19 agosto/Ho ascoltato un racconto…

Pochi giorni fa, in una sala sontuosa e affollata di un nobile hotel trentino, ho ascoltato un racconto.
E sono troppe le piccole coincidenze, ho cercato di non ignorarle. Ci ho provato, ma se ora scrivo due prime, faticose righe non ci sono riuscito. Non del tutto, perlomeno. Sono contento di non essere stato capace di lasciare andare la forte emozione che mi ha provocato il racconto di Agnese.
Agnese è la direttrice di quattro giornali. Per me, rimane la direttrice de ‘La Nazione’, il giornale di Firenze che, mille anni fa, mi ha consentito di diventare ‘professionista’. Ho molto amato quei mesi passati in una vera redazione. Questa è una divagazione: allora avevo già passato qualche tempo a ‘Il Manifesto’. Non era scontato, nella seconda metà degli anni ’80, per un giornalista fiorentino con una storia ‘di sinistra’ essere assunto a ‘La Nazione’. Lo fece un direttore un po’ folle, a cui sono molto grato. La leggenda dice che lo fece dopo aver letto un mio articolo in cui non ero tenero verso il suo giornale. Non so se era vero, lui, così radicalmente diverso da me, mi piacque molto. Durò poco alla guida del giornale, peccato. Ho imparato molto a ‘La Nazione’. E oggi penso che la scelta di lasciare quel giornale sia stato uno dei tanti errori della mia vita. Fra i più stupidi. Stavo bene a ‘La Nazione’, mia figlia era appena nata, perché correre un rischio incomprensibile lasciando un lavoro ben pagato.
Non era questo che volevo raccontare. È solo la prima coincidenza. In Italia ci sono solo tre donne a dirigere dei giornali (oltre Agnese, ci sono Stefania al Secolo XIX e Nunzia al Giornale di Brescia).
Ho ascoltato il racconto di Agnese in un paese del Trentino. Roncegno, in Valsugana. Parlava durante un appuntamento dell’ ‘agosto De Gasperiano’, una bella rassegna estiva dedicata a uno dei figli importanti di questa terra (quest’anno sono settanta anni dalla sua morte, io scrivo dalla sua valle, tre giorni fa sono stato a un falò che lo ricorda).
Ero incuriosito dall’incontro con Agnese: una giornalista toscana sale in Trentino per raccontare una storia accaduta ottanta anni fa in una valle toscana. Ho anche pensato che la Lunigiana ha qualche sorellanza con queste valli e montagne trentine. Quella terra capace incunearsi fra Liguria ed Emilia mi è familiare: da giovane stavo con una ragazza la cui famiglia proveniva da Filattiera. Una casa antica su una delle tre strade del paese. Ne ricordo il grande letto e una donna che si chiamava Colora: aveva avuto anche l’incarico di sorvegliarci. Io e Caterina eravamo soli. In Lunigiana, non ricordo in che occasione, avevo già sentito parlare di San Terenzo Monti.
Dovrei dirvi dell’emozione della storia raccontata da Agnese. E dirvi che andava scritta oggi: 19 di agosto 2024. Un anniversario. Ci sarà un ricordo a San Terenzo Monti, piccolo paese (anzi: frazione di Fivizzano, Wikipedia non dà nemmeno il numero degli abitanti) di questo Appennino toscano.
Oggi si ricorda anche Alcide De Gasperi. Settanta anni dalla sua morte. Credo che andrò alla messa nella cappella che amava. Devo stupirmi di me stesso?
Il 19 agosto del 1944 una divisione di SS al comando del maggiore nazista Walter Reder accerchiò il paese. Dovevano compiere una feroce rappresaglia. Pochi giorni prima sedici SS erano cadute in un’imboscata dei partigiani. Per ogni tedesco ucciso, dovevano essere giustiziati dieci italiani. Assieme alle SS, c’erano i fascisti della XL Brigata Nera di Livorno. Una settimana prima, soldati della stessa divisione nazista avevano compiuto il massacro di Sant’Anna di Stazzema.
Il parroco di San Terenzo, don Rabino, stava dando da mangiare ai conigli. Fu il primo ad essere ucciso. Dovevano essere rastrellati in 160. Cinquantatré uomini, già prigionieri dei tedeschi, furono legati con il filo spinato ai pali di una vigna e uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Molti abitanti di San Terenzo si erano rifugiati nella fattoria di Valla, a poca distanza dal paese. Non sfuggirono alle SS. Durante il rastrellamento, Walter Reder si era seduto nell’osteria del paese e aveva costretto l’oste a servirgli il pranzo. La famiglia dell’uomo, la moglie e cinque figli, era fuggita a Valla ed era già prigioniera dei nazisti. Reder firmò la condanna a morte di queste 106 persone mentre mangiava, servito dal marito di quella donna di cui aveva appena decretato l’uccisione. Poco dopo vennero sparati in aria tre razzi. Era il segnale. Furono usate mitragliatrici MG 42, capaci di uccidere a dieci chilometri di distanza e di sparare 1500 colpi al minuto: le vittime si trovavano a non più di dieci metri dai loro carnefici. Vennero mitragliati a gruppi di tre.
‘Devo partire da Clara. Tra tutte le storie che raccontano quella storia, è l’immagine di Clara la prima che torna alla memoria. Quando gli adulti ne parlavano, abbassavano la voce in segno di rispetto, o di pudore. Così la voce diventava un sussurro’, comincia così il libro che Agnese ha scritto lo scorso anno. È questa la storia che ha raccontato a Roncegno. Clara fu capace di non morire quel giorno. La contabilità dei nazisti era sbagliata, non si accorsero di una bambina. Aveva sette anni, Clara. Si trovò davanti alle mitragliatrici assieme al padre, alla madre, alle sue sorelle, ai suoi fratelli. Il corpo del padre la protesse e la nascose ai tedeschi che si avvicinavano per sparare il colpo di grazia. Clara capì che doveva fingersi morta. Quante ore, ragazzina? Era ferita al braccio, alle gambe, allo sterno, al piede. Sopravvisse. Con addosso le cicatrici di quel giorno che si portò dietro per tutta la vita. Con addosso il dolore. Si sposò a ventotto anni, ha avuto due figli. È morta nel 2018.
No, Agnese non ha fatto in tempo a incontrarla. Ha conosciuto, e questa è stato il suo primo passo, il più difficile, il figlio dell’oste che fu obbligato a servire il pranzo a Reder. Figlio di seconde nozze. Ricordate: nella strage Mario Oligeri, l’oste, aveva perso la moglie e cinque figli. Dopo la fine della guerra, Mario era riuscito a sposarsi nuovamente. Ad avere altri figli. Uno di questi era Roberto Oligeri ed era il vecchio corrispondente dalla Lunigiana de ‘La Nazione’, il giornale che ora Agnese dirigeva. Roberto le scrive una mail.
Una storia che si era seppellita nel tempo, riappariva con forza. Era ancora un agosto, del 2019, erano passati trentacinque anni dall’eccidio di San Terenzo. E un filo legava Roberto ad Agnese. La direttrice sobbalzò quando lesse la mail che proveniva da quel piccolo paese della Lunigiana.
Agnese ha sempre conosciuto la storia di San Terenzo Monti. Ha cominciato ad ascoltarla quando era bambina, quando faceva finta di giocare sul pavimento mentre gli ‘adulti’ parlavano di Clara. Si raccontavano di continuo quella storia, ricordavano i paesani uccisi. Agnese sa che nella strage era morta anche ‘un pezzo’ della sua famiglia. Ma questo non appariva nei discorsi dei nonni e genitori.
Palmira Ambrosini era la bisnonna di Agnese. Venne uccisa dalle mitragliatrici delle SS. È fra le 159 vittime di quel giorno di agosto. Agnese si chiede le ragioni del silenzio della sua famiglia: ‘È così che ci si protegge dal dolore?’. Dai sensi di colpa di essere sopravvissuti, dalla paura del ricordo? Non c’è una risposta. Fu ‘il caso’ a decidere l’assassinio di Palmira. Fu ‘il caso’ che scelse che la figlia di Palmira, Iolanda, nonna di Agnese, sia sfuggita alla morte. E che così nascesse la mamma di Agnese e lei stessa.
Leggo che qualcuno suonava un organetto mentre la mitragliatrice sparava.
Mentre scrivo scopro altro. Avrei dovuto saperlo. Ho conosciuto, ma non ne avevo mai sentito parlare. Per molto tempo ho frequentato Lorenzo, soprattutto negli anni in cui collaboravamo alla rivista Altreconomia. Anche Lorenzo è un giornalista de ‘La Nazione’, un amico, sì avrei dovuto rimanere in quella redazione. Perché non abbiamo mai parlato di tua nonna, Lorenzo?
Lorenzo è il nipote di Elena. È stato ancora una volta ‘il caso’ a decidere la sua sorte. Elena aveva dovuto abbandonare il suo paese, Avenza, perché aveva avuto un figlio da un compaesano sposato. Ripudiata da una comunità. In quell’agosto tragico si ritrovò sfollata a Sant’Anna di Stazzema. È una delle 560 vittime di quell’eccidio spaventoso perpetrato appena una settimana prima di San Terenzo. Il ‘caso’ salvò quel figlio così ostinatamente voluto. Allora aveva dieci anni: Alberto è il babbo di Lorenzo.
Due nipoti, Agnese e Lorenzo, lavorano nello stesso giornale. E hanno un passato familiare comune. Senza alcuna ragione, questa storia mi commuove. Entrambi hanno scritto un libro sulla loro famiglia. ‘Era un giorno qualsiasi’, Lorenzo. ‘Un autunno in agosto’, Agnese. E oggi è il 19 agosto, giorno del ricordo di San Terenzo. Sette giorni fa, Lorenzo era a Stazzema. Lorenzo teme che i ‘luoghi della memoria’ siano diventati un feticcio, che, dopo ottanta anni, siano un ‘fallimento’. Io mi ostino a credere che non sia così, la sala piena di Roncegno e il calore che ha accolto il racconto di Agnese spero che sia una controprova.
L’estate del 1944 fu un orrore, mesi di sangue. I tedeschi volevano fermare l’avanzata degli Alleati verso Nord e decisero di fortificare gli Appennini centro-settentrionali. La Linea Gotica andava dal Tirreno all’Adriatico, dalle terre di Massa e Carrara fino alle colline marchigiane. Erano montagne di resistenza partigiana. I tedeschi erano un esercito in fuga, intuivano l’avvicinarsi della sconfitta, erano furenti e disperati. Il loro destino era segnato. Scelsero la ferocia, la vendetta, l’odio. Da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto, dall’estate al primo autunno 1944, fu una geografia di massacri, sterminio di comunità. Migliaia di vittime civili. Uomini, donne, bambini, vecchi. Furono uccise, senza alcuna colpa, solo per crudele rappresaglia, almeno sessanta mila persone, ricorda Agnese. E la sua voce sembra rompersi. Non è solo memoria, ricordo, ferita familiare rimasta sotto pelle per decenni. È una realtà di oggi. Agnese dice dei nomi, fa rivivere altri luoghi. Alcuni antichi: il villaggio di My Lai, in Viet-nam, 1968, 504 persone uccise da una divisione di soldati statunitensi. E noi, estate 2024, conviviamo, ogni giorno, con la realtà di altre stragi di civili. Ne abbiamo perso perfino la contabilità. Abbiamo fatto abitudine all’orrore e all’impotenza, notizia da telegiornali serali. Buča, in Ucraina, marzo di due anni fa, oltre 280 persone torturate e fucilate da russi e ceceni. E, tempi di oggi, l’oscenità di Gaza, un anno di bombardamenti e guerra le cui prime vittime sono i civili. Una crudele rappresaglia per la strage del 7 ottobre. Una rappresaglia, maledizione. Nessuno sembra capace di fermare le spirali. Avremo altri luoghi della memoria. I morti di San Terenzo Monti sono affranti.
Oggi è davvero il 19 agosto, l’autunno ha cominciato a muovere le sue nuvole. E io non ho scritto quanto hanno messo in movimento le parole di Agnese, la sua voce, il suo coraggio.
Già, il coraggio. Agnese ha 39 anni. Sua nonna è morta nel 1996 e ancora non sopportava sentir parlare in tedesco. Ho conosciuto una donna in Lunigiana che aveva la stessa reazione quando un turista tedesco arrivava in paese. Agnese non dimenticava le storie che aveva ascoltato, facevano parte di lei, ma non si trasformavano in qualcosa di reale, non diventavano scrittura. Accade così. Aspetti, rinvii, le immagini sbiadiscono, reclamano attenzione, ma tu sei ‘altrove’. Conosco bene la sensazione. Troppo bene. Appare il figlio dell’oste e, all’improvviso, inattesa, per le casualità della vita, la fiammella di San Terenzo Monti si riaccende. ‘Ci ho messo troppo tempo’. Non lo dire a me, Agnese. Io non ho fatto quasi nessuno dei tuoi passi. Su uno scaffale di una libreria c’è una cassetta di legno, di quelle che contengono vini: è ricolma di lettere fra mio padre e mia madre, scritte nei mesi nei quali lui era, con i fascisti, in Etiopia. Già, questo è il mio ‘non detto’, non ho mai avuto il coraggio di leggere quelle lettere e di raccontare di mio nonno ‘anarchico’ e di mio padre fascista. Una storia così diversa da quella di Agnese. Il ‘caso’, già. I figli e i nipoti non scelgono: accade.
‘Ci ho messo troppo tempo’. Clara, la bambina sopravvissuta, è morta nel 2018. Quasi tutti coloro che avrebbero potuto raccontarmi di mio padre sono morti. Io ho oltre settanta anni. Lui è morto quando ne avevo 19. Mi raccontarono che al funerale fu salutato a braccia tese. I suoi camerati. Non vidi. Io ero un ragazzo che viveva nella scia del ’68. Con i cortei passavo sotto il palazzo dove mio padre lavorava e lo vedevo affacciato alla finestra.
Volevo bene a mio padre, ma non lo sapevo. Credo che mi sia mancato. Allora eravamo rivali. Su trincee opposte. Una volta ho scritto di una donna sandinista in Nicaragua che amava suo padre, generale al servizio del tiranno. Quando fu ucciso dai guerriglieri, lei scrisse una poesia che terminava così: ‘cada uno en su lado/como dos caballeros, antiguos y nobles/abrazándose, antes de duelo final, fatal’. Quando scrissi questa storia, pensai molto a mio padre.
‘Ci ho messo troppo tempo’. Agnese è come divisa: ora è la direttrice del giornale, posso solo immaginare le sue giornate. Non ha tempo. Lei e il figlio dell’oste si scrivono. Lei non lo raggiunge a San Terenzo Monti. Si raccontano l’un con l’altro. È come se Agnese avesse paura, non sale al paese. È Roberto, dopo mesi, a venire a Firenze, e le porta il certificato di nascita della sua bisnonna.
Qui la mia lettura del suo libro si interrompe. Non l’avevo comprato dopo il suo racconto. Non avevo soldi e i libri sono diventati un problema irrisolvibile. Ho letto le prime pagine su GoogleBooks. Ho letto qualche articolo qua e là. Ho ascoltato, con distrazione, qualche altro suo racconto su YouTube. Ma la sua voce non mi usciva dalla testa e dal cuore.
Ho mandato una foto di Agnese, scattata durante il suo passaggio a Roncegno, a una giornalista de ‘La Nazione’ che non sento da anni. Le dico che la sua direttrice mi ha commosso. Scambio di messaggi gentili e sorpresi, come se un filo interrotto si riallacciasse con naturalezza. Le dico: ‘Mi assumeresti?’. ‘Non hai più l’età, se no ti assumevo’. Meglio: avrebbe chiesto ad Agnese di assumermi. Sorrido, spaventato. Ho un’età più antica del tramonto, è il crepuscolo. Dovrei godere di questa ultima luce, ma a me interessano gli uomini e le donne. Non la pace. Non ho forze. Fragilità.
Alt, non sopporto le autocommiserazioni.
Agnese promette a Roberto che andrà al paese. Ma, sapete come accade, no?, passano i mesi e Agnese non va. A volte non risponde nemmeno alle sue mail. Conosco bene questa ‘indolenza’, a volte è quasi ‘fastidio’. Mi dico: perché qualcuno mi ricorda cosa potrei fare e non faccio? Non bastano i miei sensi di colpa per una storia che non ho raccontato?
Passò un’altra estate e, in autunno, è il figlio dell’oste a venire a Firenze. Entrò nella stanza di Agnese.
Non so altro, devo ancora leggere il libro. Ma quell’incontro deve aver aperto fessure nella sua corazza. E questa volta Agnese non si nasconde. Ha aperto il cassetto della sua memoria, del suo cuore, delle sue storie familiari. Scrive, scrive, scrive. Il libro esce nel 2023. È il suo primo libro. Leggo recensioni e guardo alcuni video. Ma niente restituisce l’emozione che ho provato ascoltandola e poi leggendo le sue prime pagine. E allora, come a volte, mi capita, mi sono accorto delle ‘coincidenze’. A volte me le invento per darmi spinte e motivazioni. Altre volte sono loro a dirmi: ‘Dai…’. Preferisco la parola in spagnolo: ‘Casualidades’. Come talismani. E quando me ne sono reso conto, mi sono svegliato (‘Ci ho messo troppo tempo’), e scrivo, malamente, che è già il 19 agosto e a San Terenzo Monti…mentre a Gaza…
E poi c’è sempre la cassetta con le lettere fra mio padre e mia madre. Mi dico: leggile. Scrivi, inventa se non c’è più nessuno che ti racconti. Me lo prometto, ma c’è l’indolenza e la paura. C’è: ‘Oramai è troppo tardi’. È sempre stato troppo tardi. C’è sempre la storia speculare di un fascista che, in quel 1944, per quel che ne so, combatteva contro i partigiani nella pianura padana. È una storia che mia figlia ignorerà. Non ha conosciuto suo nonno, mio padre. Nemmeno io.

