Le occasioni di Granada. 2

I resti delle foto. Il lupo, senza collare di ricerca, sa dove sta andando. Avrei dovuto seguirlo.

Le dita del poeta. La manzana di Isac Newton cade anche in Nicaragua.

Così, le foto una dopo l’altra, non ho un’idea, ho alcune foto. Loro li ricordo. Dietro le gonne svolazzanti e le fasce strette in vita.

La fritanga del terminal dei bus. Quando sono andato a portarle la foto, c’era suo figlio. Fu l’ultimo riso e fagioli a Granada. Poi andavo via.

Già come si chiamava lei? Non fatico a cercare il quadernetto. Perché non ho comprato più segnalibri? Come mi piacevano questi due ragazzi. Sono tornato più volte a vedere se riapparivano. Vendevano foglie e poesie.

Poi ci sono i ragazzi che in una stanza senza finestre, assemblano un computer con frammenti e circuiti rimediati in giro. Una magia, un tocco magico e disperato. Fa la differenza.

No, non mi piace questa foto. L’uomo era lì per caso. Non era consapevole. Non sapeva nemmeno lui cosa pensare. Non era allegro, non era triste. Ci fissavamo.

Il riposo dei tamburini. Ecco, questa foto mi piace. Dovrei trovare un verso per accompagnarla, ma nessuno suona i tamburi.

Non mi fotografi mai


Non mi perdono di vista

Sto sognando un photo-truck.

Sì, in lei si rimaneva impigliati. Danzava senza un vero ritmo, ma era foglia leggera


Poi ci sono gli imprevisti: l’uomo della calle (l’indigente, direbbero) e il bambini che rubano palcoscenico e tutti fanno finta di niente

Carlos è immancabile. Da mille anni. Per mille anni. E i ragazzi della piazza lo adorano

Ecco, ho amato molto quest’uomo e questa donna. Volevo dirglielo. Perché è impossibile.

Una sedia per un Nobel

Un oratore invisibile per un unico spettatore. Ma il discorso era incomprensibile e fuori pioveva, nonostante fosse la stagione secca

Matera non mi abbandona. Nemmeno da Lucy

Quest’anno avevo perfino preparato le domande. Niente da fare. E’ più forte di me. Non riesco a intervistare Gioconda. C’è qualcuno che me lo può ordinare?

