Enzo Baldoni, venti anni fa…
Venti anni fa, un altro agosto di guerre: si combatteva in Iraq, dopo che l’attacco statunitense aveva abbattuto il regime di Saddam Hussein.
Il 20 di agosto Enzo Baldoni venne rapito da uomini che si dichiararono appartenenti a un sedicente Esercito Islamico dell’Iraq. Erano banditi, assassini.
Avevo sfiorato Enzo nelle stanze di Linus. Il suo amico, autista, interprete si chiamava Ghareeb, venne ucciso subito. ‘Era uno degli uomini più altruisti che abbia conosciuto’, scrisse di lui Justin Alexander, un pacifista inglese. Quasi sempre gli autisti, i fixer, gli intepreti vengono dimenticati.
Enzo, prigioniero di tagliagole, apparve in un video, i rapitori chiedevano il ritiro dei soldati. Non aspettarono una risposta. La data di morte è il 26 agosto. In realtà non la conosciamo.
Sei anni dopo, nel 2010, ‘qualcosa del suo corpo’ venne riportato in Italia.
Il funerale venne celebrato a Preci, bel paese umbro. Credo che, come Enzo voleva, ci fu, assieme al dolore, un’allegria.
Il 27 agosto, la famiglia di Enzo, la moglie e figli, Giusy, Gabriella e Guido, scrisse:
‘Enzo non c’è più e nessuno potrà mai più ridarcelo, però è anche qui in mezzo a noi. Enzo andava incontro alla vita con un sorriso, continueremo a farlo per lui. Enzo era innamorato della vita, era un inguaribile ottimista. L’insieme di queste cose germoglierà per il mondo e quelle che ci sono dentro di noi stanno già germogliando’
Pochi giorni fa ho letto un bell’articolo di Giacomo Papi sul Post (https://www.ilpost.it/2024/08/21/papi-lultima-volta-che-ho-visto-enzo-baldoni/), raccontava di Enzo e io mi sono ricordato (io dimentico, è la mia colpa). Scopro, grazie ai meccanismi di un computer, che io avevo scritto di lui. Su Altreconomia, su Linus, in altri luoghi che non ricordo.
Per Altraeconomia scrissi quanto è qui sotto. Raccontavo dei ‘freelance’.

Enzo Baldoni ha spiegato più volte: ‘Non so cosa mi spinge ogni tanto a lasciare tutto e partire per qualche posto della Terra dove la gente si spara addosso. Non sono un umanitario. Non vado a fare del bene. Sono solo un ficcanaso’. E ribadiva:’Sono semplicemente curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra’. Enzo non è tornato dall’Iraq: aveva 56 anni. La sua ‘vocazione’ da freelance (‘giornalista per sbaglio’, direbbe lui) è spuntata a un passo dai cinquanta anni. Isabella Balena, 39 anni, brava fotografa freelance, ha lavorato con Enzo in Chiapas tanti anni fa. Il loro servizio su Marcos uscì su Linus: ‘Faccio questo lavoro per passione, per testimoniare, per capire un po’ meglio il mondo. Spesso scopri che la realtà è ben diversa da come ti hanno raccontato giornali e televisione. A volta non riesci davvero a capire. Ma la voglia di esserci rimane la vera motivazione’. Barbara Schiavulli, 32 anni, è un caso quasi eccezionale in Italia: freelance che scrive solo dai ‘conflitti’ o da ‘luoghi di crisi’. Lavora per sette otto testate assieme (dall’Avvenire all’Espresso, dalla Rai a Sky, da Radio Vaticana a quella Svizzera per arrivare all’Ansa o all’Eco di Bergamo): non si sopravvive in questo mestiere con un solo committente. Non si sopravvive se si scrive e basta: un fotografo (che ha più spese e deve comunque essere in prima linea per scattare) guadagna, in media, tre, quattro volte di più di un giornalista. Di Barbara Schiavulli, inviata testarda, hanno scritto che ‘non si perde una guerra’. Perché lo fa?: ‘In Palestina, anni fa, mi trovai in mezzo a uno scontro. Adrenalina e voglia di stare là dove accadono le cose. Lì capii che quella era la mia strada’.
La guerra in Iraq, più di altre, ha rivelato, anche a chi, dentro i giornali, non voleva saperne, l’esistenza di una speciale tribù nomade che vive sul fronte dell’informazione, su quella frontiera delicatissima e ambigua in questi tempi di embedded e di igm, informazione geneticamente modificata in mano solo a grandi agenzie. Non esiste nemmeno una facile traduzione in italiano della parola freelance: i vocabolari si dividono fra ‘soldato di ventura’ e ‘giornalista indipendente’. Più corretto il lunghissimo ‘giornalista libero professionista’ (anche contraddittorio: in Italia per essere ‘professionisti’ è necessario aver fatto mesi di ‘praticantato’ da dipendente). I freelance sono una tribù ‘fuori casta’: ancor oggi, spesso, la parola è quasi sinonimo di disoccupato. Nessun sa quanti sono veramente: a scorrere gli elenchi dell’Inpgi 2, la cassa previdenziale dei ‘giornalisti autonomi’, si contano circa 16mila nomi. Ma quanti svolgono questo mestiere come unica e faticosa fonte di reddito? ‘Almeno 15mila – dice Simona Fossati, freelance milanese, rappresentante di questa categoria nella commissione contratto nazionale – E il 60% dei contenuti dei media italiani, fra televisioni e giornali, sono opera di liberi professionisti’. E allora perché, dopo il suo rapimento, persino dopo la sua morte, nessuno ha saputo definire il mestiere di Enzo Baldoni? Pochi, fra i giornalisti, lo hanno chiamato un collega. Altri lo hanno quasi irriso per questa sua ‘voglia di esserci, di vedere e raccontare’. Eppure Baldoni, pubblicitario di professione, era anche un giornalista con una breve e bella storia alle spalle: interviste a Marcos, colloqui straordinari con Xanana Gusmao, leader indipendentista di Timor Est (uno che, nello stesso momento in cui parlava con Enzo, rifiutava un incontro con l’inviato della Washington Post), superbi reportage dalla Colombia delle guerriglie. Cos’era Enzo Baldoni se non un bravo giornalista? E freelance sono Micah Garen, James Brandon, Christian Chesnot, tutti rapiti in Iraq. Freelance di razza, per anni e anni, è stato Georges Malbrunot, altro ostaggio francese, prima di ottenere un contratto. Tutta gente di grande esperienza e bravura. Tutta gente che riscrive cinque, sei volte al giorno lo stesso pezzo perché davvero con un solo ‘committente’ non si campa. Freelance pagati a pezzo, a collegamento radio, a trasmissione mandata in onda. Gente che si paga le spese e spera, in qualche modo, di recuperarle. Gente che viaggia sperando di salire gratuitamente su un aereo del World Food Program o, anche se pacifisti, dei militari italiani, che deve scroccare il satellitare al collega di un grande giornale per poter spedire i proprio pezzi, che cerca di salire sulla macchina degli operatori di una Tv. Se dici che il freelance ‘vive di espedienti’, nessuno si arrabbia sul serio: è la verità. Sono giornalisti che, a volte, hanno accrediti improbabili (un giornale ti dà poco volentieri una lettera di accredito: teme che tu possa fargli causa per un’assunzione) e cerca ospitalità da Ong o da amici trovati per caso. Il freelance, per definizione, è costretto a uscire dai recinti dell’hotel Palestine, non può mandare in giro collaboratori irakeni a cercare notizie: deve avere storie sue, storie che possano avere un mercato, storie che possono convincere un caporedattore a mettere in pagina il tuo articolo. Il freelance corre dei rischi. E se poi l’articolo non viene pubblicato o la trasmissione non viene mandata in onda, saluti il tuo guadagno. Chi te lo fa fare? E come ci campi?
Mario Boccia, fotografo freelance, lasciò un sicuro impiego in banca per questo mestiere più che precario: anni e anni nei Balcani per capire una guerra che appariva insensata. Ma che ti avvolge perché, nella tragedia, trovi la forza dell’umanità. Spiega anche lui: ‘Ti spinge la curiosità, la voglia di essere testimone’. Mario era nella casa di Un Ponte per…quando, quella notte del 2 settembre, è caduto un missile nel giardino. Ha scattato foto agli uomini che spengevano l’incendio. Per giorni e giorni qualcuno ha sussurrato che l’obbiettivo dei miliziani che hanno sequestrato le due Simona fosse lui. In Iraq ha fatto il suo lavoro con passione: ha fotografato i bambini, le scuole, il lavoro di Simona Pari e Simona Torretta, il lavoro di chi, allora, era rimasto in quel paese: ‘E questa amicizia con le persone conosciute anche grazie a una macchina fotografica ti ripaga di ogni rischio, di ogni difficoltà’. Ti ripaga oltre i soldi che non guadagni. Ma è giusto? I contabili di una grande agenzia prima, e di un giornale nazionale, poi, al tuo ritorno, cercano di negarti o comunque di ridurre all’osso il tuo compenso. Venti giorni di lavoro a Baghdad valgono 1500 euro? Ci riprendi le tue spese con 1500 euro? Gliene importa qualcosa all’editore o al direttore (un collega fino a quando non ha scalato la sua poltrona) della notula di un freelance? La sola certezza, per l’azienda, è che costa un decimo, meno di un decimo. di un giornalista assunto.
Per un albergo a Baghdad paghi 70 dollari. Con 50 dollari rimedi un’auto, altrettanti per l’autista-interprete. Con 10 mangi. Oppure salti i pasti. Diciamo che bastano poco meno 200 dollari al giorno? Devi aggiungerci i 1500 dollari del volo fino alla capitale irakena. Ci rientri nelle spese se fai il freelance? ‘Sì, se non dormi – racconta Barbara Schiavulli – un pezzo per l’Avvenire e un altro per l’Eco di Bergamo. Una notizia per l’Ansa. Due collegamenti per le radio. Un altro per Sky. Il servizio più lungo per l’Espresso’. Con i collegamenti Internet che a Baghdad vanno e vengono (non c’è linea né al Palestine, né allo Sheraton), con i costi proibitivi dei satellitari. Barbara si è comprata con i soldi suoi giubbotto antiproiettile, satellitare ed elmetto. ‘Ogni articolo che scrivo serve a spuntare una voce dall’elenco delle mie spese – spiega Barbara – Tre quarti del mio tempo sul campo lo passo a recuperare i soldi che spendo: molto spesso mi sento una mercenaria’. Barbara ha voglia di scherzare (seriamente): ‘La vera guerra comincia al ritorno: quando devi farti pagare. Tutti si dimenticano chi sei e dove sei stata’. Farsi pagare è, spesso, un’impresa da nervi saldi: alzi la mano chi riesce a ottenere i suoi compensi in trenta giorni (dalla consegna dei pezzi e non dalla pubblicazione) come prevede la legge. E non ce la fai nemmeno a protestare, non hai forza contrattuale. Confessa un direttore di un’importante rivista (e il suo nome non si può dire): ‘Se un fotografo o un giornalista tratta più di tanto i suoi compensi o ha pretese anche giuste, ma che la mia azienda rifiuta, fuori della porta ce ne sono due disposti ad accettare qualsiasi cifra e indifferenti ai tempi di pagamento’. Non esiste una difesa collettiva (l’unica possibile) dei freelance. Il sindacato giornalisti guarda a loro con fastidio. Barbara Schiavulli non ti dice che L’Espresso come l’Avvenire, e come qualsiasi altro giornale, fanno bene loro conti: un collaboratore quasi allo sbaraglio, senza assicurazione e senza l’obbligo di fornirgli strumenti di lavoro, costa davvero pochi centesimi all’editore. Un giornalista Rai, giustamente, è assicurato per oltre 500mila euro. L’azienda passa satellitari, giubbotti antiproiettili e a Baghdad, per un certo periodo di tempo, anche un auto blindata. Un inviato che deve andare in zone di crisi fa un corso di sopravvivenza di due settimane a Pavia. Perché un freelance non deve avere lo stesso trattamento?
Paolo Mondani, coautore di Report, preziosa trasmissione di reportage della Rai, non è assunto. E’ andato a Baghdad, ha chiesto ospitalità alla ong Terre des Hommes. Ha ridotto le spese al minimo. E non verrà mai rimborsato dei suoi costi privi di giustificativi (e provate a chiedere a un interprete o ad un autista irakeno una ricevuta). Salta l’aereo per tornare ad Amman? I tempi del montaggio stanno per esaurirsi? Paolo Mondani fa la cosa più pericolosa che si possa fare in Irak: torna via terra da Baghdad. Quanto costa? Diciamo fra i 200 e i 400 dollari? Rischi altissimi e spese forti per un servizio, per un lavoro. Che ti verrà pagato a sessanta giorni dalla trasmissione. Con la banca che ti insegue perché il tuo conto è in rosso. Chi te lo fa fare? ‘La passione, la curiosità, la soddisfazione per una cosa ben fatta – dice Mondani – Il fatto di essere riuscito a raccontare storie ignorate o poco conosciute’. Giuliana Sgrena non è una freelance. Lavora al Manifesto. Storie dall’Algeria, dall’Afghanistan, ora dall’Iraq. A Baghdad è rimasta due mesi sotto le bombe Usa. ‘Sono fortunata a lavorare in questo giornale – dice – La cronaca passa in secondo piano, non ci preoccupa la concorrenza con gli altri quotidiani: io posso cercare storie’. Ma per cercare storie bisogna uscire dal Palestine (albergo nel quale Giuliana non ama stare: sesto e settimo piano affittati dalla Hulliburton, multinazionale Usa), camminare per le strade, incontrare gente, inventarsi espedienti. ‘Bisogna andare in giro – racconta Giuliana – farsi dare passaggi dagli operatori televisivi che vanno a cercare immagini, ignorare i briefing degli americani e conoscere fonti proprie, usare il satellitare dei colleghi perché il tuo giornale non ha soldi e quello che ti hanno dato si rompe sempre’. Insomma, bisogna fare ciò che fa un freelance. Scrive Mimmo Candito, grande inviato della Stampa: ‘I freelance sono reporter senza pedigree, dei bastardi, delle mine vaganti. Devono faticare più dei loro colleghi ‘nobili’, ma oggi sono loro gli eredi di William Russell, il primo giornalista che, nel 1854, fu inviato dal Times a seguire la guerra di Crimea’. Oggi i comandi militari ti tengono lontano dalle linee del fronte, non devi vedere, non devi sapere: le immagini della guerra sono fornite da pool di operatori strettamente controllati e sorvegliati. Le grandi agenzie si adeguano alle nuove leggi (nate soprattutto nella prima guerra in Irak, nel 1990) dei newsmanager in tuta mimetica: che i giornalisti, raggruppati in pool, riciclino solo le notizie di fonte militare, che non si muovano dalle retrovie o dalle terrazze del hotel Palestine.
Ci resta addosso il dubbio (troppo ingeneroso?) che oramai, il giornalista si riesca a farlo bene solo fuori dai giornali. Isabella Balena ha provato a lavorare in esclusiva con un femminile. Per un anno e mezzo: ‘Non facevo più niente. Solo cose di poca importanza. Sono i meccanismi delle redazioni che bloccano, che ti imprigionano. Il freelance è precario, ma ha il dono della libertà’. Guido Votano, oggi documentarista freelance, è stato caporedattore a EuroNews, ha collaborato con Radio Radicale, l’Espresso e la Rai: ‘Eppure il freelance potrebbe davvero scardinare il sistema dell’informazione: svelare il meccanismo dei pool, dei giornalisti che girano in gruppo per essere sicuri di avere le stesse notizie’. La guerra in Irak, come non mai, ha messo a nudo i meccanismi meno limpidi del mondo dei giornali e della televisione: è tempo che, curiosità e passione dei freelance, voglia di capire e di raccontare dei giornalisti, riprendano il sopravvento. E che lettori e telespettatori siano capaci di ‘consumare criticamente’ anche l’informazione.

