Che cosa si fa in spiaggia?
Che cosa si fa in spiaggia?
E in piscina?
Dove sei Emmanuel? Sai, ho aperto solo tre pagine del tuo libro, poi non so cosa, ma ho avuto da fare.
Ho camminato in spiaggia, cercando la battigia, sul quel confine dove la schiuma delle onde cerca di farsi sabbia. Scrivere sulla sabbia come facevano Franco IV e Franco I. Che cosa si fa in spiaggia?
Da quanto tempo non ci mettevo piede? Perché sostengo che voglio vivere e voglio morire, al mare? Se per me è uno sconosciuto. Quanti amici sono morti in questo mese di agosto? Non bastano le dita per contarli. A loro non posso più chiederglielo. Sono su una spiaggia, mentre altrove accade…
Lucio ha portato con sé due sedie pieghevoli. C’è una brezza leggera, i bagnini hanno messo una bandiera gialla, c’è una forte corrente mi dicono. Le mamme sono in piedi, con le braccia conserte a guardare i bambini più piccoli che giocano con le sabbie e le onde. Non sopportavo mia madre, che vestita di tutto punto, se ne stava a guardarmi mentre aspettavo le piccole onde capaci di coprirmi i piedi. Da allora non vado in spiaggia? Forse l’ultima volta sono stato in spiaggia a San Juan del Sur, c’era una tempesta al largo, una luce da Blade Runner e i ragazzi che giocavano al calcio. Che ci facevo laggiù? E quello era l’oceano, bello e imperscrutabile come un oceano.
Che cosa si fa in spiaggia? Ci si spoglia. Si gioca ancora con gli asciugamani, con mosse impacciate, a impedire occhi, come se tutti stessero a guardare il tuo cazzo, oppure un compagno o una compagna a nasconderti agli occhi incuriositi. Lo facevamo (lo facevamo?) noi, lo facevano su quella spiaggia di San Juan, lo fanno qui. Asciugamani come copri-vergogne. Vergogne? Come diceva il mio amico quando mi diceva di lavarmi ‘le tue parti segrete’ prima della preghiera e mi indicava una tenda-doccia. Non era una spiaggia, era un deserto, era il deserto. Si può pregare in spiaggia? Questo posso farlo, guardando l’orizzonte. Oppure il cielo sopra il mare.
E il mio sguardo si impiglia, non sa più dove guardare. Pelle e carne. Senza imbarazzo, sono come un bambino stupefatto da tanta nudità. Questa è un territorio impudico, libero. Seguo la linea delle gambe e delle cosce di chi è disteso sulla sabbia, osservo chi si alza di scatta e corre verso le onde, vengo attratto da pance immense e dai ventri piatti, le lunghe gambe e i culi bassi, i seni delle donne anziane, scappano via senza alcun pudore, mi piacciono le linee delle clavicole, le pieghe del petto, il labirinto delle mani, mi piacciono i ragazzi che rotolano uno sull’altro sollevando piccole nuvole di sabbia, compiono movimenti di intimità lasciando tracce di sabbia, mi piacciono coloro che si siedono con i piedi nell’acqua e non nascondono il voluminoso grasso attorno a un ombelico invisibile, mi piacciono le coppie che camminano con determinazione sul bagnoasciuga come se avessero un appuntamento urgente, come se dovessero raggiungere un bus prima che si riempia.
Che cosa si fa in spiaggia? Si guarda quello che non possiamo vedere per strada o negli ingressi dei palazzi. La spiaggia è uno dei luoghi della pelle. Si abbassa il livello dei nascondigli. Io non mi tolgo la maglietta, mi vergogno, vorrei, però, tracciare le mie cicatrici con pennarello nero, perché si potessero ammirare, mi stanno scendendo, al solito, i pantaloncini rossi, non compro un costume da bagno da trent’anni. Arrivo, quasi, fino alla banchina del porto Ginesta. Catamarano immensi, tavoli dei ristoranti vuoti, un’altra parola: i chipirones, piccoli calamaretti. Fritti. Da leccarsi le dita, ma sono tirchi nelle porzioni. Cosa si fa in spiaggia?
Si beve mate, ecco cosa si fa. In cento. Bevono mate. Piccoli tavoli, calavasa, bombilla, thermos. Che belli che sono. Spiaggia argentina, uruguagia, sanno vivere senza oceano, non senza mate. Spiaggia araba, le ragazze indossano i costumi tipo ‘filo intedentale’, hanno pelli morbide e i ragazzi hanno sguardi da volpe. Loro mostrano superbia, come a dire: ‘siamo qui, con queste fiche, guardateci’. E loro, le fiche, nei loro costumini neri, si fanno beffe dei loro impacci. Alla fine, forse, si frugheranno nei costumi. Con stupore. Hanno pelli ambrate. I bambini più piccoli, ma nemmeno tanto, si tolgono il costume per la doccia. E poi cercano un asciugamano che si è bagnato. Facendo dondolare un piccolo pisello.
Ho messo i piedi nelle piccole onde, ho guardato famiglie sdraiate in attesa della schiuma, ho visto ragazzi che cercano di trascinare una chica in acqua, e, al rovescio, le ragazze prendersi gioco della loro goffaggine. Sono bellissimi.
In spiaggia si guarda.
Qualcuno guarda anche me? Non mi tolgo la maglietta, mi imbarazza, la pancia ha assorbito perfino la cicatrice dell’ombelico. Sono arrivato alla banchina, tre chilometri virgola due camminando. E devo tornare anche indietro. Assieme a me, fanno dietrofront anche due coppie di anziani, più giovani di me, camminano più forte, gioco a seguire le loro orme, lasciate sulla sabbia e subito cancellate. ‘E il vento a poco a poco se l’è portato via con sé’. Già, anche io, una mattina, ho lasciato segni sulla spiaggia di Corn Island, ‘Que te vaya bien, Nicaragua!’. E niente è finito bene, ma è stato bello viverlo. E l’oceano si portò via quelle parole, aspettò che me ne fossi andato. Ognuno è i frammenti che, senza avvertimento, ha messo assieme ora dopo ora, alba dopo alba, piatto dopo piatto, vino dopo vino. Dove sono finiti quei granelli di sabbia? Che cosa si fa in spiaggia?
Si raccolgono i sandali, si sorreggono con due dita e si cammina verso la strada alle spalle della spiaggia. I piedi avvertono il cambiamento dei terreni, evitano palline spinose e un frammento di vetro invisibile, sentono il sassolino che si incastra nella piega della pelle. Ancora uno sguardo, alle gambe delle ragazze che giocano a palla a volo.







