Tendere i panni a Venezia

Via Garibaldi. Paolo mi accompagna, saluta la gente del Sestiere, comunità. Il ponte di legno di San Pietro. Mi lascia alla Ludoteca. Mi dicono che è stata concessa al Vaticano come padiglione per la Biennale. Bambini e mamme non l’hanno presa bene. Intuisco che il progetto inconfessato è quello di far di Venezia un ‘parco giochi’ elegante e lussuoso. Le ragazze all’ingresso del ‘padiglione’ non mi dicono molto. È un cantiere aperto, tela leggere protegge i lavori dei restauratori, confondo le impalcature con installazioni, un pianoforte a coda, luci gialle che confondono i colori, progetti sparsi sui tavoli assieme a disegni, fotografie, colori, barattoli, guanti. ‘Nel restauro di questo edificio prestiamo molta attenzione alle sue crepe, efflorescenze, muffe, scrostature, marciume, ruggine, macchie…’. Mi aggiro perplesso. Vorrei sapere suonar quel vecchio pianoforte. Saluto le due ragazze. Ritrovo il sole. Una di queste ragazze la incontrerò ancora alle zattere e ci scambieremo un cenno di intesa.

Il pianoforte in attesa nel cantiere, santa maria ausiliatrice
Cantiere

Sulla banchina verso San Marco, Francesca mi afferra al volo. ‘Te ne stai andando senza aspettarmi’. Che bella che è Francesca. Abbiamo mille cose da dirci. Su figli e nipoti. Casa più grande. Venezia, la sua città. Camminiamo, saltiamo ponti, ci sfioriamo. Mi piace il suo sorriso. Arriviamo ai Giardini. Lei mi suggerisce il vaporetto 6. Quante corse ho ancora nella ‘carta Venezia’. Un controllore con un braccio cerchiato da un legaccio tatuato mi dà una buona notizia: ‘Sette’. Quanti anno mancano alla scadenza della mia ‘carta Venezia’? È come avere un documento di appartenenza, un’illusione.

Vera da pozzo

Mi fermo all’edicola di Via Garibaldi (che io sappia c’è solo un’altra ‘via’ a Venezia). Le edicole che conoscevo hanno tutte chiuso. ‘Credo di essere il solo a essere davvero un’edicola. Nel senso che vengo giornali, anche se ci tengono in piedi i giochi per bambini’. Chiacchieriamo al sole, non vuole una foto, mi racconta di un collega bangla che vende di tutto in una vecchia edicola. ‘Veniamo dal Lido, un tempo dovevamo aspettare la barca con i giornali per evitare che ce li lasciassero alla pioggia. Ora abbiamo un cassone, possiamo dormire mezz’ora di più’. Mi aggrappo alle edicole.

L’edicola di via Garibaldi

Scendo a Spirito Santo. Per camminare. Entro al Cfz. Vado a simpatia per gli acronimi. Cultural Flow Zone? Oppure Ca’ Foscari Zattere? Misuro le distanza che non riuscirò a percorrere. Luogo di grande bellezza. Mi piacerebbe che invitasse una banda di ragazzini palestinesi. Mi siedo a un incontro patagonico. Valeria mi ha detto di questo incontro. Romanzo on the road (forse solo a Sepulveda è riuscito a scrivere un romanzo immobile in questa parte del mondo: ricordo quando partì con il figlio per la Patagonia in pieno inverno), non è che chi presente lo scrittore (vive fra il Lido e Buenos Aires, chissà come fanno? Posso scriverlo anche io: vivo fra Matera, Firenze, Padova, Capracotta…vivo? Voglio vivere a Castello, imparare l’arabo e un po’ di note sul sax, voglio leggere il più possibile di quanto non ho letto: il don Quichote, per esempio. Insomma, mi sembra che la presentatrice porti il bravo Eduardo Fernando Varela su una strada un po’ troppo banale. Ha scelto la ruta 203 invece della ruta 40. Aveva fatto il militare in Patagonia e la detestava. Io ho solo seguito Bruce. Fino alla grotta de Milodonte. Non ascolto la fine. Mi prometto di comprare il libro. Lo farò?

‘Lo stesso vale per l’amore, perchè anche l’amore è superiore. Anch’esso è più grande di chi ama’

Luca sul ponte di Dorsoduro, il sole mi tramonta negli occhi, non voglio andare via da qui. Qui voglio stare. Quando piove, quando la città è una meraviglia come oggi. Luca mi regala un piccolo libro, edito dal sua/nostra/vostra WetLands. ‘Hanno ucciso habibi’. Hanno ucciso il mio amore. Un piccolo libro. I colori del cocomero, i colori della Palestina: rosso, verde, bianco, nero. Un arcobaleno.

Santa Barnaba. La casa di Daniela. È vero: perché non sono venuto a vivere qui quando era possibile? Che cosa stiamo aspettando Madame? Che sia troppo tardi. Troppo tardi per baciarti per strada

Di fronte al mare, la felicità è un pensiero semplice

Il grande barcone gli ortolani di Santa Barnaba, campo santa margherita, la pizzeria al volo, Gioconda, i piedi, i passi ti portano via. La stazione. Ancora le macchinette. Questa volta dimentico di ‘obliterare’ (obliterare?), non ho voglia di ridiscendere dal treno. Davvero, non ho più voglia di ‘fare’. Che il tempo passi.

Il capotreno ha un bellissimo orecchino all’orecchio sinistro. Lo vedo oscillare, non riesco a distogliere lo sguardo, mentre lui dice: ‘Non si preoccupi’ e fa un foro sul mio biglietto.

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