Cammini materani.4/Il sentiero che non so raccontare, il più bel Natale, un vaso di Pandora…..

Ecco, da anni non trascorrevo un Natale senza pensieri storti. Bisognava camminare per scacciare i chiodi. Camminare in un giorno di vento siberiano, di colori incessanti, di cielo terso, di piogge laterali, di giochi di nuvole, di una ragazza pastora…un bel Natale.

Il deserto di Matera alle sette del mattino. Il sole trascolara le pietre. Può godersi la sua libertà, cerca i rifugi che nessun architetto sospettava di aver creato. Le ombre giocano a disegnare geometrie. La luce che abbaglia, il taglio netto, un’oscurità cara a chi cerca solitudine. Matera senza giubbotti neri si rimpossessa di se stessa.



Una scatoletta di pringles ruota al vento in via delle Fontanelle, ai confini di Altamura, si ribella alla salita e alla discesa, ubbidisce soltanto al soffio della tramontana. Forse vorrebbe entrare al CinemaTeatro. Scena quasi western. Discariche di rifiuti (cessi, plastiche, tegole, mattonelle, televisore ultrapiatto, mobili da cucina. Il rifiuto più frequente è il materasso, perché si buttano via i materassi?): questa è l’avvio da contemporaneità di un bel cammino fra Altamura e Santeramo. Immagino i pensieri dei cittadini che riciclano o che si scandalizzano nelle cucine. Sì, c’è della follia urbana in via delle Fontanelle.



Tracce rosse appaiono sul cellulare, linea che guida dall’alto, telefono destinato a finire le batterie. Frontiera fra i rottami lasciati ai margini della strada e il verde imperioso del primo grano. Spartiacque fra una bellezza dalle tinte forti e un mondo di sporcizia. Qualcuno si affretta alla prima messa del Natale nella chiesa-astronave della Trinità. E’ in ritardo. Passiamo anche noi, per un augurio. Un’intera chiesa si volta a guardarci, siamo intrusi. Andiamo, allora. Ore 8.40, la nostra macchina è sola al parcheggio. Andiamo per la Via delle Piccole Discariche. Ripulitele, dai.


Ci lasciamo alle spalle il mondo strano di case dalle forme di troni arabi, case tempidorici, case che si arzigogolano, condominio del Cinemateatro Mangiatordi, condominio di Estilos che è, racconta il web, un palazzo-sofàbar…penso che i viandanti vanno solo nei luoghi del centro, raccontano solo del barocco di Altamura: è che le periferie sono una sorpresa di modernità, verranno qui i turisti del tremiladiciannove…


Primo paesaggio delle Murge. Orizzonte netto fra cielo e terra. Colori intensi, pittore alla Van Gogh senza girasoli. Prima incertezza: a destra lungo il muro? Sì, ma intanto rassegnatevi: non vi darò indicazioni, non scrivo una guida, troppo complicato e io non ho forze. Del resto non ne dà nemmeno il primo libro che racconta di questo cammino, è la Via dei Sassi, appena pubblicato da Ediciclo, scritto da Andrea Mattei (beh, almeno dove dormire potevi scriverlo. Dove si mangia soprattutto). Noi andiamo in senso contrario. Via dai Sassi, verso il Mare. Un giorno ci arriveremo. Via, primi passi. Ce ne aspettano quarantamila. Partireste sapendo di dover percorrere quarantamila passi?


Sotto passo stradale della statale 96, graffiti di insulti e odio, come si deve, i rifiuti hanno un ultimo sobbalzo, andiamo in cerca della libertà dei campi. Ultima periferia di Altamura, cammino dritto per campi e oliveti per la ‘strada comunale esterna del Formello’. Vi sono cancelli aperti sul vuoto, non chiudono più i campi, caselli di campagna, rettifilo di muretti: meno di un’ora di buon passo per raggiungere i binari della ferrovia. Graffittari all’opera anche sui piccoli caselli. A destra, lungo l’argine della massicciata ferroviaria. Poi a sinistra verso la contrada Carvellà. E stiamo camminando verso le sorprese: questo non è un cammino è un vaso di Pandora, ma lo scopriremo solo mille anni dopo, ogni chilometro qui è pagina di un libro da scrivere, da riscrivere. E’ bellissima la strada di muri a secco che conduce a Formello. Vorrei essere deltaplano per volarci sopra, vorrei essere drone, ultraleggero…le nuvole invitano…



Scopriamo masserie e jazzi. Nessuno ve lo dice, ma la masseria Nuclè è anche discoteca, luogo di matrimoni, privèe con dodici baldacchini. Night-Club nella selvaggia Murgia. Forse non c’è più (le notizie di internet sono vecchie, ferme a capodanni di anni prima), ma avrei voluto saperlo mentre ci passavo davanti. Saremmo andati a curiosare. E’ bellissima la strada che sale alle grotte di Formello: scorre fra due muri a secco, un autostrada medioevale, tracce di antichi carri, il cammino sale sulla collina e ci permette di scoprire il mondo sotterraneo delle Murge. Venticinque grotte, raccontano. Non lo sapevamo. Non trovo il coraggio di un’esplorazione sotterranea. Masseria splendida, una porta è aperta, entriamo fra le sue rovine, divani, sedie, materassi, basti di asino, ruggini di trebbiatrici, casa solida. Grotte di Sant’Angelo di Formello, insediamento rupestre, bizantino. Ci raccontano di una storia di archeologi che si dividono il tempo fra Messico e Puglia. Hanno siti solo in inglese. E hanno l’aria che si deve avere. Deve essere una storia da conoscere. Mi piace stare qua. Ci viene il pensiero di far rivivere questa masseria. Il tempo di goderci il sole. C’è da andare, i desideri durano la frazione di un minuti. In quanti posti avrei voluto fermarmi. Incontriamo un ragazzo: cuffiette e cagna, si chiama Luna. Non sa nulla di questo posto. Smarrito nella sua musica. Alle nostre spalle l’orizzonte di Altamura.



Perché camminare ancora? Perché non ci fermiamo? Lungo stradello poderale, paesaggio luminoso, arriva la pioggia volando sul vento, pioggia laterale. Siamo sul confine fra il cielo celeste puro e il nero tempesta. Masseria La Meridiana. Villa Ninfea. Da Googleearth ne vedo la piscina. Il turismo opulento. Incrocio con Strada Mercadante. Ecco, stiamo per arrivare da Maria Antonietta. Alla masseria Scalera. Un’altra sorpresa.



Sosta, sosta. Una donna, una ragazza e i suoi trent’anni, occhi con filo di trucco, felpa della pallavolo di Gioia del Colle. ‘Non potrei vivere stretta fra i palazzi’. Maria Antonietta è una pastora, sta guidando le sue capre nei campi, al pascolo, loro conoscono l’erba e non sanno che è Natale. Sono belle le capre, lei è bella. E’ bella la masseria Scalera. Un grande portone con un arabesco:’Albero, l’esplosione lentissima di un seme’. Una frase di Bruno Munari. Al centro della Murgia di pietra. Mi dice Antonietta, la madre di Maria Antonietta (i nomi sono eredità al Sud): ‘Sono parole che ricordano la nostra storia. Mi è sempre piaciuta. La nostra masseria è cresciuta poco a poco’. E oggi è una bella fattoria: vacche, maiali, un cavallo dall’aria allegra, pony, pecore comisane, accoglienza, formaggi, bruschette, vino, Padre Peppe personale, un presepe, book sharing. E’ il più bel pranzo di Natale della mia vita. Ecco, un’ora di gioia. Vito, il padre, e Antonietta chiacchierano. Quattro figli: Maria Antonietta non può vivere che qui, questo orizzonte è la sua terra, un altro figlio è chef, un altro è a Parma a studiare, la quarta all’agrario. E io leggo (anche Andrea Mattei ha dedicato pagine alla Scalera) che era la sola ragazza a frequentare l’agrario…
Oggi il figlio-chef ha riempito i ravioli di baccalà.


Alla Scalera appare Italo Calvino: ‘Non è questo di scegliere il proprio formaggio, ma di essere scelti…’
E Omero: ‘…Ei fuor pasceva le pingue greggie…Stipato di agnelli e di capretti ogni recinto, ma distinti tutti gli anni dagli altri in separate mandre…’
I formaggi della Scalera

Andiamo, questo è il destino di chi cammina. Nomadi e sedentari, come ribaltare le inquietudini? Anche qui vorrei rimanere, alzarsi alle cinque a mungere vacche. Tre ora al pascolo nel gelo del Natale di vento. Andiamo, andiamo, come Corto Maltese, la condanna.


Non immaginavamo, ma ne avevo una premonizione, che dovevano arrivare i chilometri selvatici, il vento gelido, la stanchezza. Le ore senza parole. Adesso io non so più raccontarvi il cammino. I bivi e le deviazione sono ben segnalati, anche per chi naviga controcorrente. Ma io non so scriverne, sono infiniti, giravolte, i ragazzi di In Itinere cercano con puntiglio di evitare gli asfalti e allora vagabondano, sfiorano masserie e se ne allontanano. Santeramo, poi, è il paese-miraggio: appare sulla linea della frontiera del cielo e poi scompare. Sembra vicino, si allontana. Si seguono le tracce virtuali, come fa quello che cammina senza mappe? Come si chiama?



Alla fine, si passa davanti a una masseria in rovina: qui si fa un’imprevista inversione a U, non vi è traccia di sentiero, hanno seminato il grano e, a primavera, questo passaggio sarà invisibile. Si costeggia un muretto a secco, si raggiunge un vallone di pietre e sterpi, si attraversa un impluvio, si risale fra i sassi e si va in cerca di un altro stradello. E’ un cammino fra muretti e olivi. E’ un cammino di pietre. Un andare bello, selvaggio, sconnesso. Si cammina a vista, cercando segni gialli che non hanno appigli. Non vi do più indicazioni, non so come cavarmela: finite le batterie delle macchina fotografica, finite le batterie del telefono. Niente batterie di riserve, power-bank svuotato, camminatore improvvido. Saliremo per la Via dei Trulli, poi apparirà il cartello che indica la cripta di Sant’Angelo in Criptis. Sacra grotta carsica, uomini del XIII secolo hanno inciso i loro segni sulle rocce. Ci sono quattro sculture bianche che sembrano poltrone di pietra (molto apprezzate dalle capre), ma non troviamo tracce della grotta. Deve essere al riparto di quei trulli laggiù. Poi ci diranno che è chiusa, ma niente ci aiuta a trovarla. Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere ‘il sigillo di Salomone’, graffito su un pinnacolo calcareo.



Ora è il tramonto. Sfolgorante. Immenso. Infinito. La sola mappa è l’Ipad di Daniela. Per fortuna. Freddo di ghiaccio, bellezza sfrontata, irruente, rimango indietro. Trascino i piedi. Seguiamo le tracce nel gioco del sole che tramonta. Non scriverò la guida a questo cammino. Il cielo è degno del mondo. Le querce diventano un’altra storia, le foglie seccate dall’inverno prendono un’altra vita, pittura stravolta, eccessiva, il mondo diventa porpora. Alla fine, stanchissimi, ignoriamo un bivio, andiamo dritti invece di andare per campi. Abbandoniamo così le giravolte del cammino materano. Troviamo l’asfalto, è la strada di Montefreddo. Conduce a Santeramo. E’ arrivata la notte. Il paese. C’è un bar aperto. Una ragazza mi consiglia una cioccolata calda e densa.



In qualità di ex asmarino ho gradito molto il racconto o meglio il raccontare di Andrea Semplici sull’ Eritrea ,la sua realtà e i suoi problemi; mi pervade la tristezza al pensiero che un uomo solo riesca ancora a tenere sottomessa una nazione .Ho letto inoltre con molto piacere la visita a Matera che io avevo pianificato per fine anno e spero di fare a primavera con qualche dato in più.Grazie Andrea Semplici
Ciao, Giulio, grazie del tuo messaggio. Io ho lasciato pezzi di cuore ad Asmara e per anni non ho voluto scriverne. Spero che davvero la pace possa aiutare a trovare saggezze. Io, in questi ultimi anni, ho vissuto a Matera. Se tornerai, avvertimi, credo che ancora per un po’ starò qui. In questi giorni, c’è la neve…