Camnhos.8/Arrifana-Aljezur, i giorni della pioggia

L’andare, anche l’andare lento, è colmo di addii. Perché non ti fermi? Non per il paesaggio, non per la bella casa, non per il caffè caldo al mattino. Per la bellezza di Ludovico, ‘Ludo’, Ludovique. Per le sue chiacchiere. Per il suo tentativo di capire come fanno gli altri. Un surfer fragile è una buona storia. Si alza al mattino, quando è ancora buio, preparare il caffè (non è una grande fatica) e si siede di lato alla scacchiera. Non gioca. Si interroga. Penso che in questi giorni non ho visto Carolina, sua moglie, né il piccolo Alex. Ne ho intuito la presenza, ho letto sul quaderno dei saluti. Dove tutti un po’ raccontiamo bugie, un po’ diciamo la verità. In fondo ho pagato per stare in questa casa, rifugio di una tempesta. Dobbiamo andare. Come sono le previsioni.
Mi accorgo di chiedere come sono le previsioni del tempo, non lo avevo mai fatto e l’ho sempre ritenuto un po’ fesso farlo. Non posso farmi condizionare né dal tempo, né dagli algoritmi. In questi giorni sto chiedendo come sarà il tempo domani?
Tempo atlantico, mille diversità in un giorno.
Addio alla ragazza che cercava accordi sul divano.
Addio ai ragazzi che, a un passo da me, si desideravano nella notte e si amavano. Lui aveva suonato, ultimo trucco, ultima gentilezza. Lui bello come il sole, lei annaffia le piantine prima di baciarlo. Non mi volto. Ascolto che se ne vanno. Sento già i loro respiri. Addio.

La tempesta non aspettava altro. Ci accoglie con il suo fare atlantico. Le nuvolaglie nere aspettano di vederci camminare. In una terra senza ripari. In questo cammino non ci sono rifugi. Corbezzoli e cisti se ne irridono del destino degli uomini. Devo dirti: due giorni di pioggia e la natura ha riconquistato l’arcobaleno dei suoi colori, spuntano fiori gialli ed erica violacea. Ecco, la nuvola nera, in realtà un coltre grigio-tempesta senza alcuna luce, ha deciso che è ora: pioggia come un secchio che si sta svuotando. Pioggia a colpire i soli due passanti. Manovre da clown impacciati per infilarsi pantavento, inutile ghiacchetta antipioggia, dov’è l’ombrello? cappello. Una scenetta insomma e siamo già fradici. Abbiamo anche sbagliato strada.
I sentieri sono torrenti. In un minuto sono diventati fiumiciattoli irruenti, non c’è scampo. Il gorotex prova a essere fedele alla sua fama: niente da fare, cede in fretta e senti l’acqua sotto i calzini e sulla pelle. Equilibrismo nel fango. La natura è davvero eccitata e non pensa a noi. Un olivastro allarga i suoi rami per prendersi tutta l’acqua, i ciuffi di eucalipti riempiono l’aria dei loro profumi. Ricordo Addis Abeba dopo le piogge, il loro profumo era inebriante.

Dovrei leggere, ma come si fa. Smette la pioggia, lo fa al rallentatore, resiste agli sprazzi di cielo azzurro che già il vento mostra altri orizzonti, ha altre mete. Punta da Atalaia. Tracce di rovine, riordinate dagli archeologi, se mai questi appunti diventeranno libro, qui c’è una storia araba. Gli uomini costruivano fortezze sulle falesie, per guardare l’oceano. Mura di pietra, dov’erano andare a prenderle? Spesse e forti. Una bambina biondissima e saltellante fa la sua apparizione improvvisa. Incurante della pioggia che adesso è scomparsa.


Cammino lungo il bordo della falesia. Distanza cortese dal ciglio. Io guardo a terra, verso oriente, ma sento il rombo dell’oceano, il fascino del vuoto, la bellezza del volo. Non girare la testa, mi appoggio sul bastoncino di destra, scelgo, quando è possibile, una traccia cinque metri più in là. La testa mi gira, le vertigini sono diventate un’abitudine.

Ci sediamo per toglierci le vesti da tempesta. E arriva un’allegra coppia. Parlano una lingua dell’est. Sono polacchi. Due figli che corrono a piedi nudi sul ciglio della falesia. Sono felici. Lei ci viene incontro e ci chiede se possiamo fargli una foto. Vogliono una memoria collettiva. Il ragazzino, quattro anni al massimo, saltella e io vorrei dirgli: ‘Ehi, attento’, macchè colleziona sassolini e penso che le mamme che conosco lo avrebbe vestito con maglio pesanti. Adesso la ragazzina è felice di togliersi gli abiti e camminare in mutande per questo paesaggio da grande gioco.

C’è un villaggio, un cane nero che corre contro l’oceano e poi fa una curva improvvisa per evitare l’onda. Un villaggio, una spiaggia, casa per turisti, ma c’è una piastrella portoghese: casa dos avos. Antichi pescatori, ora bel luogo per turisti. Le case qui crescono per ‘urbanizzazioni’ a isole. Sono bianchissime, per questo ti accorgi della casa rosa, alta e bella sullo socglio. C’è un bar. Un bar annoiato. Pastel senza sapore, vecchiotto, acqua, sambusa. Siamo in terra araba. Una ragazza altera guarda gli altri passanti, una donna bellissima ed elegante arriva spingendo una bicicletta, sa di attirare attenzioni, una vecchia con le stampelle e un nipote che la incoraggia. Andiamo.
Si risale, asfalto, verso altre urbanizzazioni, qui la costa è bellissima e hanno deciso che meritava strade. Si sale sul costone della spiaggia, grandi panorami e ricomincia a piovere. Nuova vestizione, questa volta rinuncio ai pantavento.

La gamba, in salita, ha dolori improvvisi, scosse elettriche, partono dai muscoli a metà coscia, avvolgono il ginocchio, punture di coltello, mi fermo. Mi sorreggo, salgo ancora. Brutti pensieri. Solo alla fine della salita l’elettricità si fa più dolce. Avvertimento?
Ora, per chilometri, è solo asfalto. I tracciatori della Rota non hanno trovato alternative, C’è il grande Ribeiro do Aljezur a sbarrare la falesia. Un fiume capace di battagliare con l’oceano. Ha creato una valle di laghi, spesso non riesce ad arrivare al mare, ma diventa stagno. Una scacchiera di laghi. Terra fertilissima, verde, generosa, ci sono anche le sughere. Gli orti si godono le giornate di pioggia. Ci sono casali sorti accanto al bordo dei laghi. Cosa allevate in queste grandi piscine? Lo guardiamo solo dall’alto. So che a Aljezur, la nostra metà si coltivano patate dolci. Un cartello avverte minaccioso: proprietà privata. Perché la gente deve precisare che quello è suo?

Poi una deviazione dall’asfalto, una discesa brusca, umida. Fino ad antiche case, bellissime, che qualcuno ha cercato di trasformare in luogo per vacanzieri con qualche ricchezza. I lavoro sembrano essere stati lasciati a metà.


Aljezur è lassù, passiamo davanti alla Fonte das Mentiras. Con le sue leggende che i cartelli non ci raccontano. Terra araba. Dicono che da qui parte un tunnel sotterraneo che raggiunge il castello, altissimo sul colle della cittadina. Saliamo, con fatica. La chiesa dell’Alba (bellissimo nome) è chiusa. Chiuso anche l’imprevisto museo antoniano e la casa di un pittore. Non posso nemmeno promettere di tornare. Saliamo perfino al castello, salita che ci appare durissima. Castello costruito dagli arabi, riconquistato dai cristiani. Castello possente. Sovrasta la valle e Aljezur, paese diviso in due centri. Guardo verso l’antico, tetti spioventi, mattonelle rosse, stupiti azzurro-celeste portoghese. Stradelli a precipizio. Acciottolati con infinita pazienza. Case in vendita. Agenzie immobiliari, ma un negozio vende poesie che si impegna a scrivere. Deve essere un luogo divertente Aljezur. Un po’ stupisce anche Josè, che annoiato in Algarve, qua si riprende, fa una breve sosta: le case di questo paese sono ‘disposte a cordoni nel grembo della montagna’. Bello, bello davvero. Aljezur ha trovato equilibrio in una forma allungata, oblunga, irregolare.

Dormiamo da Sofia. Mica facile trovarla in un condominio. Terzo piano. Lei giovane donna ha chiamato la sua ‘attico’. So di non essere capace di affrontare booking. Sofia ha una soffitta, con finestrelle sul tetto, una soffitta aerea. Raggiungibile con una scala da alpinista. E io dovrei salire lassù? Le gambe ricominciano a tremare. Sofia deve essere una donna dura e scaltra. Deve studiare neuroscienze. Due cani. Uno, cespuglioso come uno spinone, ha un fazzoletto attorno al collo. Abbaia come saluto. Sofia è sbrigativa. Secca. Mi arrampico e chiudo gli occhi. Come scenderò da qui? Macchina fotografica Fuji sul tavolo, una ‘panoramica’ su uno scaffale, libri sensoriali aperti, disordine di scrivania. Non è felice di affittare questa stanza, ma questi soldi fanno comodo. Il letto è comodo.

C’è un terrazzino sul retro. Si affaccia sulla piana fra i due paesi di Aljezur. Qualche pecora e un montone prova a scoparsene una. Lei, forse, non vuole e i due cominciano un curioso girotondo di annusamenti, finte e controfinte. Le guardo ipnotizzato. Sembrano divertirsi. Alla fine arriva una terza pecore e se ne vanno via assieme trotterellando.
Noi perdiamo, per nostra distrazione, un ristorante prezioso che offriva la razza. E già avvertivo l’acquolina.


Sempre armonico quello che scrivi. Sì, ne verrà fuori un altro libro dei tuoi. Perché ti fai dei dubbi? Perché ti martelli perché non riesci a leggere? Cosa devi fare ancora? Cammini, sali, scendi, ti prendi la pioggia, ti bagni le gorotex. Stai scrivendo, quasi ogni giorno, degli ottimi reportage. Puoi essere contento di te, dai.
Era così tanto tempo che non ricevevo un commento in questo antico sito. Sono contento, sto bene, tengo a bada la paura e le vertigini. Penso spesso che poterei vivere camminando, se solo avessi un po’ più di coraggio…c’è un piccolo libretto di Werner Herzog, ‘Sentieri di ghiaccio’…e anche sentieri neri di silvain tesson