Diario veneziano.4/Atlantide
No, i barchini li ho solo intravisti. Confusi con l’orizzonte. Lasciano una coda di onde. Come fare a riconoscere quelli dei ragazzi? Musica trap e luci, amplificatori e motori tirati. C’è un limite a sette chilometri in laguna. Dicono che sfreccino a 85 all’ora. Così rivelano le tacche incise sulle bricole…
‘Atlantide’, allucinato film di Yuri Ancarani: ‘quello che mi interessa è che il pubblico che esce dalla sala abbia fatto un’esperienza forte’. Tranquillo, Yuri: ho approfittato di RaiPlay per vedere il tuo film sdraiato su un divano. Niente sala. Solo. Tenendo a freno la pelle. Fuori c’è Venezia. Una calle dove non passa nessuno. Qualche bambino, ogni tanto. Te lo dico: ‘È stata un’esperienza forte’. Sconnessa. Come un film senza sceneggiatura. Così è la vita, come la vita. Se rinunci a guidarla verso la sua normalità, se esci, anche di poco, dai binari, la vita è senza sceneggiatura. E’ una corsa in barchino nella laguna; una corsa in moto nelle colline lucane. E, a volte, c’è una bricola divorata dalle acque che cade in laguna e tu non vai a sette all’ora.
E se non c’è? ‘Morire sarà la sua salvezza’. Si può immaginare altro? Fermati. Rallenta. Fai lo slalom fra le bricole.
Ho conosciuto il figlio di un ‘battipalo’, uno che affondava a mano le bricole nel fango del fondale della laguna. Ieri ho visto due operai piantare una bricola con una gru.
‘La mia casa è il barchino’, dice Daniele.
Passano due donne nella calle, si sente il rumore dei tacchi. Ne seguo i passi, sono apparsi all’improvviso, sono svaniti con lentezza. Come gli zoccoli del cavallo di Armonica.
Spieghi alla tua donna: ‘Io ti porto rispetto, tu mi rispetti’. ‘Tu hai una brutta mania, farti i sogni. Lascia stare i sogni’.
La laguna è una linea piatta, orizzontale. Solo qualche campanile sfida la sua rigida geometria. Qualche albero attorno alle isole. Il cerchio dei cipressi di San Francesco del Deserto. Chissà se è vero che Corto ci arrivò in gondola, sì, al remo c’era ‘Occhi di fata’. Anni fa, ho quasi fatto in tempo a conoscerlo.
Io sono nato fra le colline, perché mi attira un orizzonte che non può essere raggiunto? (questa deve essere di Zavattini e lui pensava alla sua Emilia)
Bisogna sfuggire alla guardia di finanza. Sapendo bene quale sarà il finale. E sai anche cosa scriveranno i giornali e, oggi, i social.
La macchina da presa è una Red Monstro 8K. Chissà cos’è? Potrei imparare a usarla. Sì, e poi chi monta? Il film è lavoro durissimo di montaggio. ‘Troppo lungo’, mi ha detto Francesco. Per questo potrebbe essere la strada per raggiungere la pazienza, per calmarmi, per indirizzare il furore. Non per addomesticarlo.
Deve essere la Red Monstro 8K a ruotare: Venezia girata di novanta gradi e distesa non l’avevo mai vista. Nemmeno voi. Ho messo del tempo a capire che stavo scivolando sotto un ponte camminando sulle mura della casa senza nemmeno toccarle, senza gravità. Stavo entrando in un buco nero dove era finita la tua vita. Ma i ragazzi continuano a correre sul barchino, tuo nonno zapperà ancora i carciofi per preparare il terreno per un altro raccolto. Ma ora è solo sabbia morta, io non sono un contadino e ho paura dell’acqua, del vuoto, ho paura di ‘tutto’. L’ultima arcata di un ponte, come un occhio, come un vuoto spaventoso, un vortice che mi afferra. E non c’è la ragazza bionda e bellissima, ogni osso al suo posto, le mani a giocare con il mio collo. Com’è fare l’amore su un barchino, sotto un ponte?

Nemmeno io ho una sceneggiatura a Venezia. Ed è già tardi. Devo andare. Ogni volto mi perdo e ho sempre nuovi appuntamenti. Quattro chilometri e otto per San Pietro in Castello. Come faccio a evitare San Marco? Per fortuna, GoogleMaps in questa zona della città, va per farfalle. Ed è buffo vedere i turisti aggirarsi avanti e indietro con gli occhi da cernia piantati su uno schermo troppo piccolo. Ogni tanto si fermano, e guardano in alto. Le calli di Venezia si chiudono su di loro. Tornano indietro. Fanno due passi in avanti.
Io scivolo, con i piedi incollati alla parete sommersa delle banchine: vedo una città diversa. Cammino, anzi vogo, sdraiato su un fianco sollevato di mezzo metro dall’acqua. Punti di vista. Psichedelici.
Afferro un’altra frase tua, Yuri e la inchiodo qui, dove non c’è nemmeno il legno in cui fissarla: ‘Non esiste niente oltre a Venezia. È come essere nel Nevada e il sogno è arrivare a Los Angeles. Per qualsiasi cosa: per lavoro, per svago, per viverci. La città è inarrivabile, da cui arrivare solo dall’acqua. La laguna è un universo: le isole sono i pianeti che girano intorno a Venezia, che è il sole’.
Devo andare a Sant’Erasmo.
Penso a un’altra intervista che ho letto (leggo troppo, o forse leggo troppo poco). Ad Arrigo Cipriani, 91 anni, imprenditore e scrittore, dice Wikipedia, figlio del fondatore dell’Harry’s Bar: ‘Ogni ora cambiamo l’aria, entrano 22mila metri cubi di aria fresca e viene espulsa la stessa quantità di aria, praticamente siamo un locale all’aperto’. Buono a sapersi.
F. mi racconta che una volta cercò di entrare all’Harry’s Bar. In ciabatte e pantaloncini. Fu intercettato da un cameriere. Dress code.
Venezia, 1 luglio 2023


