Palestina/La piccola manifestazione di Matera
I ragazzi delle scuole sono i primi ad arrivare, conquistano i gradini di palazzo Lanfranchi, e srotolano il loro striscione: ‘Non fermerete il vento…’. Studenti del liceo artistico.
Una ragazza con il megafono in mano. Cartelli scritti con i pennarelli su tele di cartone. Giovani, giovanissimi. Capelli colorati. Uniscono sorrisi e abbracci a volti serissimi. Il senso di una piccola, forse piccolissima, comunità. Unita da un sentire comune, da una sensibilità a pelle, intuire con gli occhi da che parte stare. Capita nella vita. ‘Non fermerete il vento…’. Il vento fermerà lo sterminio? No, ma intanto noi siamo qui, ci stiamo provando, dicono i ragazzi come i naviganti della Flotilla.
Mille persone. Matera è un paese. Corteo di ottocento metri. Presidio di fronte alla biblioteca.
Penso che ho visto crescere alcuni di questi ragazzi, li ho visti proprio nascere. E ora qualche mamma mi chiede: ‘Mi puoi fare una foto della mia ragazza? È là, quella con il cappuccio nero’. Quasi tutte hanno il cappuccio nero, chi di loro sarà la figlia? Vuol dire che faccio parte di questa comunità? Non lo so, proprio non lo so. Non ho imparato la lingua. Cerco ancora traduttori. Al solito divago.
Arrivano un uomo e una donna. Passano davanti ai ragazzi in piedi sui gradini. Hanno una piccola bandiera palestinese disegnata su una guancia. Fotografano con il cellulare. I ragazzi esplodono in un grande applauso. ‘Siete i loro professori?’. ‘Sì, e ne siamo orgogliosi’. Più tardi vedrò la professoressa danzare con i ragazzi.
Sensazione di allegria: ragazzi di sedici anni con la bandiera dei pensionati della Cgil. Mi piace molto, mi appare con un ponte fra generazioni. Ma penso anche che il direttore de Il Tempo ci prenderebbe in giro con il suo sarcasmo feroce. I ragazzi sono andati dalla Cgil a chiedere le bandiere. Vedo un amica che arriva con un dieci bandiere strette fra le braccia.
Colonna sonora, i ragazzi si sono portati dietro una cassa. De Andrè. Mi chiedo sempre: ascoltano, cantano, conoscono le canzoni del ‘900, della mia generiazione. Come è possibile? E poi: ‘Anche se il nostro maggio…’
C’è anche una vecchia bandiera-striscione. Consumata da molte manifestazione. E firmata da cento persone. Va portata come un lenzuolo, mani la afferrano per lasciare che si muova con onde leggere. ‘Come va la gamba?’, mi chiede Il Pirata.
Ieri attraversavo via Ridola e il ragazzo che, da tempo, cammina per il centro di Matera con una bandiera palestinese, mi regala un piccolo adesivo palestinese. Non dice una parola. Un cenno di intesa. Ho la mia antica kefiah al collo. Se è ancora quella ha quasi mezzo secolo di vita.
Guardo i cortei-oceano di Milano e Roma. Eppure questo mini-corteo materano mi appare immenso. Non lo è, ci sono pochi, pochissimi lavoratori, ma lo striscione della camera del lavoro prende la testa. Un giovane poliziotto in borghese ha l’aria distaccata: gli hanno dato l’incarico di filmare i manifestanti, si è vestito con eleganza casual, un po’ impacciato. Ha ben poco da filmare, penso che potrebbe davvero fare un buon documentario se si impegnasse un po’.
In piazza, alla fine dei ‘discorsi’, i ragazzi si disperdono in gruppetti. Qualche cassa per un po’ di musica.



