Andrea Semplici
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The silent friend è un capolavoro

Scopro che il canale Bacchiglione, in realtà, è un fiume. Attraversa Padova, è lungo quasi centoventi chilometri e, a Chioggia, si unisce al Brenta. Ho vissuto a un passo dalle sue sponde, ma non ho mai saputo della sua geografia.

Conosco invece il grande ginkgo biloba (sarà maschio? sì, penso di sì) che si alza su una sua sponda quasi all’altezza di via Euganea. Mi è capitato di aspettare l’autunno per guardare le sue foglie diventare oro, rese splendenti dai raggi del sole. Come per il canale che è fiume, non ho mai saputo nulla della meraviglia del ginkgo biloba.

Adesso so solo quello che mi dice wikipedia o poco più. Ma ho visto la sua immagine maestosa nel lungo finale incantato di un film che è un capolavoro: The silent friend, l’amico silenzioso. E mai definizione è stata così bella, così perfetta. Non avevo capito che potevo confidarmi con il ginkgo del Bacchiglione. Gaby Moreno, cantante guatemalteca, me lo ha ricordato mentre la telecamera si sofferma sulla bellezza dell’albero: Till walking light, fino alla luce del risveglio. E poi la voce di Blixa Bargeld, cantante berlinese, che legge i versi che Goethe ha dedicato alla sua amata e al ginkgo:

É una sola cosa viva,/che in se stessa si è divisa?/O son due, che scelto hanno,/si conoscan come una?

Molti anni fa, a VondelPark, ad Amsterdam, avevo poco più di venti anni, mi ritrovai abbracciato a un albero. Ne ricordo la corteccia, oggi potrei dire che era come velluto. Ho ancora addosso, dopo oltre mezzo secolo, la sensazione della sua morbidezza. Avevo ‘fatto’ il mio primo, e unico, acido della mia vita. La mia memoria è selettiva: ricordo le luci, i giochi psichedelici, l’accendersi di flash, i fuochi di artificio. E quell’albero che per una notte ho amato. L’amico ‘esperto’, al mattino, ci consigliò: andateci piano. Vi è un solo rimpianto: non ci trovammo, nel ‘viaggio’, con la ragazza con la quale stavo andando in giro per l’Europa.

Tutta questa interminabile premessa per darvi conferma: The silent friend è un capolavoro. Due ore e mezza di capolavoro. Grato a Ildikó Enyedi, regista ungherese. Il nome è complicato, per noi italiani, come la sua lingua incomprensibile, ma forse, proprio per questo, è stata capace di fare un film che racconta, con passione e determinazione, le storie di Grete, Hannes e Tony che cercano il modo di comunicare fra uomini, donne e vegetali, e alberi divisi da linguaggi così diversi.

Il ginkgo biloba è un testimone e un protagonista. Vive nel giardino botanico dell’università di Marburg, in Assia, importante città universitaria tedesca, dove si trova il centro di ricerca in microbiologia dell’istituto Max Planck. Si trova accanto al muro perimetrale, si affaccia sulla Pilgrimstein, via centrale della città vecchia. Non so quanti anni possa avere davvero questo vecchio albero, sicuramente era già magnifico nel 1908 quando una giovane studentessa ruppe il tabù ed è la prima donna a essere ammessa ai corsi universitari. Grete riesce a tenere testa a professori misogini, cattivi, incapaci di riconoscere diritti alle donne. Grete supera il colloquio di ammissione, sfida le umiliazioni a cui viene costretta da professori e studenti, si fa strada nella ricerca come botanica. Ammira il ginkgo e, quasi per caso, impara i segreti della fotografia: avvierà, con immagini fedeli, un nuovo sistema di classificazione delle piante.

Il ginkgo assiste alla vita universitaria di Grete, forse ne è fiero, sicuramente la incoraggia.

Importante: la vicenda di Grete è raccontata in bianco e nero.

Ildikó Enyedi non ha scelto a caso il luogo per questo suo film, tutte e tre le storie raccontate, nel corso di un secolo, avvengono all’ombra del ginkgo e degli austeri mattoni dell’università di scienze naturali di Marburg.

Nel caso di Grete vi è una finzione innocente, la realtà fu diversa: nel 1908, non fu soltanto questa studentessa a essere ammessa ai corsi accademici, ma furono ben 27 le donne che poterono finalmente accedere agli studi superiori. Una piccola rivoluzione.

Un balzo al 1972. Questa volta il protagonista è un giovane studente poco più che ventenne, Hannes. Anche lui studia botanica. È ingenuo, solitario, timido. Rimane ai margini della vita dell’università, almeno fino a quando non incontra Gundula, una ragazza disinibita, curiosa, vivace. È quasi amore, ma Hannes sembra fuggire quando Gundula gli chiede con chiarezza se vuole andare a letto con lei. Gundula è anche certa che piante e uomini possano parlarsi, o, almeno, hanno reazioni ed emozioni ai comportamenti umani: lei cerca di capire, attraverso una sorta di elettrocardiogramma, come una bella pianta di geranio rosa reagisce ai gesti e persino ai pensieri degli uomini e delle donne che l’avvicinano, la minacciano, la guardano con curiosità. Hannes viene incaricato di aver cura del geranio durante un viaggio di Gundula e questo ragazzo impacciato mostra un’attenzione appassionata, curiosa. Geranio e Hannes, in qualche modo, comunicano fra loro, la pianta lo aiuta a superare la sua timidezza, lo conduce sulla strada di una nuova consapevolezza.

Il racconto di Gundula e Hannes è girato con la grana grossa del 16 millimetri.

Non ricordo il nome del visiting professor di Hong Kong che, in una primavera del 2020, arriva a Magburg. Ha un bel volto, è un uomo affascinante, nella sua serietà orientale. Indaga sui pensieri dei bambini. È lui che mi parla di ‘coscienza-lanterna’ e di ‘coscienza-faro’. Clic, nella mia testa. Il professore, ben presto, si trova a vivere da solo, in compagnia del diffidente custode nell’università di Magburg. Il mondo è stato travolto dal Covid e lui non può tornare a casa. L’università è deserta. Ma il ginkgo è lì, immobile, pensante, pronto a aiutare, a offrire il suo silenzio al ricercatore. Il professore vuole capire, sono i tempi di una tecnologia capace di indagare nei misteri. Applica sensori all’albero. Ecco, ora ricordo il nome del professore: Tony…anche l’attore si chiama così, dicono che Ildikó abbia scritto questo film per lui.

Tony cerca, con tenacia, di capire cosa l’albero vuole dirgli, il ginkgo ci prova, fa scattare un’amicizia fra il custode e il professore e forse davvero l’uomo e quel colosso della natura riescono a intendersi. Entrano in connessione.

Il racconto di Tony è girato in digitale.

Il film non è così semplice. Non sono episodi, sono frammenti dispersi, smontati e rimontati, vanno e vengono, bianco e nero, 16 mm, digitale, si intersecano, si interrompono, si guardano l’un con l’altro, si confondono, si separano, tornano assieme. E fra questi istanti senza tempo, lo schermo si fa davvero storia di lampi e fuochi, Ildikó ha avuto complici in questa sua straordinaria esperienza: le piante che rivelano alla regista, complici una pattuglia di botanici, i loro miracoli invisibili ai nostri occhi. Quanto riescono a mostrare è meraviglioso. Non sono le comparse del film, sono le protagoniste.

Nel frattempo, come adesso, è autunno e le foglio del ginkgo cominciano a mutare, a diventare d’oro.

(Non è finito, grazie ad Alice, altra complice a distanza di Tony, scopro che il ginkgo appartiene a una famiglia antica di 250 milioni di anni. È un fossile vivente. Capace di resistere alla siccità, al freddo, perfino all’inquinamento. Non so raccontarvelo, ma ci sono ginkgo maschi e ginkgo femmine. Il maschio produce spermatozoi, molto più grandi di quelli umani e dotati di ‘ciglia’. Tocca al vento trasportare questi spermatozoi fino a una goccia di liquido prodotta dall’ovulo femminile. Lo spermatozoo sa ‘nuotare’ e con piccoli movimenti riesce a fecondare il ginkgo femmina. C’è un guaio, una guaio per noi: quando il ‘falso frutto’ fecondato cade a terra e si decompone, emana un forte odore sgradevole – sa di vomito – e allora, anche a Magburg, l’albero-testimone è un maschio, che non produce semi. Ma, ora che scrivo, forse non è così: altrimenti perché Alice manderebbe a Tony sperma di gingko? Questo film mi fa perdere la testa)

Titoli di coda: fermatevi in sala quando le luci si spengono, non andatevene anche se sono due ore e mezza che siete seduti, leggete i nomi degli attori e delle attrici. Vi troverete citati una settantina di alberi e piante. Come sarebbe bello se fossero invitati a partecipare alla cerimonia degli Oscar.

 

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