Andrea Semplici
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Bivigliano-Pratolino/Passavamo sulla terra leggeri

 Non c’è più l’antico cammino che consentiva di scendere dalla Fittaccia, dove si trova la casa della mia famiglia, fino al piazzone attraversando alcuni prati e l’aia della casa del contadino. O meglio: era una sorta di mulattiera sconnessa che a noi consentiva di arrivare all’ingresso del paese senza attraversarlo. Adesso è uno stradello con l’asfalto pieno di buche e per un tratto svanito. Ha un nome orgoglioso: via Europa. Io ricordo che si saliva dal piazzone (oggi scopro che è piazza delle Rimembranze) e si passava davanti a una casa colonica. Se mi oriento deve essere il podere conosciuto come Madonnino. C’era un tabernacolo.

I cipressi del cascinale di Pastine

 

Il borro del Molino

Adesso ci sono eleganti villette, fiorentini che hanno la seconda casa in queste collina a un passo da Firenze. Doppio tornante, asfalto in briciole: arrivo al piazzone. Adesso è occupato anche da un parcheggio per auto, riconosco le balaustre scolpite, leggo da un piccolo libretto, dagli scalpellini di Bivigliano. Di fianco alla piazza, c’è un tendone-pizzeria che, quando ero bambino, non c’era. È la società sportiva del paese. Ieri sera mi sono fermato a bere un amaro e non ho avuto coraggio di chiedere agli 86 anni di Romana di raccontarmi qualcosa. Stolto.

Bivio per il maneggio

Avete capito, sono a Bivigliano, paese delle mie estati di bambino e della prima adolescenza. E, finalmente, cedo alla tecnologia e indago sulla mia curiosità. Da dove è stato tirato fuori questo nome? Mi devo fidare della più elementare delle Ai: esisteva, in epoca romana, un gentilizio chiamato Bivilius. Era un veterano e, come compenso alle sue guerre, gli venne ceduto questo terreno. Precisazione: il suffisso  – ano sta a indicare il podere. Insomma, dove ora sorge il paese era ‘il terreno di Bivilio. La prima traccia di Bivigliano appare nei documenti legati al monastero di Monte Senario. Nel 1241, un notabile locale, Giuliano da Bivigliano, donò ai Sette Santi fondatori del convento e dell’Ordine dei Servi di Maria, una parte dei suoi terreni di montagna. È la prima traccia documentata di questo paese.

Bene, adesso che ho fatto sfoggio di una microcultura da wikipedia, posso riprendere a camminare.

A Bivigliano mi piacciono sempre quelle colonnine scolpite dagli scalpelli di queste montagna: formano la balaustra della piazza, del parco dell’antica pensione Giulia, dell’hotel Giotto e seguono la strada salendo verso Montesenario (si scriverà tutto attaccato? io l’ho sempre pronunciato non staccando le parole). Le colonnine sono il confine fra la strada e i giardini delle ville oppure sono i pilastri dei cancelli.

Non c’è più la pensione Giulia. Adesso è un residence protetto da un minaccioso cartello che avverte in malo modo chi entra e ‘non è autorizzato’. Il condominio se ne lava le mani, se vi accade qualcosa, loro non c’entrano.

Leggo un piccolo libretto dalla copertina verde, autopubblicato da Barbara Cavagna (non la conosco, ha un profilo facebook con 75 ‘amici’ e fra di loro ve ne sono due che sono anche ‘amici’ miei): qui, dove adesso c’è il residence (mi appare come un condominio fuori scala), nel 1854 Agostino Messeri e Giulia Baldini aprirono una locanda. Gli ospiti erano cacciatori e qualche raro viandante. La locanda divenne, ben presto celebre per i salumi che Agostino e Giulia, provenienti entrambi da famiglie di macellai, preparavano con passione. Barbara Cavagna azzarda che si deve a loro l’invenzione della ‘finocchiona’. Si dice anche che nel 1860, come aiuto alla spedizione dei Mille, due famiglie biviglianesi, i Pozzolini e i Malechini, donarono quintali di finocchiona ai Garibaldini.

Un secolo dopo, nel 1962, l’antica locanda si ingrandì, un edificio di tre piani, capace di cinquanta camere con ‘bagno, ascensore, sala veranda’ e un bel parco. In una di queste camere, la mia famglia passò qualche estate negli anni ’50. Credo che fossero le prime volte che decisero di salire a Bivigliano nei mesi estivi. Io, probabilmente, ero appena nato. Nel 1974, scopro, fu organizzata la sagra della finocchiona. Nel 1992 si festeggiarono i ‘presunti’ cento e cinquanta anni della fondazione della pensione Giulia. Ancora oggi si svolge una sagra della schiacciata nei giorni che annunciano l’autunno.

Nel 1994, Agostino Messeri morì. Barbara Cavagna annota, tristemente, in due righe, che la pensione Giulia decadde e il suo destino era segnato. Nel 2002, l’architetto Lorenzo Tacconi, discendente di Agostino, progettò il residence che poi ha deciso di scrivere quel brutto cartello al suo ingresso.

Bivigliano ha attenzione ai gatti

Scendo verso la chiesa. La chiesa di San Romolo. Ricordo un parroco che si chiamava Dante Calonaci (ne sono sicuro?). Era originario del paese di mio padre, Tavarnelle Val di Pesa, si ritrovarono a Bivigliano. In questi giorni sono passato di lato alla chiesa, ma la sua porta era sempre chiusa. Solo ora leggo che, forse, la chiesa esisteva già quando i Sette Fondatori cominciarono a salire verso Montesenario. Scopro che, al suo interno, c’è una tela di Pietro Annigoni che raffigura Sant’Antonio.  Mi riprometto di tornare per andare a vederla.

Nelle case addossate alla chiesa abitavano, credo, i Liverani. Non ricordo il nome, devo chiedere a mia sorella, ma ricordo che il marito guidava gli autobus della Sita, sua moglie dava una mano in casa a mia madre. Io avevo la stessa età dei loro due figli: Domenico e Claudio. Al mattino, ricordo giochi con loro su un grande letto.

Mi danno fastidio (forse questa parola è esagerata) le lapidi che ricordano i caduti delle guerre del ‘900. Senza una vera ragione, i soldati erano le vittime e vanno ricordati, ma questa memoria di guerre sui muri di una chiesa, non mi piace. Vorrei la ribellione di quei ragazzi mandati a morire.

So che devo continuare a scendere. E allora scendo. Strada di campagna. Scendo ai Viliani, piccola frazione di Bivigliano. Il gioiello di questo frammento di territorio è la Villa di Bivigliano, che io conosco come Villa Pozzolini. Dimora storica. È bellissima. Forse progetto di Buontalenti (wikipedia). Troverò tempo e modo di raccontarla. Qui è bene sapere che noi, ragazzini delle estati, sognavano di entrarvi. A cavallo fra gli anni ’50 e ’60, appariva abbandonata. Non siamo mai riusciti a trovare il modo di penetrarvi. E poi a noi interessava più la ‘Grotta’, là in fondo al parco, ma anche questa storia sarà, spero, parte di un altro racconto.

Aggiro i casolari di servizio della villa. Seguo uno stradello bianco. Arrivo a un cascinale. Spero che sia quello che sulla carta si chiama Schifardi. Mi affido a una mappa scaricata da Mapy, un sito ceco. Me lo ha suggerito Luca. Che ora sta camminando in Turchia.

Il maneggio

Qui finisce lo stradello, o, almeno io, devio per i campi. Adesso seguo tracce di cammini che collegano radure a radure. Qualcuno li sta ripulendo, sono ben tenuti, si aprono il percorso fra siepi spinose. Vado un po’ a caso. So che devo raggiungere il borro del Molino, quindi vado in discesa, scelgo ogni cammino che scende. Passo di radura in radura. Paesaggio bellissimo. Intricato. Sembra di percorrere un cruciverba vegetale. Vado davvero a istinto. Guardo le mie tracce su wikiloc e vedo come i miei passi vanno avanti e indietro. Girano a destra, poi retromarcia: meglio andare dalla parte opposta. Nessuno a cui chiedere. Scelgo sempre il sentiero più evidente, vado sempre ‘in giù’, passo da una radura all’altra. A volte la vegetazione sembra richiudersi, ma poi c’è sempre un varco. I bivi sono innumerevoli. Chiedo a Google Lens: mi parla di betulle, ma poi si sofferma sulle querce e sui licheni. Wikiloc registra i miei passi.

Ecco, il borro, almeno credo che lo sia, c’è acqua, un bassorovescio, saltello sui sassi e, alla fine, intravedo, in alto, fra i rami, un casolare. Forse è quello che appare sulla carta come Pastine. Salgo, con la speranza di chiedere: come posso raggiungere Pratolino? Panni tesi, ma nessuno in vista. Cento metri e c’è una strada sterrata, wikiloc mi dice che è via Riseccioni. Dai, mi ritrovo, la strada va verso la Bolognese, tanto fuori dal mio cammino non devo essere. Fermo una macchina: ‘’Deve andare fino alla strada, qui ci sono solo campi, non c’è un sentiero’. Non voglio dargli retta. Un’altra macchina: ‘Scendi fino al maneggio, lì trovi le indicazione per raggiungere Ferraglia a piedi’. Mi incammino, mi sento bene, guardo il cielo.

Arrivo al bivio, cartelli bianchi e rossi del Cai, venti minuti a Ferraglia, un’ora venti a Pratolino, non arriverò in tempo per ascoltare Paolo. Grande stalla, cavalli affacciati alle finestre. C’è un ragazzo. Vado a chiedere. Parla solo inglese, stalliere, mi aggiro per le fosse del letame. Non trovo l’uscita dal maneggio. Torno dal ragazzo: che mi indica una traccia di sentiero ai margini della montagnola di letame.

Il circolino di Caselline
La scuola di Caselline

Ora è salita, le gambe reagiscono bene. Un buon passo. Appare una Pandina da cross, la macchina è piena di selle. Questa volta è l’uomo alla guida a chiedermi: ‘Come è arrivato fino a qui?’. Mi volto indietro e sono tentato di fargli il gesto che fece Yul Brunner quando gli fecero la stessa domanda: ‘Vengo da là’. E invece rispondo con una domanda: ‘Ferraglia?’. Gli dico che questi sono i miei boschi. ‘Stiamo finalmente ripulendo questa campagna, un mio amico ha comprato questi terreni’, risponde lui. Siamo strani. Gli racconto che io venivo qua sessanta anni fa. ‘Non riconoscerà più niente, noi stiamo provando a farla rinascere. Salga di là, arriverà a Ferraglia’.

E invece no. O, forse, sbaglio io: arrivo in una frazione che si chiama Cerreto. Anche qui lavori di ricostruzione, un ragazzo dall’aria asiatica, più cinese, che indonesiana, mi guarda con diffidenza.  Arriva in soccorso un ragazzo grande il doppio di me e mi dice: ‘Ferraglia è di là, ma sono molti saliscendi per Pratolino. Se passa da Caselline – e indica la direzione opposta – è più lunga, ma è quasi tutto in piano’.

Affaccio su monte Morello

Vado per Caselline. E ho fortuna: al paese mi accolgono bandiere palestinesi. E poi appare la bandiera della pace di un circolino Arci. E dentro, a fare pulizie c’è Marta, 79 anni. ‘ I ragazzi hanno fatto festa una settimana fa e c’è ancora disordine’. È allegra e ha voglia di chiacchierare. Mi racconta: ‘Noi siamo stati fortunati a vivere qui e a vivere i nostri anni. Avevamo speranze, credevamo nel futuro, stavamo meglio dei nostri genitori: ora questi ragazzi mi appaiono perduti nella incertezza’. C’è un cartello: ‘Ricordati di essere antifascista’. Lo fotografo. Le dico che non dobbiamo perdere le speranze. ‘Non le perdo, altrimenti non sarei qui a mettere a posto’. Voglio abbracciarla. Sembriamo due scolaretti. Sulla recinzione di una scuola, un altro cartello ricorda che qui si ripudia la guerra.

Esco da Caselline, ai miei tempi questa strada era sterrata. Risalgo fino a via della Lupaia, riconosco davvero i miei luoghi, mi incanto di fronte a una finestra affrescata che riflette la luce del sole. Sul campanello, un nobile nome latinoamericano.

 

La strada di Caselline

Faccio duecento metri e si ferma una macchina rossa: scendono Annalisa e Rob…mi sa tanto che il mio cammino finisce qui, Pratolino è a venti minuti, e io salgo nella macchina di due amici apparsi come folletti. Baruffo subito con Annalisa. Adoro baruffare con Annalisa.

L’Appennino

E so che il colosso dell’Appennino mi aspetta a Villa Demidoff.

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