Abdallah

Dove ho già visto questo sguardo?
L’uomo è seduto su uno sgabello, una sigaretta fra le dita, il braccio poggiato sul ginocchio. E’ un uomo corpulento, questa posizione lo obbliga a stare storto. Indossa una jallabia color crema, ai piedi due ciabatte e i calzini bianchi. I suoi talloni schiacciano la tela delle ciabatte. I suoi occhi guardano qualcosa che io non vedo.
E’ seduto davanti alla porta dell’hostal. Gli passo davanti, in fretta, sono appena arrivato, mi fermo un passo dopo, io ho già visto quest’uomo.
Gerusalemme, anni fa. Il ricordo arriva. Questo è lo sguardo di un palestinese. Mahdi alzò gli occhi verso di me, per rispondere alla mia domanda: ‘Quale futuro per la tua città?’. Vedeva qualcosa che io non vedevo. Poi rispose: ‘Painful, ugly, bloody’. Parole che non volli tradurre, vennero scritte così nell’articolo. Mahdi non poteva vivere senza Gerusalemme.
Ecco, dove avevo visto lo sguardo di Abdallah. Un uomo della mia età, un palestinese a Managua. Fra le piante esuberanti di un piccolo giardino.

Abdallah non ha mai visto Gerusalemme, non ha mai visto Haifa, la città della sua famiglia. E’ nato nell’esilio. In Libano. In un campo-profughi. Vedo suo padre, so dei suoi vecchi. Da qualche parte hanno la chiave della casa dalla quale sono stati cacciati. Sono passati settanta anni. Abdallah, a suo modo, ha avuto fortuna nella lotteria della vita: venne mandato a studiare a Cuba. E lì rimase. Per anni e anni. Con la Palestina addosso. E poi gli anni del Nicaragua, dell’Equador. Una vita in latinoamerica. Sta cercando una terra per i suoi anni futuri. ‘Io so che non vedrò mai la Palestina’. Gli mostro foto di Haifa. Conosce la città, senza esservi mai stato. ‘Dove posso andare? Dove passerò il mio ultimo tempo? Centonovantaquattro paesi e nessuno ci vuole’. Non ha un passaporto, Abdallah. Ha un documento di viaggio. Fuma con un gesto lento. ‘Che terra mi coprirà?’.
Nei nostri giorni di Managua ci trovavamo al mattino. Solo caffè per lui. Nero. Io il gallo pinto e los huevos revueltos. Silenzi più che parole. E poi a sera, lui con la sigaretta e il braccio poggiato sul ginocchio. E la jallabia color crema.

Qualche giorno dopo, nella piazza di Granada, un poeta di Gerusalemme legge un suo poema. Najwan Darwish dice (e io confondo le sue parole, le inseguo nella traduzione spagnola): ‘Venga con migo a Jerusalem’, ma, subito dopo, ‘No tengo pais donde volver’.

